Autore: alice girardi

  • Prima settimana in Oregon: un inizio un po’ noioso

    L’Oregon è quella terra incantata in  cui la leggenda narra che i camminatori fanno 50km al giorno senza sentirli. È lo stato piú corto e veloce da percorrere PCT, sono solamente 450 miglia, sui 725 km.

    L’Oregon è uno stato un po’ particolare. Si affaccia sul Pacifico ed è molto piovoso lungo la costa, mentre molto caldo e desertico nell’entroterra, quindi ad alto rischio d’incendi durante la stagione estiva. Il Pacific Crest Trail lo attraversa tutto passando per le Cascades Range, una catena montuosa di origine vulcanica. È una terra di foreste e laghetti, molto piú verde rispetto a dove ho camminato in precedenza. Il punto piú alto sono 7560 piedi, all’incirca 2300, ben diverso dalle cime d’oltre 4000m nella Sierra Nevada.

    Contrariamente alla California, il primo tratto in Oregon non mi ha entusiasmato. Queste foreste possono essere piacevoli per un pochetto e offrono ombra, ma sul PCT siamo abituati a panorami vasti e molto piú maestosi. Con l’eccezione di Crater Lake, i primi giorni in Oregon sono stati poco interessante.

    Esempio di panorama in Oregon

    Dopo le salite ripide della California e il sole cocente, camminare in Oregon nella foresta è molto piú semplice. È il tratto piú pianeggiante di tutto il sentiero. Pianeggiante peró non vuol dire piatto, se dovessi fare una stima direi che la maggior parte delle giornate in Oregon vanno dai 500m agli 800m di dislivello al giorno.

    Forse perché il panorama è meno interessante e il sentiero un po’ piú semplice, l’Oregon è il posto in cui la gente si cimenta in sfide sportive. La piú famosa di tutte è la Oregon Challenge, che consiste in percorrere tutto lo stato in solamente due settimane, facendo una media di 32 miglia, o  51.5 km al giorno. Io non ho mai incontrato qualcuno che ha  completato l’Oregon in 14 giorni, probabilmente vanno troppo veloci per fermaesi a parlare con me, ma ho incontrato chi l’ha fatto in 16 e chi in 17 giorni. Quasi tutti hanno aumentato i ritmi, basta pensare che la media di tempo impiegato a percorrere l’Oregon sono 21 giorni, altro che i tre mesi e mezzo  necessari per completare la California.

    Altri laghi ed altre foreste!

    Di solito i camminatori si stufano del percorso dopo i primi tre mesi e quando i panorami spettacolari della Sierra Nevada finiscono s’intristiscono un pochetto, in un effetto noto come la malinconia del NorCal o il NorCal blues. Forse perché a me il NorCal blues è arrivato un po’ in ritardo, solo dopo Burney, ha proseguito anche per la prima settimana in Oregon, fino a piú o meno Crater Lake, miglio 1823. Dopo aver lasciano Ashland, dove sono stata ospite di un trail angel, ho camminato un paio di giorni in una foresta poco entusiasmente, ma faceva un caldo umido e soffocante.

    Messaggio motivazionale scritto su un albero appena entrata in Oregon. Vuol dire: complinenti, hai superato il NorCal blues!

    C’è stata qualche zanzara di troppo, ma niente di intollerabile, siamo verso la fine della stagione. A quanto pare, le zanzare in Oregon sono massacranti, ancora piú fastidiose di quelle della Sierra e la stagione dura molto piú a lungo, 2-3 mesi, da quando si sciolgono le nevi fino ad agosto-settembere. D’altronde, le zanzare prosperano vicino a laghi e stagni, e l’Oregon ne è pieno zeppo. Tutto il primo tratto da Ashland, miglio 1720 fino a Shelter Cove, miglio 1900, è un susseguirsi di laghi e foreste, carini, ma non strabilianti.

    Questo cartello mi ha fatto sorridere, indica solamente, “quel lago laggiú”, senza indicare il nome, forse perché si equivalgono tutti

    C’è stato peró un panorama staordinario in questo tratto, il parco nazionale di Crater Lake. È un lago di un blu pazzesco all’interno di un cratere di un vulcano. Si cammina sulla circonferenza del cratere per una decina di km. È assolutamente spettacolare, ma è anche invaso di turisti automuniti, che si scattano selfie e percorrono massimo 300 m, rigorosamente in infradito.  In effetti, tutto il parco di Crater Lake è pensato a misura d’automobili, i punti piú spettacolari  sono tutti raggiungibili con una strada asfaltata e addiritura bisogna avere una macchina per raggiungere l’unico punto in cui è possible fare il bagno nel lago! All’interno di un’area naturale protetta, quelli strani sembriamo noi, che portiamo zaino e tende e cerchiamo di praticare il LNT, Leave No Trace, invece i turisti con macchinone ormai fanno parte del paesaggio.

    Crater Lake a diversi momenti della giornata: è davvero spettacolare!

    Alla prossima!

  • La lunghissima California è ormai finita

    Il 2 Agosto sono ripartita da Etna e nei giorni successivi ho attraversato la Marble Wilderness. Dopo una piccola tappa a Seiad Valley e una faticosissima salita,  sono arrivata al confine California-Oregon il 5 Agosto. Gli ultimi giorni in California sono stati molto caldi, con pochissima acqua e ombra, sembrava quasi di essere tornati nel deserto. Ho camminato con un gruppetto di persone per questo ultimo tratto. È stato un pezzo abbastanza impegnativo, sembrava che la California volesse concludere proponendoci una sfida finale. Il tratto dopo Seiad Valley, una delle salite peggiori da inizio PCT, infatti ha riassunto tutte le difficolta che ho trovato in questo stato in un colpo solo, la carenza d’acqua e il sole cocente tipici del deserto, la salita lunga e ripida che non si vedeva dai tempi della Sierra e i tanti alberi bruciati e la mancanza di panorami una volta arrivati in cima che tanto hanno contraddistinto la California del Nord.

    C’è chi ha soprannominato queste miglia “blowdown town”, per la quantita di tronchi lungo il sentiero, che bisogna scavalcare o raggirare, e sono fastidiosissimi. Se non altro, il giorno successivo, i panorami sono migliorati, offrendo ampie vedute su Mount Shasta, ormai onnipresente all’orizzonte da centinaio di miglia. È stata una buona ultima immagine  della California, prima che il panorama cambiasse e mostrasse le catena mountuose dell’Oregon, piú verdi e piú basse.

    Quando Sono arrivata al confine California/Oregon c’era una decina di persone che esultavano, scattavano fotografie e firmavano il registro li presente. Quasi tutti avevano portato qualcosa per festeggiare, chi una birra, chi del sidro, chi un dolcetto. Io mi ero portata della cioccolata.

    Sono arrivata in California l’8 aprile e dopo un paio di giorni fra Los Angeles e San Diego, ho iniziato a camminare il 14 aprile. Mi ci sono voluti ben 115 giorni per percorrere tutte le 1694 miglia (2726 km) che attraversano la California. Per dare un’idea della grandezza, la California è piu lunga dell’Italia, di solito si stimano una quindicina d’ore d’auto o un paio d’ore in aereo per attraversarla tutta.

    Percorrendo il PCT, ho visto paesaggi diversissimi, deserto, cactus e Joshua Tree, cime innevate di oltre 4000m, laghi alpini, cascate, foreste, geyser e vulcani. Ho incontrato ben tre orsi, due coyote, tantissime marmotte, caprioli, conigli, serpenti e scoiattoli. Eppure faccio parte dello 1% dei camminatori che, secondo un sondaggio, non ha visto un serpente a sonagli, se non uno molto di sfuggita, il primo giorno di cammino.

    Abbiamo avuto una stagione fortunatissima dal punto di vista meterologico. Su 120 giorni, forse c’è ne saranno stati 6 o 7 con precipitazioni e altri 6 o 7 davvero caldi. Il momento in cui ho avuto piú freddo è stato nel deserto, la notte prima di arrivare a Big Bear, in cui non ha mai smesso di nevicare e io ho dovuto scuotere la tenda dall’interno per fare cadere la neve. Il giorno piú caldo invece è stato a Walker Pass, in cui mi sono riposata per 6 ore, dalle 12 alle 18 in uno stand gestito da trail angels, visto che le alte temperature rendevano camminare impossible. Grazie all’ottima stagione, il percorso PCT è rimasto pressoché integro, con solo due piccole chiusure di 20 miglia ciascuna, una vicino a Wrightwood e l’altra, piú recente, vicino ad Etna. Basta pensare che nel 2021 c’era metà California del Nord in fiamme e nel 2023 le nevicate sono state talmente abbondanti che solo chi aveva esperienza alpinistica ha potuto attraversare la Sierra.

    Ho perso il conto di quante doccie ho fatto, o di quante notti ho dormito al coperto, ma posso assicurare che sono troppo poche. E, fra i posti piú particolari in cui passato la notte, ci sono stati una pista d’atterraggio per elicotteri, una vecchia stalla e lo spiazzo di fronte al bagno publico a Sierra City.

    Dal punto di vista gastronomico, non posso dire di aver tratto profitto di quella che la California ha da offrire, perchè la mia dieta consiste prevalentemente di ramen, couscous e biscotti proteici. Ho però mangiato un milkshake quasi tutte le volte che mi sono fermata in città e nella mia classifica, il migliore è stato a Sierra City, fatto con i lamponi freschi, il peggiore è stato, senza alcun dubbio,  quello del Mcdonald a Cajon Pass, dove un sacco di camminatori approffitavano dell’aria condizionata per prendere una pausa dal caldo soffocante.

    I panorami piú belli per me è sono stati nella High Sierra, dal Chicken Spring Lake fino a Mammoth, in particolare Mount Whitney e Forrester Pass. Ma il cielo piú bello, è senza dubbio quello del deserto, limpido e illimitato. Momento piú difficile è stata la settimana dei temporali in California del Nord, quello in cui ho avuto piú paura è stato quando ho scoperto che c’era un incendio davanti a me ed io ero sola, con pochissime opportunità di contattare il mondo esterno. Quasi tutte le giornate sono state piacevoli e soddisfacenti, ma ho avuto anche momenti di sconforto, difficoltà e grossa stanchezza, fisica ed emotiva.

    Fa sorridere pensare che ho passato quattro mesi in California e non ho mai messo piede a San Francisco o in tutta la Bay Area, ma sono stata nelle grandi metropoli e rinomate localita turistiche di Belden, che stando a quanto dice wikipedia ha 15 abitanti, o Hikertown, cittadina che secondo me ne avra forse 5 di abitanti. Anche se la costa e il Pacifico sono tanto iconici in California, io il mare l’ho visto pochissimo, se non due giorni a Santa Monica. Tranne qualche eccezione, tipo la Yosemite Valley, ho di gran lunga evitato tutti i posti di solito frequentati dal turismo di massa, almeno del turismo di massa europeo, che è quello che io conosco di piú. Peró ho frequentato un sacco di località sciiatiche fuori stagione, sono salita sul retro dei classici furgoncini pick up Americani e sono stata accolta da gente che si ritiene orgogliosa di fare parte dello stato di Jefferson, un movinento independentista nella California rurale. Sono diventata esperta di uffici postali, negozi d’articoli sportivi e corsie di supermercati in cui vendono prodotti disidratati e a lunga conservazione. Non sarò stata al Walk of Fame, ma ho conosciuto e coccolato il cane sindaco piú famoso (nonche l’unico) di tutto il paese.

    La rare volte che non mi sposto a piedi, lo faccio facendo l’autostop e ho incontrato personaggi molto particolari, dalla signora 84enne che guida un’ora fra i passi di montagna per andare a fare shopping al complottista che era convinto che i vigili del fuoco per lavoro, gli incendi li creano al posto di spegnerli. Ho anche avuto modo di conoscere trail angels e membri di queste comunità molto piccole e rurali, cosa che probabilmente non avrei fatto se avessi fatto un altro tipo di vacanza in California.

    Sono convinta che viaggiare a piedi, consente di tenere un ritmo piú naturale perché permette di soffernarsi su tutti i piccoli dettagli per cui di solito uno non ha tempo. E pian piano, passi dopo passi, si raggiungono traguardi importanti.

    A Oregon e alle prossimi adventure!

  • Peggior momento di tutto il sentiero: le mie disavventure tra Burney ed Etna

    Tutto era cominciato per il meglio. Il 26 luglio, dopo un’abbondante colazione al Burney Guest Ranch mi sono incamminata. La prima tappa era Burney Falls, delle cascate molto frequentate dai turisti della zona. Erano leggermente fuori sentiero, ma la deviazione valeva la pena, sia per le cascate e il lago cristallino sottostante, sia per la gelateria a fianco, alla quale mi sono ovviamente fermata. La giornata prometteva bene. Ad un certo punto il cielo ha cominciato ad oscurarsi ma io ho beatamente ignorato i segnali. Mi ero già prefissata un obiettivo per dove campeggiare, e ho continuato a camminare inperterrita, nonostante il vento si fosse fatto piu forte. Verso le 6.30 è iniziata la prima pioggia e nel giro di pochi minuti è venuto giu l’apocalisse, tuoni, lampi e scrosci d’acqua che sembravano secchiate. Io ero da sola, e non c’era nessun posto dove piantare la tenda. Ho dovuto camminare per piu di un’ora sotto il diluvio, fino al primo spiazzo disponibile. Se solo mi fossi fermata prima del diluvio. Ero infreddolita e completamente bagnata, se fossi caduta in un fiume con addosso zaino e vestiti non sarebbe cambiato niente. E quando finalmente sono entrata in tenda, ho avuto la sorpresa peggiore di tutto. Il mio cellulare, che era stato nella tasca delle mia giacca da pioggia, appunto impermeable, aveva preso piu acqua del previsto. Ha cominciato a lampeggiare e dopo un po’ mi si è spento in mano. Non si è piu riacceso.

    Il mattino successivo ero di pessimo umore. Avevo dormito malissimo perche la forte pioggia e vento avevano fatto cadere certi rami e il rumore mi aveva svegliata di continuo. Mi sono dovuta mettere i vestiti bagnati del giorno precedente e sono andata a zonzo fino a che non ho trovato qualcuno. Il problema principale di avere un cellulare non funzionante lungo il sentiero è che uso delle mappe digitali. Quella mattina non sapevo cosa fosse meglio, se tornare indietro 15 miglia ed arrivare a Burney o percorrerne una sessantina in piu nella direzione giusta e arrivare a Mount Shasta. Tornare indietro sarebbe stata una piccola sconfitta, ma andare avanti senza mappe non sarebbe stato sicuro. Ho incontrato altri camminatori e mi sono unita a una coppia, spiegando loro l’accaduto. Abbiamo canminato insieme per i giorni successivi. Il mattino, loro, che avevano accesso alle mappe, mi spiegavano dov’erano le fonti d’acqua della giornata, e quando non camminavamo insieme, mi hanno disegnato qualche freccia per terra. Mi sono persa una volta soltanto e per fortuna sono riuscita a tornare sui miei passi, ma non è stato piacevole. Mi sono dovuta adeguare a un ritmo di camminata e ad una andatura non mia. Un giorno ho fatto 29.4 miglia molto sofferte (47 km), per stare dietro a questa coppia. Anche se il paesaggio era piacevole e gli alberi bruciati sono finiti, non ho un bel ricordo di questi giorni. Dopo mesi di sentiero ero finalmente a mio agio e invece ho dovuto dipendere da qualcuno per le attivitá piú banali, come sapere da che parte andare. E mi ha fatto ancora piú fastidio pensare che l’indipendenza che ho raggiunto in questi mesi poi, è tutti finta, pensando a quanto faccio affidamento a un cellulare, un oggetto che una volta danneggiato ha molto limitato la mia libertà e le mie azioni.

    Mount Shasta. Il motivo per cui ci sono poche foto negli ultimi post è perchè ne ho perse tante nel cellulare vecchio, comprese quelle di me vicino al segno che indica metà percorso

    Ho provato a vedere se il cellulare si riprendesse. Sotto consiglio di qualcuno l’ho messo nel riso, avevo un parco di riso disidratato marca Knorr, ma non c’è stato niente da fare. Una volta arrivata a Mount Shasta, 3 giorni dopo, ho chiamato il riparatore di cellulari piu vicini, che era ad un centinaio di chilometri d’autostrada. Io ho un cellularo Huawei, che è bandito negli Stato Uniti. Questo vuol dire che, oltre a non essere compatibile con nessun operatore statunitense, non ci sono neanche pezzi di ricambio disponibili in tutto al paese. Anche se avessi trovato un modo di arrivare al riparatore, non me l’avrebbe potato riaggiustare. Ho quindi dovuto comprare un nuovo cellulare a Mount Shasta. Me la sono cavata pagando pochissimo per il cellulare, ma ora sono vincolata ad un operatore statunitense per i prossimi sei mesi. L’ironia è che il mio vecchio Huawei non mi permetteva una e-sim o una sim statunitense, quindi sono stata quasi quattro mesi senza connessione dati negli Stati Uniti, ed ora avró una sim americana per mesi dopo che sarò tornata in Italia. Se qualcuno si stava preoccupando perchè non rispondevo ai messaggi o perchè non aggiornavo il blog è per questo motivo. Scrivetemi al mio nuovo numero: +1 530 407 1882.

    Non tutto il male viene per nuocere, appena dopo di me è entrato nel negozio di cellulari un signore che voleva comprare dati mobili extra perchè sarebbe andato in vacanza in Italia. Abbiamo iniziato a chiacchierare e alla fine mi ha ospitato da lui, visto che io nel trambusto non mi ero organizzata per dove andare a dormire quella sera. Il giorno dopo sono ripartita nel primo pomeriggio. Ma i giorni successivi sono stati ancora piú difficili. Il primo giorno c’è stata una salita ripidissima ed un’ondata di calore, ma i giorni successivi ho beccato in poco piú di 24 ore, due temporali, tre grandinate e per finire in gran bellezza, un incendio. L’incendio è partito da un fulmine che durante il temporale ha colpito un albero. Io camminavo nella foresta, non ho visto nessun fumo e ci sarei andato incontro all’incendio se non avessi beccato un ragazzo che camminava verso sud e mi avesse avvisato dell’accaduto. Ho incontrato due signori poco piú avanti, alla prima strada asfaltata e ho chiesto loro altre informazioni. Non sapevano nulla, ma sono stati gentili e mi hanno accompagnato in macchina fino al posto piú vicino in cui prendevano i cellulari e ho potuto confermare che c’è stato un incendio e il sentiero era chiuso per un tratto. Sono quindi andata in auto stop fino ad Etna ed ho ripreso a camminare da lì il giorno successivo.

    Adesso che sono passati diversi giorni, posso riderci sopra a queste disavventure, ma è stato un periodo molto difficile. Ero spesso da sola, sia sotto i temporali che durante l’incendio, e sono stata molto abbattuta, frustrata e spaventata. Per la prima volta da inizio sentiero ho veramente considerato tornarmene a casa e abbandonare tutto. Questo per dire che non ci sono solo momenti semplici, in cui si è felici e spensierati lungo il sentiero. Ed è giusto condivedere che ci sono tanti alti e bassi lungo il sentiero, cosí come ce ne sono in qualsiasi aspetto nella vita.

    Questo è stato uno dei pochi momenti divertenti della settimana, la foto e lo striscione sono cortesia di un trail angel

    Alla prossima puntata, più positiva!

  • Giornate lunghe fra boschi bruciati e traguardi importanti

    Come avevo anticipato, la California del Nord è spesso luogo d’incendi. Questo non vuol dire solo rischio d’evacuazione, ma anche intere zone di foresta bruciate, che a distanza di anni ancora non si sono riprese. Il primo tratto di bosco bruciato è appena dopo Sierra City e risale ad un incendio del 2018. Io l’ho percorso a piedi e non l’ho trovato nè pericoloso nè spiacevole. Molto peggio sono state le aree successive, che sono iniziate subito dopo Belden. Si attraversa quel che rimane di una foresta devastata dal Dixie Fire, il secondo incendio piú grande nella storia della California, durato 105 giorni, che ha bruciato 3898 km quadrati e costretto 9500 persone ad evacuare. Il Dixie Fire è considerato il tratto piu brutto dell’intero PCT. Per quattro giorni consecutivi si attraversano intere zone di alberi bruciati. È interessante perche si riesce a intuire a quando risale l’incendio anche a seconda di quanto è cresciuto dopo. Nelle parti di foresta colpite da un incendio del 2018 si vede che nonostante gli alberi sono ancora tutti morti, ci sono cespugli, qualche fiore e addiritura farfalle. È bello vedere che anche dopo la distruzione totale di questo ambienti,  dopo un po’ la natura si rigenera. Invece, le parti di foresta colpite dal Dixie fire, piú recente, sono ancora completamente devastate. Non c’è nessuna traccia di vita, niente ombra, acqua, neppure qualche insetto. Dopo averci camminato in mezzo per ore, le gambe si sporcano di cenere.

    Esempio di foresta bruciata

    Queste foreste possono essere molto pericolose con il maltempo. Alberi morti vuol dire niente radici profonde e piu probabilità che caschino durante il forte vento. C’è chi chiama gli alberi carbonizzati  “widowmaker”, ovvero “fabbricatori di vedove”, riferendo al fatto che c’è stata in passato qualche vittima. Spesso ho dovuto camminare piu del dovuto per cercare posto campeggi lontano dai widowmakers. È stato il caso di Outlook Rocks, dove io e altre persone con la mia stessa idea ci siamo accampate sopra delle rocce molto piatte e panoramiche, unico posto lontano dagli alberi, ma per raggiungere Outlook Rocks ho dovuto fare ben oltre 25 miglia.

    C’è pochissima gente sul sentiero in questo tratto. I gruppi pian piano si sono sparpagliati e ho l’impresssione che molti saltano questo pezzo. È un peccato, perche comunque c’è stata qualche sorpresa. Prima di tutto c’è un posto iconico, il pilastrino di marmo che indica che siamo a meta del PCT. Già dopo 1325 miglia, 3 mesi abbondanti, sono appena arrivata a metà sentiero e sono ancora in California. L’ho raggiunto il mio novantanovesimo giorno di cammino. Vorrei poter dire che ero euforica e soddisfatta, ma la verita è che ero semplicemente stanca. Il segno di metà strada si trova nel bel mezzo delle foreste devastate dal Dixie Fire, uno dei tratti piu brutti e difficili di tutto il cammino, per ora solo le pale eoliche vicine a Tehachapi sono state peggio. Dopo intere giornate in cui camminavo fra boschi bruciati e facevo piu km di quanto volessi, sono arrivata a questo traguardo poco contenta. Era una mattina uggiosa e umida e io non avevo niente con cui festeggiare. Indovinate un po’? Un paio di ore dopo attraverso una strada asfaltata e trovo una tavola imbandita da trail angels con insalate varie, griglia per fare panini e una simil gelatiera per fare milkshake. Mi ha completamnete migliorato la giornata. A volte, non bisogno pianificare tutto nei dettagli, bisogna lasciare che sia il sentiero a sorprenderti.

    Siamo a metà PCT!

    Il giorno successivo era il mio centesimo giorno di cammino. Per l’occasione ho avuto la mia giornata piu lunga fin ora, ben 26.2 miglia, o 42 km abbondanti, la mia prima maratona sul sentiero! Ero a Lassen, un parco naturale che una volta doveva essere stato molto bello, ma come tutto in queste zone, è stato colpito da incendi. È un parco vulcanico, la montagne di queste zone sono tutti d’origine vulcanica. Ho visto sia un geyser che un lago solforico, panorami che non mi aspettavo di vedere su questo sentiero. E per una coincidenza fortunata, quasi come per festeggiare il mio centesimo giorno di cammino, sono finita su YouTube, su un canale che fa contenuti sul PCT!

    Il giorno dopo è stato altrettanto lungo, ma quello dopo ancora ho camminato solo mezza giornata, fino ad arrivare al Burney Mountain Guest Ranch, un posto super accogliente, con piscina, ottima cena a buffet e staff molto gentile. Ho dormito in una vecchia stalla, convertita un un posto in cui adesso i camminatori possono accamparsi.

    Domani si va a Burney!

  • Nessuno parla mai della California del Nord

    Per essere la seconda sezione piú lunga di tutto il sentiero, della California del Nord, o NorCal, se ne sente parlare poco. Tutti sono a conoscenza del caldo del deserto, delle montagne della Sierra Nevada, delle zanzare in Oregon e delle piogge a Washington, ma pochi sanno cosa aspettarsi da questa parte del sentiero. Già sulla lunghezza del NorCal sorgono certi dubbi. Ufficialmente sono 600 le miglia che vanno da South Lake Tahoe fino al confine con l’Oregon, ma ogni anno queste zone sono fortemente colpite da incendi, obbligando i camminatori a saltare o raggirare parti del cammino. Ci sono anni che la California del Nord dura 600 miglia, ma altri che ufficialmente se ne potevano percorrere molte di meno. Quest’anno il NorCal sembrerebbe abbastanza integro, ma la stagione degli incendi deve ancora iniziare, di solito esplode ad Agosto. L’obiettivo per chi come me ha iniziato a percorrere questo tratto a luglio inoltrato è quella di fare queste miglia piú velocemente possible, prima che gli incendi stagionali impediscano il passaggio.

    Forse perche gli incendi lasciano traccia sul sentiero per anni, forse perche ormai siamo tutti abituati ai panorami spettacolari della Sierra, il NorCal è considerato il pezzo di sentiero meno interessante di tutto il PCT. Se uno non ha tempo di completare tutto il percorso, di solito questo è il tratto che salta. Probabilmente per questo si sente parlare poco della California del Nord, perche c’è chi la fa di corsa e chi la salta completamente.

    Tipico panorama del NorCal, crinali di montagne, alberi e tanti fiori

    Ho iniziato questa sezione di sentiero il 10 luglio e sono stata accolta con due brutte notizie. Fa piú caldo che non nel deserto e c’è tanto dislivello quanto nella Sierra, anche se siamo a quote piú basse. Peró non ci sono solo aspetti negativi. La zaino è molto piú leggero. Ho tolto piccozza, ramponcini e vestiti invernali, fra qualche giorno posso restituire il contenitore cibo a prova di orsi, che avevo noleggiato. Non siamo piú isolati come nella Sierra, quindi non è piu necessario portare provviste di cibo per una settimana alla volta e posso mangiare cibo piú fresco e gustoso.

    Sono partita in solitaria da South Lake Tahoe. La prima settimana nel NorCal è stata paesaggisticamente spettacolare. I primi due giorni sono stati in Desolation Wilderness, un’area protetta. I giorni successivi ho camminato nella Tahoe National Forest fino ad arrivare a Sierra City. Appena dopo ho fatto una piccola deviazione per salire sulla Sierra Buttes Fire Lookout, una torricella d’avvistamento con vista sulle montagne circostanti. Ho avuto un sacco d’incontri con animali. Questa settimana ho visto due orsi e tantissimi caprioli, che sono simpatici fin quando non iniziano a leccarti lo zaino.

    I caprioli sono ovunque, sia sul sentiero che nei parcheggi dei supermercati

    Avere uno zaino piú leggero mi permette di percorrere distanze maggiori. Per la prima volta da inizio sentiero ho camminato piú di 25 miglia, ovvero 40 km. C’è chi percorre queste distanze fin dall’inizio, ma io non avevo nessuna fretta ed ero intenzionata a godermi il percorso.  Anche se tutti noi camminatori abbiamo lo stesso scopo, seguiamo regole e routine un po’ diverse. C’è veramente chi vive il sentiero come una sfida sportiva e cerca di fare piú strada possible, ma io preferisco di gran lunga prendermi tutto il tempo necessario. Purtroppo peró adesso sono arrivata in una fase in cui gli impegni futuri, i possibili incendi, le probabili nevicate autunnali e la scadenza del mio visto mi stanno costringendo ad accelerare il mio ritmo di camminata. Anch’io, come quasi tutti, sto cercando di attraversare quel che manca della California il piú velocemente possible, per arrivare finalmente in Oregon, ma la strada è ancora lunga.

    A presto!

  • Perché tutti i camminatori vanno agli uffici postali?

    Era il 10 luglio quando, appena uscita dall’ufficio postale di South Lake Tahoe, in cui ho spedito tre pacchi, ho comunicato ai miei genitori che, se non ci fossero stati problemi alla dogana, sarebbe arrivato a casa loro un pacco contenente la mia piccozza e i miei ramponcini. Oggetti che, non ho alcun dubbio, possono tornare loro molto utili, visto che è pieno di ghiacciai a Verona, soprattutto a luglio.

    All’ufficio postale eravamo in cinque persone in coda per spedire dei pacchi, di cui tre eravamo camminatori del PCT. Gli uffici postali di queste cittadine lungo il cammino sono indispensabili per la programmazione e buon riuscita del viaggio.

    Il motivo principale per cui i camminatori vanno in posta è per spedire o ritirare provviste alimentari. Ci sono due modi principali per fare rifornimento di viveri lungo il sentiero, uno si tratta semplicemente di andare al supermercato, invece l’altro non è altro che ritirare un pacco di cibo preparato tempo addietro e spedito a un determinato ufficio postale che di solito lo tiene fino a quando il camminatore viene a ritirarlo. È abbastanza raro che il sentiero passi direttamente da un supermercato ben fornito, motivo per cui si deve fare autostop per andare fino al negozio più vicino. Invece, è abbastanza diffuso trovare uffici postali o altri stabilimenti disponibili a tenere un pacco. Una volta, spedirsi pacchi postali contenenti provviste era l’unico modo di avere accesso a del cibo lungo il sentiero, ma adesso che il PCT sta diventando sempre più popolare è molto più diffuso trovare dei piccoli negozietti abbastanza forniti nelle località di solito frequentate dai camminatori.

    Un mio pacco contenente provviste alimentari

    Non è scontato capire come funziona il meccanismo, quando vale la pena inviare un pacco e quando invece conviene comprare direttamente. Ho visto un sacco di tabelle Excel di persone più organizzate di me in cui segnano in che giorno prevedono di arrivare in quale località, di quanto cibo hanno bisogno e che uffici postali convengono. Organizzare in anticipo cinque mesi di provviste non è per niente banale, motivo per cui la maggior parte dei camminatori non lo fa e si rassegna a mangiare quel che trova nei negozi lungo il sentiero. Secondo un sondaggio condotto da Halfway Anywhere, un sito molto popolare dai camminatori del PCT, nel 2024 meno del 12% dei camminatori ha usato prevalentemente pacchi postali per fare rifornimento di cibo, un altro 12% ha usato solo i supermercati e il 76% ha fatto un misto d’entrambi. Di solito, è solo chi ha particolari allergie e diete molto restrittive che usa prevalentemente il sistema di spedizione.

    Dati e grafico di Halfway Anywhere

    Se si sceglie di fare affidamento alle poste e così evitarsi problemi legati all’autostop, ci si può preparare i pacchi contenenti il cibo sia prima della partenza per il cammino, sia durante il cammino. Nel primo caso, si creano tutti i pacchi all’inizio e si affida a una persona, residente negli Stati Uniti, il compito di spedirli tutti agli uffici postali di riferimento, con le giuste tempistiche, visto che, di solito, gli uffici postali tengono il pacco per 2-4 settimane massimo. Nel secondo caso, a volte si approfitta di un supermercato ben fornito per comprare più provviste del necessario e spedire quelle in eccesso più a nord, in una località in cui si sa che il supermercato è sprovvisto o molto caro. È quello che ho fatto io a South Lake Tahoe, quando ho approfittato di Grocery Outlet, un supermercato molto più economico e ho fatto una spesa doppia, inviando tutto quello che non mi sarebbe servito più a nord, a Belden.

    Di solito, chi si invia pacchi, soprattutto se preparati in anticipo, mangia un po’ più sano ed equilibrato, perché ha più scelta di alimenti al momento di fare la spesa. Altro punto a favore, se uno fa la spesa all’inizio e compra in grosse quantità spesso sa quanto spende, al posto di chi compra da negozi che essendo in posti isolati, sono spesso carissimi. Oltre allo sforzo organizzativo notevole, ci sono due problemi grossi legati ai pacchi di provviste. Il primo è che è difficile prevedere quanto uno mangerà e di cosa avrà voglia lungo il sentiero. Il fabbisogno calorico giornaliero è molto diverso da quello di cui uno è abituato, ed è difficile prevedere l’esatta quantità di cibo necessario. Fra l’altro, dopo un po’ che si mangiano gli stessi alimenti, per mesi alla volta, d’altronde non c’è tantissima scelta di cibi leggeri, calorici e a lunga conservazione, ci si stufa e si arriva a non tollerare più certi alimenti che una volta potevano dar soddisfazione. A me questa cosa è successa con il cous cous: l’ho mangiato quasi tutti i giorni a pranzo per due mesi di fila e ora non esagero quando dico che mi viene la nausea solo a guardarlo, se lo ritrovassi in un pacco di provviste non lo toccherei neanche. L’altro problema legato alle spedizioni di pacchi è che spesso bisogna cambiare i propri programmi a seconda degli orari di apertura degli uffici postali. Anche se le poste sono pienissime nella stagione dei camminatori, non fanno straordinari, sono quasi sempre chiuse la domenica, aprono tardi e chiudono presto. Tanta gente deve accelerare o rallentare il ritmo di camminata. E, per ora non ho avuto brutte sorprese, ma può capitare che il pacco si perda, arrivi in ritardo o l’ufficio postale decida di sbarazzarsene se è passato più di un mese e nessuno l’ha ritirato. A meno che uno non abbia particolari esigenze alimentari, io sconsiglierei di usare prevalentemente pacchi per fare rifornimento di cibo, almeno per la tratta della California. Io per ora me ne sono inviati soltanto due, entrambi preparati lungo il sentiero, anche se prevedo di inviarne qualcun altro più a nord.

    Il mio pacco, ritirato a Tuolonme Meadows. Il ragazzo delle poste era talmente orgoglioso dell’etichetta con il mio cognome che aveva creato che non ho avuto il coraggio di dirgli che ha fatto un errore e che io mi chiamo Girardi, non Giraldi

    Se qualcuno è stato attento, ha notato che all’inizio del post io ho spiegato che ho inviato tre pacchi dall’ufficio di South Lake Tahoe. La piccozza a casa dei miei genitori, mentre le provviste alimentari più a nord. E il terzo pacco allora? Si tratta dalle “bounce box”, la scatola che rimbalza. Sí, perché non ci sono solo provviste alimentari in eccesso. La bounce box è una scatola contenente generi vari che uno non si vuole portare nello zaino per certe tratte, ma potrebbe comunque averne bisogno in futuro. Per esempio, io ho iniziato il sentiero con due paia di pantaloni da camminata, uno lungo e uno corto. Dopo un po’ mi sono resa conto che preferivo quelli corti per il tratto del deserto, quindi ho inviato quelli lunghi a Kennedy Meadows, dove li ho ripresi, visto che preferivo quelli lunghi per fare il tratto di Sierra Nevada sulla neve. La “bounce box” appunto rimbalza, ti segue lungo il cammino, uno la apre, tira fuori quello di cui ha bisogno, mette dentro quello che non si vuole più portare appresso e la rispedisce. Oltre ai pantaloni lunghi, io nella bounce box ci ho messo lenti a contatto di riserva e un libro che avevo iniziato a leggere, volevo finire e non volevo portarmi sulle spalle, ma se ho tempo in città leggo un paio di capitoli. A South Lake Tahoe ho aggiunto nella mia bounce box tutti i vestiti invernali che ho usato nella Sierra Nevada, non prevedo di usare questo mese, ma potrebbero tornare utili più a nord. Ognuno mette cose diverse nella sus Bounce box. Ho visto due ragazze che hanno messo dei vestiti carini, così da usarli ogni volta che sono in città e so di un’altra ragazza che si è messa dentro la tinta per capelli.

    Cosa si scrive sulla scatola? Il proprio nome sia come ricevitore che come mittente, General Delivery, che indica che il pacco venga trattenuto all’ufficio postale, una data d’arrivo indicativa (EST or ETA) e la scritta “Please hold for PCT hiker”, che vuol dire mi raccomando trattenere il pacco per un camminatore di PCT.

    Ecco, per oggi è tutto. Ci risentiamo per un resoconto della California del Nord!

  • Ultima settimana nella Sierra, da Tuolonme Meadows a South Lake Tahoe

    L’ultimo tratto della Sierra Nevada sono 150 miglia, da Tuolonme Meadows a South Lake Tahoe, che io ho percorso in poco più di otto giorni. Non è necessario farle tutte in un colpo solo, la maggior parte dei camminatori fa tappa a Kennedy Meadows North, per far rifornimento di viveri. Io ho deciso di saltare questa tappa intermedia. Avevo provviste a sufficienza per almeno 8 giorni ed avevo accumulato un po’ di ritardo rispetto alla mia tabella di marcia, dovuto al fatto che ho trascorso qualche giorno in più a Yosemite. Fra l’altro, ho pensato che questo è l’ultimo tratto della Sierra Nevada e volevo godermelo appieno, approfittando un’ultima volta della sensazione di pura libertà e lontananza da centri urbani, sensazione che solo la Sierra Nevada riesce a fornire.

    Panorami della Sierra

    Volevo anche una sfida personale, 8 giorni e mezzo nella natura sono impegnativi logisticamente, fisicamente ed emotivamente. Appena ho iniziato il sentiero, nel lontano aprile, si faceva tappa in un centro abitato circa ogni 3 o 4 giorni. Grazie alla Sierra, mi sono abituata a tratti più lunghi, che vuol dire zaino molto più pesante e necessità di migliori capacità organizzative, visto che non è assolutamente banale portare la giusta quantità di cibo.

    Ultime vedute sulla Sierra: il panorama è meno maestoso, più verde

    C’è stato un fenomeno strano in questi giorni. È arrivata una quantità di zanzare incredibile, a momenti ne avrò avute un centinaio addosso, assolutamente insostenibile. Ogni estate, appena dopo che la neve si è sciolta, arriva un’ondata di zanzare, che si solito dura 2-3 settimane. Devo dire che fra i due fenomeni preferisco di gran lunga la neve. Nonostante la neve sul sentiero rallenti molto, mi ricordo il caso di Muir Pass, 8 miglia percorse in 8 ore, è stato anche piacevole per me poter avere l’opportunità di imparare ad usare piccozza e ramponcini. La zanzare invece ti costringono a correre lungo il sentiero. Ho dovuto indossare una retina sul viso e un impermeabile, visto che le zanzare pungono attraverso i vestiti normali e alle cinque del pomeriggio mi sono chiusa in tenda. Per fortuna, il grosso delle zanzare è finito dopo il Dorothy Lake Pass e speriamo non ricapiti più. Se il fattore persiste, veramente diventa difficile camminare. Non oso immaginare chi si becca a pieno tutta la stagione delle zanzare, rischia di rovinarsi completamente l’esperienza della Sierra.

    Panorama da dove ho dormito una notte. C’era un sacco di vento, ma vento forte vuol dire niente zanzare

    Visto che questo tratto nella Sierra è un po’ meno remoto,  ho avuto ben 3 episodi di Trail magic. Uno è stato a Sonora Pass, in occasione del 4 luglio, festa dell’indipendenza americana. Gli altri due sono stati a Carson Pass e al campeggio di South Lake Tahoe. Poi, possiamo chiamare Trail magic anche questo, sono stata ospite dai genitori di Allie, miei lettori accaniti. Erano venuti a visitare Allie a South Lake Tahoe, visto che lei conclude qui il suo cammino. Ci tengo a ringraziarli per l’ospitalità e l’entusiasmo con cui mi hanno accolta.

    Spiaggia a South Lake Tahoe. Quasi mi sembrava di essere in vacanza

    La cosa più impegnativa di questa settimana è stato percorrere questo tratto in gran parte in solitaria. I primi cinque giorni ho camminato e campeggiato praticamente sempre da sola, addirittura ho passato 24 ore senza vedere nessun altro essere umano. Gli ultimi tre giorni, mi sono unita ad un gruppetto di ragazze e, anche se raramente, mi è capitato d’incontrare qualcuno altro lungo il sentiero. Il problema dell’essere soli è che sei sempre in balia dei tuoi pensieri, non si riesce a scappare. Di solito, quando le persone mi chiedono perché ho deciso di percorrere il PCT, rispondo che, oltre ad avere voglia di affrontare un’ avventura, avevo anche bisogno di un po’ di tempo di pensare al mio futuro e a cosa volessi fare nella vita. E tutti i non-camminatori mi rispondono: “Ne avrai di tempo lungo il sentiero per pensare a queste cose!”. A dir la verità, di tempo disponibile per meditare sul senso della vita ce ne è gran poco lungo il sentiero. Ne parlavo con altri camminatori. Almeno il 50% del tempo, penso a cose molto più pratiche, prime fra tutte cibo, acqua, campeggio e chilometraggio. La maggior parte delle mie energie mentali le uso per rispondere a domande come quanta acqua filtrare, di quante calorie ho bisogno e quanti chilometri mancano, domande che, di solito, uno non si pone nella vita di tutti i giorni. Il resto del tempo ho pensieri confusi, simili a quelli che uno si fa prima di addormentarsi, un misto di ricordi d’infanzia, sogni futuri e ritornelli di canzoni che non ho sentito in 10 anni, ma per qualche strano motivo passano per la mente e non se ne vogliono andare. Sarà all’incirca un 10%, forse 20% in una giornata particolarmente lucida, che riesco ad avere pensieri più profondi.

    Questa settimana, quando non stavo pensando a cosa avrei voluto mangiare a colazione appena arrivata in città, ho avuto due piccole rivelazioni. La prima è che voglio, in qualche forma, continuare a scrivere. Non me l’aspettavo, ma è un modo, allo stesso tempo intimo e pubblico, che mi permette d’esprimere e che mi dà libertà e soddisfazione. È questo l’ho scoperto anche grazie all’esercizio quotidiano di trascrivere i miei principali pensieri della giornata.

    La seconda cosa che ho imparato, la ho imparata guardando chi mi sta attorno. Fra i camminatori, io sono fra i più giovani. Per me, in fondo, è stato semplice trovare il tempo di fare questo sentiero, forse perché non c’è niente di troppo importante che mi aspetta. Invece sono circondata da gente più vecchia che ha dovuto fare rinunce molto più grosse per fare questo cammino. Questo forse dimostra che il tempo di fare il PCT, o qualsiasi altra attività, il tempo di seguire il proprio sogno nel cassetto, se uno vuole, lo trova. Ed è vero che, in media, si tratta di gente agiata che può permettersi di non lavorare per sei mesi, ma è anche vero che non tutti vengono da situazioni semplici. Ho conosciuto due persone che si sono incamminate dopo aver perso in modo inaspettato il lavoro e altre due che si sono incamminate dopo aver scampato per un pelo a gravi problemi di salute. C’è veramente chi usa il sentiero come riscatto da una vita in cui qualcosa non va. Ed è bello vedere tanti esempi di persone che riescono a trovare un senso nelle proprie giornate al di fuori da quello che la gente si aspetta da loro e riescono a svincolarsi da uno stile di vita fatta di routine, che alla lunga, potrebbero diventare alienanti.

    Uno degli ultimi tramonti della Sierra

    Ma adesso basta parlare di me e dei miei pensieri. Il paesaggio sta cambiando. Sono finite le cime innevate, le montagne maestose, i guadi pericolosi. Ci sono più alberi e più verde, sono aumentati i fiori. I saliscendi sono un po’ più dolci. La California del Nord, o Norcal, sta arrivando.

    Io che festeggio le 1000 miglia! A dir la verità, finita la Sierra sono arrivata a 1093.

  • Yosemite

    Yosemite è uno dei parchi naturali più famosi e visitati del paese. Il PCT lo attraversa da sud a nord per 80 miglia scarse, ma non passa da Yosemite Valley, la valle con le formazione rocciose e le cascate più famose. Siccome non so quando mai avrò l’opportunità di visitare Yosemite, ho deciso di allungare di un paio di giorni la mia visita, facendo una piccola deviazione.

    Ero partita da Mammoth il 25 giugno e ho camminato con due ragazze, Allie e la sua amica Johanna, fino a Tuolonme Meadows, dentro i confini del parco, il 27 agosto. Ho poi passato la serata del 27, il 28 e il 29 a Yosemite Valley, l’area del parco piú frequentata dai turisti. Infine, il 30 mattina sono tornata a Tuolonme Meadows, per riprendere a camminare un altro paio di giorni, prima di uscire dai confini di Yosemite il 3 luglio. Ho avuto così modo di sperimentare due realtà completamente divese: Yosemite famoso e Yosemite sconosciuto.

    Yosemite famoso è una specie di Disneyland, con tanto di code, bambini urlanti e gelati alla modica cifra di 11 dollari. C’è un servizio di autobus che porta fino ai posti più iconici, ci sono visite guidate, gruppi organizzati, negozi di souvenir, ristoranti e accomodation per tutte le tasche, dai campeggi a 10 dollari a piazzola fino a stanze d’albergo a 800 dollari la notte. Io sono stata al Camp 4, il campeggio degli arrampicatori, in cui, una mattina presto, ha deciso di farci visita un orso. È stato il mio primo avvistamento d’orso, sul sentiero sono molto più timidi.

    Mi raccomando: non lasciare mai il cibo in macchina

    Ho raggiunto la Yosemite Valley, da Tuolonme Meadows, in autostop. Ci sono tre tipi principali di veicoli che entrano a Yosemite: automobili sportive a noleggio, campervan per le famiglie in vacanza e furgoni con tutto il necessario per l’arrampicata. A me il passaggio me l’ha dato una famiglia in camper. Yosemite è talmente grande che da dove ho lasciato temporaneamente il PCT, fino al campeggio dove sono stata un paio di notti, ci sono volute quasi due ore di macchina. Ho passato i giorni successivi a fare la turista. Il primo giorno l’ho dedicato a visitare alcuni dei posti famosi di Yosemite. Io e un’altra camminatrice, Emma soprannominata Vampire, abbiamo deciso di fare colazione all’Ahwahnee, l’albergo più lussuoso di tutto il parco. È stata un’esperienza piacevole e divertente. Diversi camminatori ne approfittano della colazione a buffet, aperta anche a chi non ha passato la notte nell’albergo, per fare rifornimento d’energie. Abbiamo ricevuto qualche occhiataccia da chi frequentava l’hotel, e stonavamo un po’, due ragazze vestite sportive che non si lavavano da diversi giorni, nel mezzo di persone molto agiate e vestite di tutto punto. Se non altro, i camerieri sono abituati a vedere camminatori del PCT e ci hanno accolto bene. Penso che se tutto i clienti dell’albergo mangiassero la quantità di cibo che abbiamo mangiato noi per colazione, l’albergo andrebbe in bancarotta.

    Colazione all’Ahwahnee

    Nel primo pomeriggio sono andata a vedere El Capitán. Chi conosce un minimo d’arrampicata, ha sentito sicuramente parlare di “El Cap”, una roccia alta 2300m, monumento iconico, probabilmente la palestra di roccia più famosa al mondo. Per intenderci, è dove c’è la via che Alex Honnold ha scalato senza corde, documentata nel film “Free Solo”. Yosemite è una meta di pellegrinaggio, la “terra promessa” per gli arrampicatori e chi aspira a diventarlo. In tutto il parco, si vedono ragazzi e ragazze che si portano dietro corde, imbraghi e materassini da bouldering, con la speranza di combinare qualcosa nel posto che le guide descrivono come il luogo in cui è stata inventata l’arrampicata moderna.

    L’iconico “El Cap”

    Il secondo giorno a Yosemite, ho percorso una delle camminate più famose degli Stati Uniti: Half Dome. Si tratta di un percorso di 25 km che culmina con un tratto quasi da ferrata, una salita ripidissima in cui bisogna appoggiarsi a due cavi. L’ultimo tratto è molto esposto e più pericoloso di quel che pensassi. È stata una bella esperienza. Dalla cima di Half Dome si vedeva un panorama straordinario, su tutta Yosemite. È considerata una delle camminate più suggestive e difficili degli Stati Uniti, ma per me è stata una passeggiata. Con uno zaino molto più leggero del solito, sfrecciavo fra tutti i turisti, gente che non ha passato gli ultimi due mesi a camminare. È stata una piccola rivincita. Mentre sul PCT sono decisamente più lenta della media, a Yosemite non c’era nessuno che mi poteva stare dietro.

    I famosi e pericolosi cavi di Half Dome: quasi nessuno usa l’imbrago

    Non c’è dubbio che Yosemite famoso sia spettacolare. C’è di tutto: cascate, formazioni rocciose, animali. È assolutamente splendido e immancabile. Ma è anche vero, che è super affollato e a tratti, ti sembra di essere all’interno di un parco divertimenti. Bisogna farsi strada fra gente che porta jeans e infradito, ci sono automobili quasi ovunque e tantissimi negozi, che stonano con il paesaggio. Dopo due mesi che vivo all’aperto, mi è sembrato strano ascoltare il russare dei miei vicini al campeggio, fare la coda per andare in bagno o vedere tanta gente sui sentieri, la maggior parte completamente impreparata.

    Panorami di Yosemite famoso

    La mia visita a Yosemite sconosciuto è stata completamente diversa. Sicuramente sono entrata a Yosemite in un modo molto più insolito rispetto alla stragrande maggioranza dei turisti. Sono arrivata a piedi attraverso il Donohue Pass, l’ultimo dei passi impegnativi della Sierra. A parte le due ragazze con cui stavo camminando, non ho visto nessun altro. Non c’erano strade asfaltate, bar, parcheggi, cartelli stradali, come ne ho poi visti tanti. Sul Donohue Pass c’erano due chiazze di neve, granito, un piccolo ruscello e una targa, che indicava l’entrata nel parco. Ero super soddisfatta di essere arrivata. Sentivo che mi meritavo più di tutti i turisti di essere a Yosemite, perché sono venuta a piedi dal Messico.

    Luogo in cui ho passato la prima notte a Yosemite

    Ho passato all’incirca quattro giorni sul tratto di PCT che attraversa Yosemite. Il panorama è stato stupendo. Anche qui, come nella Yosemite Valley, ci sono state cascate, radure, formazioni rocciose e qualche animale, ma non c’è nessuno su questi sentieri. Appena si va oltre il classico giro fatto dai turisti, si trovano panorami altrettanto belli, ma nessuno li frequenta. Ho fatto il bagno in un lago dall’acqua cristallina e mi sono accampata sul crinale della montagna, sembrava che il parco fosse tutto per me, altro che le code che ho visto nei giorni precedenti! Non sapevo il nome delle valli e delle rocce, perché non sono state fotografate tanto come quelle della Valley, ma meglio così. Non ditelo troppo in giro: meglio mandare i turisti nella Valley e lasciare il meglio del parco ai camminatori più avventurosi, a chi non ha paura di rinunciare agli agi moderni per godersi a pieno quello che la natura ha da offrire.

    Panorami di Yosemite sconosciuto
  • Differenze tra l’ “outdoor backpacking” americano e l’andare in montagna italiano

    Una notte troppo fredda e ventosa per i miei gusti, a più di 3000 m d’altitudine, vicinissima al Mather Pass, mi è capitato di pensare quanto avrei preferito avere un tetto sopra di me, al posto di una tenda in cui ho dovuto tenere fermi i pali, per paura che il vento la facesse crollare o, ancora peggio, la strappasse. Mi è venuto in mente che l’ultima volta che ho visto un tetto vero e proprio era stato tre giorni prima e ce ne sarebbero voluti altri quattro prima che arrivassi a vedere un qualsiasi segno di civiltà. Così è l’esperienza dei camminatori del PCT e in molti altri sentieri negli Stati Uniti: si tratta di sopravvivere e godersi territori remoti, assolutamente non attrezzati, e si ha la sensazione di essere completamente isolati dal resto del mondo.

    Proprio in questa situazione, una notte troppo fredda per dormire bene, accampata in una valle raggiungibile solo a piedi con tre giorni di cammino, mi è venuto in mente quanto questa situazione sia irripetibile in, probabilmente, gran parte dell’Europa. In montagna, in Italia, ci sono sempre rifugi, camminatori giornalieri, spesso strade asfaltate non troppo distanti, comunque raggiungibili in almeno un paio d’ore. C’è un abisso fra come gli statunitensi vivono la montagna e la natura e da come si solito la frequentiamo noi europei. Dopo più di due mesi che sto sperimentando questa realtà, penso sia giunto il momento di proporre una mia riflessione a riguardo.

    La prima differenza è ovvia: si tratta dello spazio a disposizione. Gli Stati Uniti sono molto più vasti, decisamente meno abitati. I “grandi spazi” degli Stati Uniti, soprattutto nell’ovest, non sono una trovata dei film western. Ci sono intere zone abitate pochissimo, in cui la presenza umana ed urbana è molto limitata. Basta pensare che le guardie forestali, che a volte passano intere stagioni nella Sierra Nevada, si devono far portare le provviste con dei muli. I cellulari non prendono per settimane intere. Le zone abitate più vicine potrebbero trovarsi a giorni e giorni di cammino. Nel caso di difficoltà non è detto che si trovi qualcuno che possa fornire aiuto. Quasi tutti i camminatori che ho conosciuto si portano dietro un GPS satellitare, unica connessione con il mondo esterno, da usare in caso d’emergenza.

    Questo aspetto è molto diverso rispetto all’Europa. Una densità abitativa molto maggiore fa si che anche i posti più isolati, le aree protette o i parchi nazionali, sono molto più raggiungibili e la presenza umana è molto più  preponderante. Spesso c’è sempre qualche paesino o insediamento urbano nelle vicinanze. È rarissimo, in montagna, non trovare nessun rifugio che offra possibilità di mangiare o dormire. È molto più diffuso fare gite giornaliere, perché ci sono gli sbocchi e i sentieri giusti. Quasi nessun camminatore, neanche fra i più arditi e appassionati, si porta provviste per settimane alla volta, perché non ce n’è bisogno.

    Visto che negli Stati Uniti le camminate giornaliere sono molto meno diffuse perché le aree naturali sono meno accessibili, chi vuole passare un po’ di tempo nella natura, di solito, si deve portare tutto appresso, tenda, zainone e provviste per quanti giorni sia previsto, cosa che di solito neanche gli esperti di montagna fanno da noi. Negli Stati Uniti, spesso è necessario avere un permesso specifico per accedere molti parchi naturali o aree protette, questo per limitare il numero di persone sui sentieri. Certi permessi particolari, per esempio Half Dome a Yosemite, Mount Whitney, qualche sentiero sul Grand Canyon, sono difficili da ottenere e spesso si ricorre a un sistema di lotteria. Quando si ha il permesso di visitare un parco o una zona naturale, solitamente si ha il permesso di campeggiare ovunque in queste zone. Fra l’altro, quando il terreno appartiene al governo federale, Bureau of Land Management (BLM),  tendenzialmente è sempre concesso accamparsi per quante notti si vuole. Questo è molto diverso dalla maggior parte dei paesi europei, dove i campeggi sono quasi sempre già stabiliti, attrezzati e a pagamento. Il campeggio libero, che è il modo più diffuso di fare campeggio negli Stati Uniti, è fatto pochissimo in Europa ed è tendenzialmente considerato proibito o pericoloso. In alcuni paesi europei è completamente illegale (Germania, Paesi Bassi), in altri non è propriamente consentito, ma tollerato (Italia, Francia, Svizzera), in alcuni è consentito con alcuni parametri (Norvegia, Scozia), ma in nessun paese è diffuso e apprezzato come negli Stati Uniti. Basta pensare che solamente con il mio permesso di PCT io ho la possibilità di campeggiare ovunque voglia lungo il sentiero, per centinaia di notti e migliaia di km.

    La seconda differenza che si nota, è la mentalità preponderante con cui diversi popoli concepiscono la natura e gli spazi aperti. Forse perché gli Stati Uniti sono stati fondati da pionieri e da esploratori che pian piano si spostavano verso ovest, si percepisce ancora un certo desiderio di una parte del popolo di esplorare territori inesplorati e selvaggi. Forse, ma queste sono tutte idee mie, la cultura individualista degli Stati Uniti, in cui ognuno pensa per sé e non deve fare conti con nessuno, tanto meno con la legge, la si nota anche nel loro approccio con la natura. In tanti aspetti della società statunitense è in vigore una “legge del più forte”: per via di un welfare state poco sviluppato e un’ eccessiva libertà del mercato, negli Stati Uniti prospera chi ne ha i mezzi e non c’è una rete di salvataggio per chi non riesce. Anche nella natura questo concetto prevale: sopravvive chi ne è in grado. Spesso chi va nel “backcountry”, come lo chiamano loro, lo fa facendo affidamento solo su sé stesso, sulle proprie abilità e sui propri mezzi, non su infrastrutture, come di solito, facciamo noi. Non ci sono mezze misure. Si vive la natura in modo estremo, sapendo che non c’è un tetto sotto cui ripararsi in caso di nubifragio, e non ci sono posti che offrono cibo nel caso sia indispensabile.

    Forse perché nella maggior parte dei paesi europei c’è un’ idea di comunità più forte, si pensa che la montagna e la natura sono un bene da proteggere per tutti e devono essere accessibili a tutti. Ci si può avvicinare alla montagna in modo più graduale, meno estremo rispetto agli Stati Uniti. È molto più diffuso fare camminate alla domenica, esistono gruppi CAI, visite guidate, addirittura una volta, mi è capitato di fare una gita di classe. In media, le infrastrutture e i trasporti pubblici in Europa sono molto più sviluppati, ed esistono autobus e ciclabili che ti portano in montagna. Esistono addirittura certi rifugi accessibili in macchina e funivie che ti portano direttamente in cima alla montagna. Questo sviluppo è dato sicuramente dal fatto che la montagna è più frequentata, ma forse anche perché, in fondo, si pensa che la natura sia un bene comune e quindi va data una possibilità a chiunque di godersela, anche a chi non ne sarebbe in grado altrimenti.

    Non so se queste differenze nel modo di vivere la montagna sono date da fattori pratici, come lo spazio a disposizione, da motivi ideologici o da un misto di entrambi. Non so se sia lo spazio a disposizione che abbia influenzato l’ideologia prevalente o viceversa, l’ideologia esistente ha fatto sì che lo spazio venga protetto o attrezzato in modi diverso. Non so se questi pensieri possano essere generalizzati a tutto il paese o a tutto il popolo, ma c’è senza dubbio una differenza sostanziale su come l’americano medio e l’europeo medio vive la natura.

    A me il modo estremo statunitense di vivere la natura piace molto e mi si addice di più. In una situazione in cui tutte le attività quotidiane sono scomode, in cui sei sempre a rischio di avere fame e freddo, in cui fai affidamento solo su quello che ti porti sulle spalle, sei in una situazione che ti svincola da tutti gli obblighi imposti dalla nostra società. Per la prima volta in vita mia, ho la sensazione che non devo niente a nessuno. Le uniche regole da rispettare sono le leggi naturali, molto più potenti di qualsiasi tentativo di legge qualcuno abbia mai provato ad inventare ed ad imporre. Si respira un senso di libertà mai provato prima, che a tratti è spiazzante, a tratti inebriante. Questo senso di libertà assoluta, che è quello che rende gli statunitensi tanto orgogliosi del loro paese e il principio di base su cui hanno fondato una nazione intera, io lo ritrovo qui, fra i passi di montagna innevati e i laghi alpini, nel territorio degli orsi e delle marmotte.

    Esempio di rifugio in Italia, sulle Dolomiti. Si può passare una notte al calduccio e gustarsi un buon pasto
    Posto in cui ho dormito sul PCT. Materassino, sacco a pelo e cielo stellato, niente di più!

  • Sei passi in sei giorni: seconda settimana nella Sierra Nevada

    La settimana dal 14 al 21 giugno è stata la settimana dei passi di montagna. Per sei giorni consecutivi ho scalato un passo diverso. In ordine, sono stati Kearsarge, Glenn, Pinchot, Mather, Muir e Selden. Sono stati tutti meravigliosi e impegnativi.

    Questi passi sono sui 3600m d’altitudine. Anche in piena estate, ci sono dei tratti innevati, ed è molto utile, se non necessario, indossare i ramponcini. Bisogna tenere conto delle condizioni della neve e programmare la giornata di conseguenza. Il mattino presto, la neve è solida e ghiacciata, si cammina più velocemente, ma c’è più rischio di scivolare. Dopo che il sole l’ha scaldata, la neve diventa più soffice. Rallenta molto e spesso ti fa sprofondare, in certi casi anche fino alla vita. C’è chi preferisce partire all’alba, e si sveglia prestissimo, addirittura verso le 3 di notte. Io preferisco di gran lunga alzarmi dopo il sorgere del sole e fare i passi con calma. In salita, si ha spesso un forte fiatone, dovuto soprattutto all’altitudine. Tendenzialmente, la discesa è più tecnica e pericolosa, a volte a scendere ci si mette tanto quanto a salire.

    Discesa sul Glenn Pass

    Ogni passo è un piccolo traguardo. La vista dalla cima è meravigliosa, ma il percorso è molto faticoso. Un conto è fare una gita giornaliera con mille metri di dislivello in salita, ma farlo tutti i giorni, per una settimana consecutiva, con uno zaino pesante, è tutt’altra cosa. Questa settimana è stata forse il periodo fisicamente più impegnativo. Il dislivello è costante e il percorso è spesso ripido. Un paio di volte, sia su Pinchot che su Muir, la strada per arrivare in cima non è troppo chiara e sono andata un po’ a zonzo, cercando di trovare le tracce sulla neve.

    Pinchot e Muir: il sentiero non è sempre stato chiaro

    Oltre allo sforzo fisico, ci sono state altre piccole complicazioni. Sono aumentate le zanzare, fastidiosissime. Certi notti sono state molto fredde, con temperature sotto lo zero, nonostante siamo in piena estate. Il pericolo più grosso è senza dubbio il guado di certi fiumi, soprattutto se, come nel mio caso, si è di corporatura minuta. In uno in particolare, la famosa Bear Creek, non c’erano modi migliori di attraversarlo, se non camminare da una sponda all’altra. Mi sono un po’ spaventata: l’acqua mi arrivava fino alla vita e la corrente era talmente forte che ad un certo punto ero veramente convinta mi potesse ribaltare.

    Bear Creek

    Dopo sei giornate impegnative, la settima sono arrivata al Vermillion Valley Resort, un campeggio e ristorante accessibile solo attraverso un sentiero o un traghetto. È un posto frequentato da camminatori del PCT, camminatori del John Muir Trail e, cosa molto esotica per me, da veri e propri cowboys. In effetti, la più grande sorpresa di questi giorni è stata scoprire che, nel pieno ventunesimo secolo, i cowboys esistono ancora. Non ho capito se si tratta di un lavoro, un’ identità o uno stile di vita, ma i cowboys si riconoscono dal cappello e stivali e, chi l’avrebbe mai detto, di solito hanno molto successo con le ragazze.

    Panorami degli ultimi giorni di cammino, prima di Mammoth

    Dopo VVR, ho ripreso a camminare per un altro paio di giorni, fino ad arrivare, la mattina del 23 giugno, a Mammoth, altra località sciistica in cui ho passato una giornata con vari amici conosciuti lungo il sentiero. Era il compleanno di Allie e abbiamo festeggiato in modo singolare. Oltre alla torta, c’era una pignatta che abbiamo rotto non usando una mazza, ma una piccozza da ghiaccio. Questa penso dovrebbe diventare una tradizione dei camminatori del PCT.

    Nonostante tutte le difficoltà, questo tratto del percorso è stato assolutamente straordinario, senza dubbio fra i più belli da inizio sentiero. La Sierra Nevada è stupenda. Ho parlato con un gruppo di californiani, che sostenevano che la Sierra Nevada fossero le montagne più belle al mondo. Essendo casa loro, saranno sicuramente di parte, ma devo dire che sono, senza dubbio, le montagne più belle che io abbia mai visto. Non solo per le cime oltre i 4000m, per le rocce granitiche, i laghi alpini, la presenza di marmotte e orsi, il panorama vasto e inesplorato. L’aspetto più affascinante è senza dubbio l’assenza della presenza umana e la lontananza da qualsiasi centro abitato. Visto che i cellulari non prendono, non arrivano notizie dal mondo vero, anche per settimane intere. Ci pensavo in questi giorni, dopo che mi è arrivata, con tre giorni di ritardo, la notizia che gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran. Mentre giornali, canali YouTube, reti sociali raccontavano la notizia in modo frettoloso e melodrammatico, i camminatori lungo il sentiero prendevano il sole, ignari di tutto. Sul sentiero non c’è spazio per la preoccupazione di quel che avviene nel mondo esterno. Si vive in modo più semplice, pensando solo al futuro prossimo, cosa si mangerà stasera o quanti chilometri fare domani. In un mondo talmente frenetico, diviso, dominato da correnti di pensiero guerrafondaie e avare, è un’esperienza strana vivere questo tratto di sentiero nella Sierra Nevada, così lontano dai mali della nostra società. Da un lato spaventa non sapere quel che accade. Dall’altro è un’ opportunità per ricordare che in fondo i piaceri della vita stanno nelle cose semplici, come fare il bagno nel lago o vedere le marmotte lungo il sentiero. Si prova una sensazione di libertà difficile da ricreare in qualsiasi altro contesto. Ti senti veramente in sintonia con la natura. E mi sono chiesta, più volte, quanti problemi si potrebbero evitare se molte più persone si ricordassero che, in fondo, la felicità la fa la possibilità di prendere il sole, respirare un po’ di aria fresca, vedere qualche animale, al posto del conto in banca, i confini territoriali e i risultati delle prossime elezioni politiche.