Conclusione: cosa mi ha dato il Pacific Crest Trail?

Questa riflessione arriva un po’ più tardi del dovuto. Mi sarebbe piaciuto mettere per iscritto le mie sensazioni al termine dell’avventura, con meno ritardo e un po’ più d’accortezza, ma purtroppo la mia vita dopo il Pacific Crest Trail ha ripreso il ritmo frenetico di prima del sentiero, lasciando poco spazio alle possibilità di riflettere sull’accaduto. E’ difficile trovare ispirazione quando la sera non ho più il cielo stellato sopra di me e ormai sono vittima di tutte le distrazioni del nostro mondo. Oggi, 20 ottobre, data che inizio questo post, segna un mese esatto da quando ho concluso il PCT. Mi è sembrato che fosse il caso di metter nero su bianco qualche considerazione sulla fine del sentiero ed il periodo successivo.

Di solito, a chi conclude un sentiero d’escursionismo, soprattutto se della durata di diversi mesi, spetta un periodo un po’ buio dopo la fine del percorso. In inglese la chiamiamo “post-trail depression”. depressione da fine sentiero. Sarà una parola un po’ ingombrante, ma c’è del vero in questo concetto. Dopo mesi che si vive di pura adrenalina, con le endorfine a mille rilasciate dall’attività fisica costante, passare ad una vita più normale, alle prese con obblighi e routine, può sembrare un po’ spiazzante. Se da un lato, le comodità moderne sembrano allettanti, dopo un po’ ci si accorge che si è di nuovo alle prese con gli stessi problemi che si aveva lasciato prima del sentiero. Sebbene avere vestiti puliti, cibo fresco, svegliarsi e non dover smontare la tenda e preparare le zaino, possa sembrare un lusso da non prendere mai più per scontato, si fa in fretta a riabituarsi e nel giro di qualche settimana, si è sopraffatti dalla noia di una vita più normale, il fastidio dei mezzi pubblici in ritardo, le code al supermercato, l’insoddisfazione di non avere un traguardo chiaro davanti a sé, un obiettivo o un sogno a cui dedicare sforzi ed energie. La verità è che adesso, a più di un mese oltre la conclusione, l’intero PCT mi sembra talmento lontano e verosimile, che a volte io stessa mi chiedo se effettivamente questa breve, ma non troppo breve, parentesi della mia vita sia realmente accaduta. 

Adesso che il mio sacco a pelo e tenda sono tornati nell’armadio, dove prenderanno polvere almeno fino alla prossima estate, mi sembra opportuno concludere questo blog con un riassunto e qualche considerazione finale. Sto scrivendo da un computer in camera mia, non più dal cellulare, al calduccio nel sacco a pelo. La realtà di oggi è talmente diversa da quella di un paio di mesi fa che mi sembra quasi impossibile pensare che, da Aprile a Settembre 2025, io ho percorso il Pacific Crest Trail, un sentiero d’escursionismo lungo 4265 km, che inizia al confine Messico-Stati Uniti e si conclude con la frontiera Canadese, passando per California, Oregon e Washington. Ci ho messo esattamente 159 giorni per arrivare al terminus, ed un giorno in più per tornare indietro su Harts Pass. 

La mia giornata più lunga sono stati 51 km, in Oregon. Le salite più impegnative sono però state a Washington, dove per tre giorni consecutivi, ho percorso oltre 2000m di dislivello positivo. Il punto più alto raggiunto è stato Mount Whitney, a oltre 4400 m d’altitudine. 

Lo zaino più pesante che ho mai avuto sono stati 18kg, la seconda settimana della Sierra, quando ho dovuto portare cibo per 7 giorni, oltre a piccozza, ramponcini, vestiti invernali e l’oggetto più ingombrante: il contenitore cibo a prova d’orso. La quantità d’acqua maggiore portata lungo il sentiero? 5.5 litri quasi tutti i giorni dell’ultima settimana del deserto, assolutamenti necessari, ma però superati dei 6 litri abbondanti, completamente inutili, che mi ero portata dietro un giorno a inizio sentiero, quando ancora non sapevo prevedere bene di quanta acqua avessi bisogno e nel dubbio, non volevo essere disidratata. L’ oggetto più inutile mai portato: pensate che per oltre due settimane, mi sono portata non uno, ma ben due libri cartacei, che non ho neppure letto. Quando qualcuno ha suggerito che il mio trail name dovrebbe essere “library” biblioteca, ho deciso, a malincuore, di lasciarli ad Agua Dulce, nella speranza che qualcuno possa leggerli sul serio. 

Ribadisco che se ho un rimpianto in questo sentiero, è quello di non aver visto, da vicino, un serpente a sonagli, ma purtroppo questo non dipende da me. So di una ragazza che ne ha visti ben 24. Io però sono stata fortunata con altri animali: ho visto 3 orsi, due coyote, decine di caprioli, scoiattoli e marmotte taglia XXL. Giuro, le marmotte peseranno almeno 15kg, c’è chi le ha scambiate per cuccioli d’orso. 

Quasi tutto il mio materiale è rimasto relativamente integro, o almeno utilizzabile fino a fine del percorso. Ho consumato 3 paia di scarpe, ho cambiato il mio materassino a metà sentiero, ho riparato la mia tenda usando le mie molto limitate abilità di cucito. Non ho mai lavato il mio sacco a pelo in tutto il tragitto, materassino e zaino solamente una volta. E, primato tutto mio, ho usato ben tre cellulari. Il primo si è rotto sotto un temporale, il secondo presumo per lo sbalzo di temperature. Anche questo episodio ha suscitato commenti sul mio possibile trail name. All’epoca ero già Icy, meno male, altrimenti avrei dovuto accettare di essere chiamata “Steve Jobs”. 

Il tempo massimo che ho passato senza veder nessun altro essere umano sono state oltre 24 ore, o sei giorni se escludiamo i camminatori del PCT. Il tempo massimo che ho passato senza farmi la doccia sono stati 8 giorni, senza lavare i vestiti che metto sempre, 9 giorni, senza dormire in un letto, 30 giorni. Le notti più fredde sono state nel deserto, ma anche le ultime a Washington non scherzavano. Il miglior trail magic é stato il milkshake preparato dal Rotary Club di Chester e portato sul sentiero per festeggiare che eravamo arrivati a metà. Il tratto più bello di tutto il sentiero è stato, senza dubbio, la High Sierra, la rifarei domani, meteo permettendo. Il pezzo tecnicamente più difficile è stato l’attraversamento di Bear Creek, un ruscello con forte corrente in cui l’acqua mi arrivava alla vita. Il momento di più grande frustrazione sono state le zanzare a Yosemite. La volta in cui ho avuto più paura è stata quando mi sono svegliata ed ero circondata dal fumo e da un cielo color salmone, appena dopo Chinook Pass. Quasi tutti i giorni sono stati piacevoli, tranne il tratto fra Burney, miglio 1400, a Crater Lake, miglio 1800, quando imprevisti, grandinate, incendio, noia e solitudine mi hanno sopraffatto. Ma tutti i giorni andavo a dormire serena, soddisfatta della giornata e del mio impegno per raggiungere il traguardo, certezza con non ho, come quasi nessuno del resto, nella vita di tutti i giorni. 

Questa serie di dati ovviamente non basta a raccontare cosa ho sul serio combinato in questi mesi e cosa mi porto dietro di questa esperienza. Insomma, oltre ad una serie d’avventure per intrattenere gli amici a cena, cosa mi ha dato percorrere il PCT? Vorrei poter dire che mi ha cambiato la vita e mi ha aperto gli occhi, ma la verità non è questa. Non ho mai interpretato il sentiero come un’opportunità di riscatto da una vita mediocre e non soddisfacente. Io sono andata prevalentemente perché avevo voglia di camminare e volevo cimentarmi in qualcosa d’impegnativo. 

Non posso negare che una sfida l’ho trovata. Oltre allo sforzo fisico con tirate da oltre 40 km al giorno, la parte più impegnativa è stata dover prendere una serie di decisioni costantemente da sola, le cui conseguenze potevano essere di forte impatto. Ho imparato a dovermi fidare di me stessa, perché spesso era l’unica risorsa che avevo. Adesso che va tanto di moda parlare di resilienza e “decision-making”, beh penso che io in tanti anni di studio non le abbia mai sviluppate così tanto così come in un solo pomeriggio, in cui da sola, ho dovuto decidere cosa fare dopo aver scoperto che c’era un incendio a una ventina di km e io ero in mezzo al nulla e non avevo copertura sul cellulare. Ho dovuto imparare a riconoscere le mie abilità e i miei limiti, come affrontare e quando invece convivere con la paura. Tanta strada è passata dalla ragazza che ha iniziato a camminare nel deserto piena di dubbi alla persona che dorme da sola su crinali di montagna sotto le stelle. Penso che questa fiducia e sicurezza in me stessa me lo porterò dietro. La consapevolezza che, dopo aver raggiunto un traguardo così, ormai c’è poco che non sia alla mia portata. E questo è qualcosa di valore per una giovane ragazza di 23 anni. 

Purtroppo, o per fortuna, nella mia nuova fase della vita non devo più filtrare acqua, trovare un posto sicuro per campeggio e prevedere esattamente il mio fabbisogno calorico per un’intera settimana. Certi agi moderni li ho accolti a braccia aperte, altri con più difficoltà. Mi manca poter vivere il momento con più leggerezza. In effetti, sul PCT, ci si preoccupa solo dei problemi veri, carenza d’acqua o temperature glaciali, e si ignorano per un attimo tutte le frivolezze ed ansie del nostro mondo. È qui che sta il vero valore del sentiero. Permette di vivere con spensieratezza e serenità e mettere un po’ di ordine nella propria esistenza, capire cosa sul serio è importante e quando invece non dovremmo sprecare energie. Imparare a seguire i ritmi della natura, in cui ci si rende conto che l’unica vera “deadline” è la neve che prima o poi arriverà, mi ha consentito di capire quanto tutta questa ansia di essere produttivi sia insensata, frivola e dannosa. Nel 21 secolo, in cui tutto è un continuo movimento per ottenere l’efficienza, tutto quel che si fa ha lo scopo di arricchire il proprio CV per diventare non altro che una pedina in una catena di montaggio, questo sentiero mi ha dato l’opportunità, per una volta, di distaccarmi da questo stile di vita predominante e così notare i suoi pregi e difetti. Il sentiero mi ha insegnato ad essere presente al momento, cogliere ogni attimo, e pensare se sto bene adesso, non se quello che sto facendo sarà utile in futuro. 

Sul PCT non ho trovato le risposte che cercavo, cosa volessi fare nella vita e quale fosse la giusta via per me. Ma ho capito che in questo mondo, pochi hanno una via chiara da seguire e tutti sbagliano. Il sentiero è un po’ una metafora della vita: si sbaglia, s’impara, si è spinti da un’idea di traguardo, ma alla fine quel che conta è il tragitto e con chi lo condividi. Percorrere il PCT mi ha dimostrato che nonostante la fase della vita in cui si è, non è mai troppo tardi, o troppo presto, per mettersi in gioco. Sì, perché fra i camminatori che ho incontrato c’era gente appena licenziata e gente all’apice della propria carriera, chi si stava per sposare e chi si è appena divorziata, chi ha appena finito gli studi e chi invece ha appena guadagnato la propria pensione. Quindi sarà molto ovvio, ma se c’è qualcosa che veramente ho imparato lungo il sentiero è proprio questa: non importa in che situazione siamo, se si ha un sogno, che sul serio ci teniamo a inseguire e non invece qualcosa che ci convinciamo di dover raggiungere, il modo di provarci c’è sempre, anche se spesso facciamo fatica a vedere come. E quando ci proviamo, ci rendiamo conto che è la prima volta che viviamo davvero.

Allora, con questo post io vi saluto, la mia storia è finita qua. Ci sentiremo, forse, un giorno, alla mia prossima avventura che chissà quando arriverà. 

Commenti

Una replica a “Conclusione: cosa mi ha dato il Pacific Crest Trail?”

  1. Avatar Una mamma
    Una mamma

    Grazie Alice Yuki, per il bel racconto che hai lasciato, per la scoperta che mi hai fatto fare di un percorso che non conoscevo, in un luogo che non so se mai vedrò. Grazie soprattutto per la speranza, che semini, in una generazione coraggiosa e forte, saggia e imprudente, bella ed essenziale. Questo basta a cambiare il mondo, a renderlo migliore? Io credo di sì, ci spero.

    Buona fortuna per la tua vita, che hai ragione tu, la vita è il percorso, va goduto in ogni momento.

    Con ammirazione, una mamma.

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