Finale sul PCT: dettagli logistici e racconto delle ultime 30 (x2) miglia

Io al Northern Terminus, confine Stati Uniti-Canada, 19 settembre 2025

Quest’anno c’è una novità. Ufficialmente il sentiero finisce al confine Stati Uniti-Canada, dove c’è il Northern Terminus, il monumento che indica la fine del PCT.  Il problema è che il sentiero si conclude nei boschi e bisogna trovare un modo di tornare a piedi nella civiltà e purtroppo, la strada più vicina si trova sul lato canadese, non più accessibile a noi camminatori. Fino al 2024, tutti i camminatori che arrivavano al Northern Terminus attraversavano il confine e camminavano per 12 km fino alla prima strada asfaltata canadese. Noi non abbiamo più questa opportunità. Una volta arrivati al confine, siamo costretti a tornare indietro, e camminare fino alla prima strada statunitense, a circa 50km con abbondante salita dal Northern Terminus. Siamo la prima generazione che deve tornare indietro. Fino all’anno scorso il Canada consentiva ai camminatori del PCT di entrare nel paese attraverso un sentiero fra le montagne. Quindi i camminatori percorrevano i km canadesi fino a Mannings Park, festeggiavano mangiando poutine e sciroppo d’acero e poi andavano in autostop o in autobus fino all’aeroporto di Vancouver.  Era qualcosa di eccezionale: non si faceva nessun controllo di frontiera e non servivano neanche documenti particolari, cosa che non era il caso in nessun altro posto lungo il confine Stati Uniti-Canada, in cui devi sempre aspettare in coda per fare un controllo documenti e a volte, controllo bagagli. Questo strappo alla regola per i camminatori PCT sembrava quasi un premio per le fatiche ricevute, come a dire: “Sei venuta/o fin qui a piedi? Allora ti meriti di entrare”. 

Viste le recenti tensioni politiche fra Canada e Stati Uniti, a Gennaio 2025, il Canada ha annunciato che sospendeva la possibilità ai camminatori di entrare nel paese senza i rigorosi controlli doganali. Nessun camminatore, compresi i canadesi, è più autorizzato a passare il confine in quel determinato punto. E come fa il Canada a controllare che nessuno infranga la legge, visto che siamo in un posto isolatissimo? Beh, semplice, ha installato due telecamere al confine, e fa controlli saltuari. Esattamente 23 ore prima che io arrivassi al confine, è arrivato un elicottero di pattuglia con nove militari armati che hanno chiesto passaporto a tutti i camminatori che stavano festeggiando al confine. Rovinano un po’ il momento e le foto ricordo. Questo per dire che, a volte, la politica si sente anche sul sentiero. 

Dopo più di 4000km, ecco il Canada. Finalmente qualche indicazione in km

Dal punto di vista logistico, dover tornare sui propri passi è abbastanza complesso. Oltre al fatto che allunga di un giorno il sentiero, si arriva in un posto molto più isolato, lontano da aeroporti o città con collegamenti ad aeroporti. Una volta arrivati al confine, si deve tornare indietro fino a Harts Pass, l’ultima strada che si aveva attraversato in precedenza, quando si era diretti verso nord. Purtroppo però la strada che passa da Harts Pass e arriva a Mazama, primo centro urbano, è famosa, a detta della guardia forestale che abbiamo incontrato, per essere la peggior strada di tutto Washington. E’ una strada ripida e sterrata, quando l’ho percorsa io ci siamo dovuti fermare due volte perché abbiamo sentito puzza di freni bruciati. Essendo una strada frequentata solo da chi va a camminare in montagna, le chance di trovare un passaggio sono scarsissime. Fra l’altro non prendono i cellulari, quindi anche mettersi d’accordo con qualcuno che ti venga a prendere è difficile. A tutto questo poi dobbiamo aggiungere il fatto che le persone del luogo sconsigliano ad amici e parenti dei camminatori di venire loro a prenderli, perchè reputano la strada troppo pericolosa per chi non è abituato a guidare sullo sterrato. So di diversi camminatori che hanno dovuto accamparsi a Harts Pass una notte e sono rimasti bloccati oltre 24 ore aspettando un passaggio. 

Una volta trovato il modo di arrivare a Mazama, paese di 158 abitanti, la situazione non si semplifica più di tanto. Non ci sono veri mezzi pubblici per andare da nessuna parte. Seattle, l’aeroporto più vicino, dista più di cinque ore di macchina e bisogna trovare qualcuno disponibile a dare un passaggio. Fra l’altro, Seattle non è sempre ben servita da compagnie aeree europee, quindi può darsi che bisogna prendere il proprio volo da Portland o, come nel mio caso, da Vancouver, perchè in Canada ci si può entrare via terra, ma lo si deve fare da un posto ufficiale sulla frontiera. Quindi, si arriva al confine Canadese camminando, si torna indietro camminando, poi si spera in un passaggio per arrivare automuniti in un posto ufficiale alla frontiera. Insomma, sarebbe stato di gran lunga più semplice camminare oltre il confine. 

Panorami talmente belli che li si percorre due volte

Se non altro, dal punto di vista emotivo, forse essere costretti a ritornare sui propri passi per un giorno ancora, è stata la miglior conclusione che si potesse sperare. In effetti, le 30 miglia da Hart Pass al Terminus e poi di nuovo, dal Terminus fino a Harts Pass, sono miglia molto speciali. Riesci a rivedere tutte le persone che erano uno e due giorni davanti o dietro di te. E’ un momento un po’ magico, lo chiamavamo un “victory lap”, un giro di vittoria lungo 50km. Dopo aver concluso la sfida, si torna indietro e si celebra il traguardo con le persone che hanno condiviso con te la tua esperienza. Negli ultimi giorni, ogni volta che si incontrava qualcuno, ci si abbracciava e ci si complimentava a vicenda. Fra l’altro, hai diritto ad una notte in più nella natura dopo aver concluso il percorso. Hai l’opportunità di metabolizzare il fatto che hai finito il PCT senza essere direttamente sbattuto nel mondo moderno. Io ho pensato che nonostante tutte le difficoltà logistiche, non avrei scelto di camminare in Canada, perché vorrebbe dire non rivedere per un’ultima volta le persone che avevo incontrato lungo le ultime 30 miglia percorse due volte. 

Io avevo lasciato Stehekin il 15 settembre ed ero arrivata a Harts Pass, per la prima volta, il 18 settembre. Sono arrivata al confine il 19 settembre, sono tornata indietro a Harts Pass il 20, per poi ritornare verso nord e arrivare in Canada per vie ufficiali il 21, la stessa data in cui ho volato. Gli ultimi giorni di cammino sono molto speciali, è inutile negarlo: un po’ perché il panorama diventa strepitoso e sai che si sta concludendo la tua avventura, quindi cercherai di dormire in posti con vista mozzafiato, di beccare alba, tramonto e cieli stellati, perché nel giro di qualche giorno non ci sarà più l’opportunità. Ma il percorso si fa speciale soprattutto perché diventa frequentato da persone che o hanno appena coronato il proprio sogno nel cassetto oppure lo stanno per fare. Raggiungere un traguardo che si ha meticolosamente programmato da anni e per il quale si è lavorato duro per mesi crea un’energia e uno stato mentale ed emotivo mai sperimentato, ancora di più esaltato dal fatto che quasi tutti intorno a te lo stanno provando. Ogni volta che incontravo qualcuno negli ultimi giorni, non vedevo la stanchezza, la fatica, tanto apparente nei camminatori in tutti gli altri tratti del percorso. Si notava soltanto l’energia, la soddisfazione, il sorriso e le lacrime agli occhi di chi si incontrava. 

Ultima alba prima di arrivare al Northern Terminus

Questi ultimi giorni ho incontrato persone che pensavo di non rivedere più. Ho camminato un tratto con Seawolf, una ragazza conosciuta la prima settimana del sentiero. Ho incontrato Reese, un ragazzo con il quale avevamo camminato insieme un tratto nella Sierra. Ho rivisto Clara e Amelia, due ragazze che non vedevo dal deserto. Oltre a loro, ho visto Stretch, British Joe, Steff e Meg, Dimple, Siren, Bandalini, tutte persone che sapevo essere nelle vicinanze. E’ stato bello condividere questo momento speciale con le uniche persone che sul serio avrebbe potuto comprendere a pieno la situazione, visto che la stavano sperimentando anche loro. 

La mattina del 19 settembre, mi sono svegliata all’alba per poter vedere il sole sorgere dal crinale della montagna in cui mi ero accampata. Ho poi percorso le ultime 8 miglia prima di arrivare al terminus verso le 10 del mattino. Ero solo la seconda persona ad arrivare quel giorno, ma dopo un po’ si è riempito. Verso mezzogiorno sono cominciati ad arrivare gruppi di persone. La mattina prima di arrivare al terminus ero emozionata e commossa, soprattutto le ultime miglia di sentiero, invece una volta arrivata al terminus mi sono sentita soprattutto incredula e soddisfatta, felice, non troppo propensa alle lacrime o alla pazza gioia. La gente sfoga la propria emozione in modi diversi, c’è chi piange e chi stappa una birra e, quando non ci sono i militari in pattuglia, va a pisciare in Canada, di fronte alle telecamere. E’ un momento unico ed irripetibile. Si ha finalmente raggiunto quell’obiettivo che sembrava enorme e distante, inavvicinabile. Concludere il PCT è anche un modo di vedere realizzare una della massime spesso troppo scontata: prendi la vita giorno per giorno e vedi come va. Giorno per giorno, miglio dopo miglio, passo dopo passo, il Canada si avvicina sempre di più. Grandi obiettivi si raggiungono in piccoli passi, ma eventualmente si raggiungono. 

Foto di gruppo al Northern Terminus. Il podio e la corona spettano a Seawolf, una ragazza che è diventata “triple crowner” ovvero ha percorso tutti e tre i maggiori sentieri d’escursionismo negli Stati Uniti, il Pacific Crest Trail, l’Appalachian Trail e il Continental Divide Trail

L’ultimo giorno di sentiero, il 20 settembre, ho sentito tutta la stanchezza venirmi incontro. Quando ho percorso l’ultimo tratto in direzione nord, e ho cominciato a incontrare chi aveva già finito, ho pensato che ero contenta di avere ancora un paio di giorni davanti a me per concludere il sentiero. Al contrario, una volta arrivata al terminus, fatto dietro front, e ho cominciato a incontrare chi ancora doveva concludere, ho pensato che non invidiavo proprio chi doveva ancora camminare. Ho così pensato che ho concluso il sentiero al momento giusto per me, godendomelo fino all’ultimo, soddisfatta di aver raggiunto il traguardo, ma anche contenta di aver finito. Se da un lato, il panorama degli ultimi giorni e l’atmosfera erano speciali, dall’altro, avevo i piedi massacrati, non sopportavo più la dieta lungo il sentiero e le notti diventavano sempre più fredde. La natura stessa ci ha ricordato che ormai l’avventura doveva concludersi. Il 20 settembre è stato l’ultimo giorno di sole, poi sono iniziate le piogge stagionali e le temperature si sono abbassate notevolmente. La mia app meteo sul cellulare, ancora impostata su Stehekin, ha indicato che le nevicate sono arrivate nei dieci giorni successivi. 

A Harts Pass mi sono venuti a prendere due mie amici, Jake e Alex, che avevo conosciuto lungo il deserto. E’ stato bello concludere il sentiero e sapere che c’era qualcuno ad accogliermi. Purtroppo, sono arrivata a Mazama e sono subito ripartita visto che qualcuno mi ha offerto un passaggio fino a Burlington. Ho poi preso un autobus fino a Bellingham, dove ho dormito sul divano della fidanzata di un amico di Stretch. Il giorno dopo ho preso il pullman fino a Vancouver e subito dopo l’aereo di ritorno. Dopo aver tanto desiderato arrivare in Canada, del Canada ho visto solamente i controlli doganali, la stazione, la metropolitana e l’aeroporto di Vancouver. La mia fretta era in parte dovuta dal fatto che dovessi tornare all’università, ma anche la scadenza del mio visto era da tenere in conto. Ho lasciato gli Stati Uniti dopo 167 giorni di permanenza, il limite massimo sarebbe stato 180.  

Sono arrivata in Europa la sera del 22, e il 23 mattina alle 8 ero già all’università, con una settimana di ritardo. Sono riuscita a comprare un paio di jeans in uno scalo all’aeroporto, ma sono arrivata a lezione con le stesse scarpe con cui avevo camminato le 900 miglia da Ashland fino al Canada. Il contrasto fra questi stili di vita è stato drammatico, e mi ci è voluto un po’ ad abituarmi. Ma, d’altronde, ho attraversato gli Stati Uniti a piedi, cos’altro non posso fare? 

Ciao, alla prossima puntata, a conclusione dell’avventura. 

Commenti

2 risposte a “Finale sul PCT: dettagli logistici e racconto delle ultime 30 (x2) miglia”

  1. Avatar kicogieg
    kicogieg

    Wow! Ce l’hai fatta! Complimentoni!

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  2. Avatar Francesco
    Francesco

    Bravissima, veramente ammirevole. Se passi per le Orobie avvertimi che facciamo un tratto assieme

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