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  • Deviazione: Joshua Tree National Park

    Gli Stati Uniti sono famosi, nell’immaginario collettivo, per via dei loro parchi naturali. C’è un motivo.

    Soprattutto negli stati dell’Ovest, ci sono delle riserve naturali strepitose, enormi, e molto diverse tra loro. Sono parchi molto poco attrezzati, non ci sono infrastrutture o rifugi, di solito si può dormire solo in tenda o in macchina, abitudine molto frequente qua. Addirittura a Joshua Tree bisogna portarsi con sé l’acqua da bere. Non è più disponibile dopo l’ingresso del parco.

    Joshua Tree è un parco naturale conosciuto per un paio di motivi. È una grossa distesa con flora e fauna tipica del deserto. Prende il nome dal “Joshua Tree”, una pianta tipica di queste zone. È un parco molto frequentato da fotografi e arrampicatori, soprattutto da chi fa bouldering. Il clima secco, il cielo sereno, la lontananza dai centri abitati, lo rendono il posto ideale per osservare le stelle.

    Questo è un Joshua Tree
    Joshua Tree durante la Golden hour

    Per dare un’idea delle grandezze di questi parchi, ho chiesto ad Allie, che è stata a Joshua Tree più volte, quanti giorni consigliasse di passare a Joshua Tree. “Due settimane” mi ha risposto.

    Per noi è stata una gita di forse 24 ore, ma ce le siamo proprio godute. Gli altri ragazzi si sono impegnati per farmi vivere un’esperienza americana al 100% e mostrarmi tutto il meglio e il peggio che il paese ha da offrire.

    Prima di tutto, è indispensabile avere un’auto. Il parco lo si visita solo così. Addirittura il prezzo del biglietto d’entrata lo si fa a veicolo, indipendentemente dal numero di passeggeri che ci sono a bordo. Si può guidare per più di un’ora, in una strada asfaltata e ancora non si coprirebbe metà del parco.

    Oltre a me e Kaila, sono venuti tre ragazzi, Otis, Nico e Alex. Otis si è offerto volontario per recuperare una macchina a noleggio. Negli Stati Uniti bisogna avere almeno 25 anni per poter noleggiare un’auto, nonostante la patente la si possa fare, a seconda degli stati, a 15, 16, o 17 anni. Otis di anni ne ha 27 e cammina molto veloce. Ha fatto in tempo a noleggiare un’auto e a venirci a prendere esattamente dove il PCT attraversava una strada asfaltata. Lì è iniziata la nostra piccola avventura,o meglio la nostra vacanza all’interno della vacanza.

    Dopo che Otis ci è venuti a prendere in un minivan, siamo andati in un supermercato gigante in cui abbiamo fatto rifornimento di tutto quello che ci sarebbe servito per la serata, tra cui cibo, bibite e legna per fare un fuoco. Poi qualcuno ha comprato della pizza che abbiamo mangiato tutti rigorosamente in macchina, compreso l’autista che stava guidando.

    Durante le road trips, si mangia esclusivamente in auto
    Il posto in cui abbiamo campeggiato. A Joshua Tree o si dorme in macchina o in tenda

    Al parco ci siamo divertiti un sacco. Dietro consiglio di Allie, siamo andati in un posto super particolare, the Chasm of Doom. È un gruppo di rocce con una specie di tunnel segreto all’interno. È una formazione completamente naturale. In certi punti bisogna mettere giù le mani, in altri, strisciare per terra. La vista dalla cima ripaga dalla fatica. Ce la siamo spassata alla grande.

    Fessura da cui siamo passati per arrivare in cima
    Vista dalla cima

    Siccome non ero soddisfatta con l’attività fisica giornaliera, ho fatto una corsetta di 5km con altri due ragazzi. Eravamo in un posto stupendo, e grazie alle gambe allenate dalla camminata, ho avuto la sensazione di volare e la consapevolezza di trovarmi esattamente dove avrei voluto essere.

    In serata abbiamo fatto un fuoco, dove abbiamo cucinato hot dogs (vegetariani per me) e arrostito marshmallow. Ho spaccato un po’ di legna con l’ascia, presa in prestito dal vicino di campeggio, con cui abbiamo fatto amicizia.

    Abbiamo chiacchierato intorno alle braci ardenti e guardato un po’ le stelle. Il cielo era talmente bello che tutti noi abbiamo dormito all’addiaccio.

    Tramonto su Joshua Tree

    Il giorno dopo, l’ultima tappa prima di tornare sul sentiero, è stato in un fast-food americano, In and Out. Ha la particolarità che vende tanti prodotti non scritti sul menu, ma la gente che lo frequenta li conosce bene e sa perfettamente cosa ordinare.

    In and Out apriva alle 10:30 del mattino e noi siamo stati fra i primi clienti. Ho notato con stupore che era abbastanza pieno, soprattutto la sezione in cui si poteva ritirare il cibo in macchina. Per un panino, una porzione di patatine fritte e un frappé alla vaniglia ho pagato poco, 9.75$. Il giorno prima avevo preso, in un altro negozio, un frullato di frutta fresca, senza zuccheri aggiunti, vegano e super salutare, che ho pagato 13$. Negli Stati Uniti sembrerebbe che il cibo spazzatura sia molto più disponibile ed economico rispetto al cibo salutare. Purtroppo, malattie quali obesità e cattive abitudini alimentari, molto diffusi qui, non avvengono per semplici scelte personali, ma sono parte di un problema molto più grosso e sistemico. Negli Stati Uniti, si parla tanto di deserti alimentari, luoghi in cui è impossibile trovare cibo sano e fresco, dove solo i più ricchi si possono permettere frutta e verdura. Anch’io ho notato come i supermercati delle piccole città, dove vado a fare rifornimento viveri lungo il sentiero, siano quasi completamente sprovvisti di verdura fresca, mentre vendano un sacco di schifezze.

    Mi raccomando: la tradizione vuole che la patatine fritte vengano inzuppate nel frappè
    Spazzatura creata dal fast-food. Quantità simile a quella che io produrrei in tre giorni di sentiero

    Joshua Tree è stata una piccola roadtrip americana, molto piacevole ed utile per spezzare un po’ la routine formatasi lungo il sentiero. L’idea di andare era partita da me, ma ci avrò messo si e no due minuti a convincere gli altri. Pensavo potesse essere complicato organizzarci, invece è stato semplicissimo. Ci siamo dati appuntamento giovedì mattina alle 10 e senza scriverci o chiamarci, tanto i telefoni non prendono bene, ci siamo trovati nel posto giusto, chi a piedi, chi in macchina.

    Lungo il sentiero, non ci sono agende da rispettare, preavvisi o scadenze. Si respira quel senso di libertà assoluto di poter fare tutto quello che viene in mente di fare. Gli unici limiti a cui stare attenti sono gli eventi meteorologici. Per il resto, ci si può svegliare all’orario che si vuole, camminare quanto si vuole, fermarsi dove si vuole. Non ci sono in vigore quelle norme imposte dalla società e dal mondo esterno. Forse questa è anche un po’ una lezione per il futuro. Molte norme e routine ce le imponiamo da soli e sono spesso ridicole e arbitrarie. Bisogna un attimo distaccarsi dalla vita “normale” per rendersi conto che abbiamo molte più possibilità davanti a noi rispetto a quello che crediamo. Quando si vuole sul serio fare qualcosa, c’è sempre un modo di trovare i mezzi per farlo, anche se a volte si fa fatica a vederli.

    A breve si ritorna in cammino!

  • San Jacinto: neve sul sentiero

    La prima volta che ho trovato neve lungo il sentiero è stato sul Monte San Jacinto. San Jacinto è la prima vera montagna del PCT, quota 3300m, o come piace dire agli americani, 10800 piedi. Dopo un’intera giornata di riposo a Idylwild, io e Allie ci siamo incamminate. Abbiamo completato i km non percorsi causa mal tempo in una tirata unica di 35km, 12 ore. Menomale che abbiamo deciso di recuperare quella strada. Era fra i tratti più belli mai visti da inizio percorso. Abbiamo camminato quasi sempre su un crinale della montagna, da un lato si vedeva una valle desertica, dall’ altro una valle verdissima.

    Il sentiero era molto panoramico, ma un po’ esposto. Era pieno di alberi caduti, che abbiamo dovuto raggirare o scavalcare. Non oso immaginare quanto avrebbe potuto essere difficile e pericoloso con il mal tempo e la nebbia che avremmo beccato se non avessimo deciso di scendere a valle durante la tempesta.

    La cima di San Jacinto però l’abbiamo raggiunta il giorno successivo. Dato che faceva freddo, abbiamo festeggiato con una tazza di thè caldo che ci siamo preparate con i fornelli a gas portatili. Questi sono i piccoli vantaggi di fare un trekking di tanti giorni. Hai una piccola cucina portatile che ti permette di farti da mangiare in posti strepitosi.

    La discesa di San Jacinto è stata più impegnativa rispetto alla salita. C’era più neve del previsto e abbiamo perso il sentiero per più di un’oretta, andando un po’ a zonzo, in direzione fondo valle. Dopo il tramonto ci siamo accampate al primo posto per tenda che abbiamo trovato e rimandato il grosso della discesa al giorno dopo.

    Purtroppo la neve non era finita. Per il terzo giorno consecutivo, abbiamo dovuto fare fronte a un terreno scivoloso. Io non avevo con me ramponcini e me la sono cavata discretamente, ma ho visto un sacco di gente in difficoltà. Quasi nessuno si aspettava la quantità di neve che c’era, soprattutto sul versante della discesa. Poche persone avevano ramponcini. Sul sentiero ci si aiuta l’un l’altro e io mi sono trovata a fare da guida e supporto morale a un signore che continuava a scivolare. Mi ha ricompensato con una barretta di cioccolato.

    Sentiero ripido e poco chiaro

    È stata una discesa impegnativa, sui 7000 piedi di dislivello di discesa, circa 2100 metri. Le mie gambe ne hanno risentito molto. Se non altro, è stato molto soddisfacente osservare il panorama cambiare piano piano, passare dagli alberi innevati fino ai cactus del deserto, vedere la montagna sovrastante e pensare che ero là in cima poche ore fa. È pazzesco pensare che la sera precedente ho dovuto dormire con spolverino, cappello e guanti, mentre in fondo alla valle, ho dormito in maglietta.

    La montagna di fronte è San Jacinto
    Passate le 200 miglia

    Questo è tutto. Per le prossime settimane, si torna al caldo del deserto!

  • Seconda settimana: imprevisti e solidarietà

    Durante la seconda settimana, 21-27 aprile, sono aumentati i chilometri percorsi e le difficoltà incontrate. Le giornate sono sempre più calde, i tratti senza acqua disponibile sempre più lunghi, i saliscendi più frequenti rispetto alla settimana scorsa. La tappa più lunga è stata 20 miglia, sui 32 km, la media, intorno alle 17 miglia a tappa.

    Flora locale

    Dopo aver iniziato il cammino da una settimana, ho finito le mie scorte alimentari. Non è banale capire dove si può fare rifornimento di viveri. Il sentiero non attraversa quasi mai zone urbane, al massimo qualche strada con distributori benzina e autogrill, dove fare la spesa non è il massimo. Ci sono due principali sistemi per fare rifornimento di viveri lungo il sentiero. La prima opzione è spedirsi scorte di cibo, preparate prima della partenza, ad uffici postali, abbastanza frequenti lungo il cammino. La seconda opzione si tratta di andare in autostop al supermercato più vicino e poi farsi riportare indietro esattamente al punto di partenza, in modo da non saltare nessun km. Per il mio primo rifornimento lungo il sentiero, sono andata in autostop fino a Julian, cittadina a circa mezz’ora di strada dal sentiero.

    Scorci appena prima di arrivare sulla strada in cui abbiamo fatto autostop per arrivare a Julian

    Fare l’autostop lungo il sentiero è un’esperienza molto particolare, perché le comunità vicine al sentiero sanno che ci sono un sacco di camminatori che hanno bisogno di un passaggio per quelle tratte specifiche. Addirittura, a volte c’è qualche autista che perlustra parcheggi e sottopassi, zone in cui sa che potrebbero trovare camminatori, per offrire un passaggio. Ci sono volontari che mettono a disposizione i loro recapiti telefonici, spesso in zone frequentate da camminatori, in modo da poter essere contattati in caso di bisogno. 

    La “business card” di Grumpy, un trail angel che fa da autista volontario in una tratta molto diffusa.
    La pasticceria di Julian regala una fetta di torta a tutti i camminatori

    In queste zone, si è creata un’intera comunità di persone che non solo ha deciso di aiutare i camminatori, ma l’ha trasformato in un missione o almeno in un’ attività quasi quotidiana. Di solito, queste persone vengono chiamate “Trail Angels” angeli del sentiero. Quando fanno qualcosa di veramente eccezionale, viene chiamato, “Trail Magic”, magia lungo il sentiero. Il “Trail Magic”, ha numerose forme e rende l’esperienza di camminare il PCT molto più piacevole. Già al mio secondo giorno di cammino, ho presenziato un episodio di Trail magic notevole. Una signora è arrivata in un campeggio vicino a dove passavano molti camminatori. Ha montato un tavolino in cui ha imbandito tutto quello che potrebbe fare comodo ai camminatori, tipo bibite fresche, mele e merendine, ma anche picchetti per tende, fazzoletti e moschettoni. Un altro Trail angel, Chris, è arrivato al primo spiazzo per tende dopo il miglio 100, dove un sacco di persone si sono fermate a passare la notte dopo una lunga giornata. Chris ha portato birre e gelati per tutti, comode sedie da campeggio e cerotti, utilissimi considerando che abbiamo tutti dei piedi massacrati dalle vesciche. Chris vive a 7 ore di distanza, ha percorso il PCT nel 1979 e dice che vuole dare il suo contributo alla comunità di camminatori, visto che anche lui l’ha ricevuto in passato.

    Questo è Chris, un Trail angel

    Il passaggio in macchina, direzione Julian, me l’ha dato Professor, un Trail angel sulla cinquantina che dice che, in alta stagione, guida anche per 10 ore al giorno per accompagnare i camminatori dove devono andare. Un’ altra Trail angel conosciuta, mi ha raccontato che si sta per trasferire dalla California alla Georgia, e ha deciso la nuova località propria perché lì vicino passa un altro sentiero frequentato, e lei vuole assolutamente restare un Trail angel. I trail angel non accettano nessun compenso economico, se non un contributo per le spese benzina e si sentono in imbarazzo se cominci a ringraziarli troppo. A volte mi chiedo come facciano delle persone ad essere così generose e disponibili ad aiutare dei perfetti sconosciuti che probabilmente non rivedranno mai più. Chris mi ha detto che lui la vede come una specie di simbiosi. Il Trail angel regala favori al camminatore, il camminatore ripaga con felicità, energia e entusiasmo, contagiando il Trail angel con buon umore. Percorrere il PCT ti aiuta a ritrovare quella fiducia negli esseri umani che a volte sembra sia stata perduta nel mondo moderno. È stata una bellissima scoperta

    Altri esempi di Trail magic.

    Questa settimana si è contraddistinta anche dai primi addii. Il più triste è stato quello di Fig e Just Visiting, la coppia di nonni acquisiti durante il sentiero. Si sono dovuti ritirare per dolori alle ginocchia. Fig ha 80 anni, Just Visiting 69, ma io non avevo dubbi che ce l’avrebbero fatta e sono rimasta molto delusa quando ho scoperto che l’età ha avuto la meglio su di loro. Hanno percorso quasi 200km, portandosi sulle spalle tenda e provviste, allo stesso ritmo di gente molto più giovane ed allenata. Forse non completeranno il sentiero, ma hanno veramente dimostrato che ci si può mettere in gioco ad ogni età, altra cosa che forse molti hanno dimenticato nel mondo moderno.

    Queste rocce segnano la conclusione del primo ventiseiesimo del sentiero. In primo piano si vede Keeper, altro amico che per problemi alle ginocchia ha lasciato, solo temporaneamente, il cammino

    Mi continua a colpire la varietà di età diverse dei camminatori. Per ora, il più giovane conosciuto ha 18 anni, il più anziano, Fig, 80. Il gruppo più numeroso sono i trentenni, forse seguito dai sessantenni appena pensionati. Al terzo posto, metterei i ventenni, spesso chi ha appena finito l’università e iniziato a lavorare da poco. Tutti sono in fasi della vita diversa e hanno lasciato cose diverse prima di iniziare a camminare. È piacevole poter parlare con gente di generazioni diverse dalla mia, cosa che mi capita di rado nel mondo vero.

    Altri panorami mozzafiato
    Tutto è più grande negli Stati Uniti, anche le pigne!

    Questa settimana si è anche caratterizzata d qualche imprevisto e dal primo vero momento di difficoltà. Il deserto è veramente una terra d’estremi. Il clima è molto arido e l’escursione termica è pazzesca. Di giorno si arriva a più di 30 gradi, di notte può anche andare sotto zero. Si può passare dal sole bruciante alla neve anche nel giro di poche ore, cosa che mi è capitata uno dei giorni di cammino. Una bella giornata di è trasformata in una nevicata improvvisa, il vento fortissimo ha reso praticamente impossibile fare campeggio ovunque. Insieme ad altri tre ragazzi, un po’ delusa, sono dovuta tornare a valle a dormire al coperto. Siamo andati in autostop fino a Idylwild, una cittadina nelle vicinanze, dove un sacco di camminatori hanno trovato riparo. Ho condiviso un AirBnB con sei amici. Al nostro gruppo della settimana scorsa si sono aggiunti Nico e Otis. Abbiamo cucinato insieme e abbiamo aspettato che il tempo migliorasse. E ci stiamo già organizzando per recuperare quei km che non abbiamo potuto percorrere causa maltempo.

    Nel giro di un paio d’ore, nebbia, vento, grandine e neve hanno completamente cambiato il paeseggio
    Cena preparata con gli altri camminatori: dopo troppo cibo disidratato, tutti abbiamo voglia di verdure

    Idylwild è famosa per un paio di motivi, uno dei quali è veramente affascinante. Ha un sindaco molto particolare: Mayor Max, un tenerissimo Golden Retriever. Sebbene non abbia un vero e proprio potere amministrativo, ha comunque un ruolo rappresentativo. Mayor Max è presente a tutti gli eventi pubblici, compresi festival, inaugurazioni e matrimoni. È stato eletto per raccogliere fondi per un centro animali, e immediatamente ha attratto un sacco di turisti e camminatori. D’altronde, è l’unico sindaco mai conosciuto che tutti vorrebbero coccolare e che puoi distrarre, forse anche corrompere, con dei croccantini.

    La celebrità della zona

    Questo per oggi è tutto, a presto!

  • La settimana delle prime volte

    Forse sembrerà un po’ ovvio e ingenuo, ma questa prima settimana di cammino, dal 14 al 21 aprile, si è chiaramente identificata perché è stata la prima volta che ho fatto un sacco di cose.

    Prima giornata di cammino, con primo terremoto e primo avvistamento di serpente a sonagli. Prima serata in campeggio, primo pasto cucinato, prima volta che ho montato la tenda, primo temporale, prima notte al coperto, prime ondate di calore, prima volta che ho sofferto per disidratazione, prime persone incontrate lungo il cammino.

    Diversamente da una semplice vacanza di una, due settimane, se tutto va come previsto,  questa nuova realtà sarà la mia vita per i prossimi cinque mesi. Questo vuol dire anche abituarsi a nuove attività e costruirsi una certa routine. Qui la giornata non inizia più con la sveglia, scendere dal letto, fare colazione e prendere autobus o bici per andare a scuola o lavoro. Qui ci si alza con il sorgere del sole, subito si sgonfia il materassino, si impacchetta il sacco a pelo. L’acqua deve essere sempre filtrata con un attrezzo speciale, si cucina su una speciale stufetta a gas. Si dorme in tenda o addirittura a volte, all’addiaccio, sotto le stelle. Non si va a scuola o al lavoro. C’è un unico obiettivo ed è quello di camminare, essere uno, due, 10 o 20 km più vicini al traguardo finale.

    Ho iniziato la mia camminata il 14 aprile 2025. Da tradizione, mi sono dovuta scattare una foto al punto di partenza. Dopo aver desiderato e anche un po’ temuto questo momento da un paio d’anni, non mi sembrava neanche vero poter essere qua. La sensazione è stata abbastanza condivisa da chi si trovava lì nel mio stesso momento. Una ragazza ha riassunto bene il sentimento che tutti noi abbiamo provato quando abbiamo visto il southern terminus, punto di partenza di questa avventura. “È un posto che pensavo esistesse soltanto nei sogni e nei video YouTube”.

    Foto al southern terminus, il punto d’inizio del PCT. Dietro si scorge il muro che segna il confine fra Messico e Stati Uniti
    La mia mano in Messico

    Ho cominciato a camminare, a tratti da sola, a tratti in gruppo. Il sentiero è panoramico e ben segnato. Il paesaggio è molto bello e variegato. Non sono abituata a vedere il deserto e la sua flora e fauna. Fa molto caldo, soprattutto nelle ore centrali della giornata. Bisogna stare attenti a quanta acqua portarsi dietro. Spesso non è disponibile per decine di chilometri.

    Il panorama cambia spesso, ci sono zone molto più verdi e zone più sabbiose. Abbiamo beccato un paio di giorni di pioggia, un po’ fastidiosi, ma che ci hanno permesso di goderci la sbocciare dei fiori.

    Non me lo aspettavo, ma decisamente cammino più lentamente della media. Questa prima settimana, il giorno più lungo sono state 15 miglia, sui 21 km, che non sono banali considerando che porto una zaino con circa 15kg di peso, ma che dovrei imparare ad alleggerire. Oltre alla camminata, bisogna considerare anche la fatica di tutte le sera, montare la tenda, e allestire tutto l’indispensabile per dormire bene la notte.

    Pian pianino, i km camminato aumentano

    Questo è un sentiero speciale, perché s’incontra gente in un momento della vita speciale. Per arrivare qui la gente ha sacrificato molto di più rispetto al classico viaggio. Quasi tutte le persone che ho incontrato hanno mollato il lavoro, la casa o qualche relazione importante. Il tutto per incamminarsi e fare fatica. C’è chi s’incammina perché è in cerca di risposte, chi ha bisogno di conoscersi meglio, chi vuole la certezza di un traguardo fisso e chi vuole un pretesto per abbandonare lo stile di vita precedente. Insomma, gente piena di dubbi, ma anche di sogni, gente motivata e gente disposta a mettersi in gioco.

    Ed è proprio in queste situazioni, in cui la gente è predisposta a creare dei legami molto forti. Ho avuto la fortuna di passare buona parte della mia prima settimana con due ragazze, Kaila e Allie, e un ragazzo, Christian. 

    Kaila e Allie sono un po’ nella mia stessa situazione. Hanno rispettivamente 23 e 24 anni, hanno finito il primo ciclo di laurea e lavorato per uno o due anni prima di incamminarsi.

    Kaila, di Seattle, ha studiato ecologia e dopo il sentiero prevede di tornare all’università, dove ha trovato un posizione di PhD. Prima di incamminarsi, ha lavorato in un negozio di attrezzatura sportiva. Prima ancora, ha vissuto sei mesi in macchina, in cui andava da parco naturale a parco naturale per raccogliere dati riguardo all’adattamento di certe piante dopo gli incendi, sempre più frequenti. Si porta con sé delle spezie, per migliorare i piatti che cucina. È molto perfezionista quando si tratta di montare la tenda.

    Allie invece è californiana. Dice di conoscere molto bene la California, meno il resto degli Stati Uniti. Ha lavorato due anni nel governo regionale, in cui cercava di mitigare i danni del cambiamento climatico nella comunità rurali. In passato, ha fatto ginnastica artistica e cheerleading, ora invece è passata ad arrampicata. Di ritorno dal sentiero, prevede di studiare pianificazione urbana. Cammina molto spedita, nonostante non è convinta del suo paio di scarpe.

    Christian invece è un ragazzo dello Utah, ed è stato cresciuto in una famiglia, e in un comunità mormone. Ha abbandonato la chiesa intorno ai 20 anni, ma ha fatto in tempo a fare due anni da missionario in Messico. Ha solo 27 anni, ma molti dei suoi amici coetanei sono sposati o con figli. Gli piace scattare fotografie. Ci ha fatto morir da ridere il primo giorno quando, dal nulla, si è ricordato che doveva fare la dichiarazione dei redditi entro sera e ha cercato di chiamare la sua contabile di fiducia con il pochissimo segnale presente.

    Io, Allie e Kaila in campeggio
    Christian che cerca di contattare la sua contabile di fiducia

    Oltre a questi ragazzi, ho conosciuto un sacco di gente interessante. Due signori anziani, conosciuti con i soprannomi di Fig e Just Visiting, hanno adottato noi tre ragazze come nipotine onorarie. Abbiamo anche acquisito degli zii e tanti altri amici. Queste persone sono fenomenali e aiutano a godersi il sentiero. A tutti, a volte, vengono dei dubbi riguardo a quello che stiamo facendo. Non bisogna pensare al sentiero nella sua interezza, ma prendere giorno per giorno come viene. Quando il freddo del mattino, il sole che picchia forte, lo sporco dei vestiti, il male alle ginocchia fanno pensare che questa è una follia e sarebbe meglio prendersi una pausa, basta ricordarsi che siamo in un posto meraviglioso con persone incredibili e si è quasi automaticamente felici. D’altronde, le attività giornaliere sono molto più complicate che non nella vita quotidiana, ma lo scopo lungo il sentiero è più chiaro di quello della vita di tutti i giorni, le conversazioni sono molto più interessanti e basta fermarsi per godersi un tramonto e ci si rende conto che stiamo tutti vivendo un momento stupendo.

    Si chiama cowboy camping: dormire senza tenda, sotto il cielo stellato
  • San Diego e ultimi preparativi

    San Diego è una città più piccola e modesta di Los Angeles, decisamente meno impattante, ma forse più vivibile. Gli Statunitensi la considerano la città con il miglior clima di tutto il paese: primavera calda e soleggiata tutto l’anno, con un po’ di venticello. Qualcuno, scherzando, dice che è anche quanto più simile all’ Australia ci sia negli Stati Uniti, per via della vicinanza all’oceano e della presenza dei surfisti.

    Ancora più di Los Angeles, si sente la presenza ispanica, d’altronde siamo a meno di un quarto d’ora dal Messico. E proprio come a Los Angeles, ci sono problemi di fuori tetto e le strade dopo una certa ora potrebbero diventare poco sicure. Il centro è abbastanza pedonale, si riesce ad arrivare nei posti turistici camminando o prendendo il tram.

    Sono arrivata a San Diego prendendo il Pacific Amtrak, la tratta ferroviaria che unisce i centri abitati della California del Sud. È una tratta molto panoramica e abbastanza frequentata, per buona parte si riesce a vedere l’oceano Pacifico.

    Ho visitato qualche zona turistica di San Diego, ma me la sono goduta decisamente di meno rispetto a Los Angeles. Ero un po’ agitata e avevo tanti preparativi da fare. San Diego è famosa per il suo Balboa Garden, un parco turistico con edifici e giardini ben curati.

    Scorci sul Balboa Garden

    San Diego è famosa anche per il suo porto, grossa base della marina militare statunitense.  Si può visitare una gigantesca vecchia nave portaerei.

    Molo di San Diego

    Ho passato un paio di giorni a prepararmi per il cammino. Ho fatto la spesa, e ho comprato un sacco di noci, frutta secca e pasta disidratata marca Knorr. Nel mio ostello ho visto un paio di possibili camminatori e ho avuto l’opportunità di parlare con una ragazza che aveva già percorso un tratto del PCT in passato. Mi ha chiarito le idee e rassicurato.

    Per arrivare al punto di partenza del sentiero, ho usufruito di un servizio navetta, chiamato PCT shuttle. All’inizio ero un po’ titubante, ma devo dire che ha semplificato di molto i problemi logistici. Il punto di partenza del sentiero, Campo, è ad un’oretta abbondante di strada ad est di San Diego. Il sevizio navetta è gestito da una coppia di camminatori. Io l’ho preso la sera prima del giorno della partenza e mi sono accampata a Cleef, un campeggio gestito dalla coppia e da qualche volontario, incluso Papa Bear, famoso per i suoi mitici pancake, serviti a colazione.

    PCT shuttle
    Tende dei camminatori accampati a Cleef, sera del 13 aprile

    A Cleef, abbiamo chiacchierato con i futuri camminatori. I gestori del campeggio, ex-camminatori, ci hanno insegnato a riconoscere i principali pericoli lungo il PCT, e ci hanno dato molto consigli utili. C’era una bella atmosfera. Si sapeva che tutte le persone avrebbero iniziato il cammino il giorno dopo e c’era un misto di eccitazione, paura, curiosità e voglia di conoscersi l’ un l’altro. Mi ha subito colpito la varietà di età e di nazionalità.

    Si percepiva già quel senso di comunità che poi, ho scoperto, avrei ritrovato tante volte sul sentiero.

    Campeggiatori del 13 sera. Tutti siamo partiti il 14

    A presto!

  • Preparativi pre-partenza 3: assicurazione sanitaria e volo aereo

    Si sa, nessuno vuole essere negli Stati Uniti senza copertura sanitaria. Abbiamo tutti sentito storie orribili di conti stratosferici per ambulanze e trattamenti medici. E quello che andrò a fare non sarà una passeggiata. A dir la verità, proprio di una passeggiata si tratta, ma intensa e potenzialmente pericolosa.

    L’assicurazione sanitaria è un argomento delicato. È quel investimento che si fa sperando sia inutile, i soldi che si spera di sprecare. Non è obbligatorio avere un’ assicurazione sanitaria per camminare sul PCT, ma io ho pensato che è un rischio che non voglio correre e ci sono pericoli più piacevoli da sopportare che non quello di fatture improvvise e gigantesche da saldare.

    Ci sono un paio di cose da tenere presenti quando si tratta di scegliere l’assicurazione sanitaria. Una copertura classica non basta: non coprirebbe incidenti in alta quota. In effetti, se si leggono attentamente i dettagli dei contratti che le assicurazioni sanitarie propongono, ci si rende conto che c’è più di una clausola pericolosa. Le assicurazioni classiche non coprono incidenti a più di 4000m d’altitudine. Se si utilizzano attrezzi quali ramponi e piccozza, camminare viene classificato come attività d’alpinismo e quindi gli incidenti sul percorso non verrebbero coperti da una semplice assicurazione. Insomma, è molto semplice cadere nel tranello.

    Ho fatto affidamento a quello che ho letto online di gente che prima di me ha percorso il PCT. Grazie a loro, ho capito i dettagli a cui dovevo prestare attenzione. E dopo un paio di pomeriggi in cui ho letto attentamente tutto quello che l’assicurazione mi proponeva, (interessante sapere quanto mi rimborserebbero in caso di morte o disabilità permanente), ho scelto quella che faceva al caso mio. Prezzo? 450€. Speriamo siano ben sprecati.

    Un dettaglio divertente: ho chiesto a chi gestiva l’assicurazione se coprisse attività con uso di ramponi. Ma al posto di scrivere “ice crampons”, ramponi, ho scritto “ice tampons”, assorbenti interni. Ecco perché perché bisognerebbe sempre rileggere le mail.

    Oltre a procurarsi bagaglio e attrezzatura tecnica, di cui parlerò più avanti, l’ultimo dettagli logistico di cui prendersi cura è stato il volo aereo. Il biglietto aereo è stato il preparativo più semplice. Dopo qualche titubanza, alla fine ho deciso per un volo di sola andata. Ero un po’ in difficoltà, soprattutto perché ho sentito dire che non avere il biglietto di ritorno potrebbe destare qualche sospetto alla frontiera. Arrivare negli Stati Uniti comporta controlli d’immigrazione potenzialmente lunghi e spiacevoli. Spesso viene chiesto di mostrare la prenotazione del luogo in cui si soggiornerà durante le vacanza e il biglietto per il volo di ritorno, per dimostrare di uscire dal paese. Fortunatamente non mi hanno fatto nessun problema alla frontiera, il che mi ha molto sollevato. Ho conosciuto tanti ragazzi, sia camminatori che semplici turisti, che invece hanno avuto qualche complicazione.

    Biglietto aereo direzione Los Angeles
  • Preparativi pre-partenza 2: Permesso di camminata

    Prima di iniziare il Pacific Crest Trail è molto consigliato, anche se non obbligatorio, ottenere un permesso di camminata. Questo permesso permette di percorrere e accamparsi lungo tutto il tragitto, comprese aree protette e parchi naturali in cui altrimenti servirebbe un autorizzazione specifica.

    Da qualche anno, la Pacific Crest Trail Association (PCTA), l’associazione che si occupa di preservare il sentiero, deve limitare il numero di permessi di camminata, altrimenti il sentiero sarebbe troppo trafficato. In un determinato giorno, massimo 50 persone possono iniziare il PCT. Il procedimento per ottenere questo permesso non è banale e soprattutto, bisogna farlo con un pochetto d’anticipo.
    Il permesso di camminata va ottenuto se fra le intenzioni c’è quella di camminare più di 500 miglia (circa 800 km) consecutivi. Per i permessi bisogna indicare una data in cui iniziare il PCT, che può essere qualsiasi giorno fra il 1 marzo e il 31 maggio. Per cominciare in una data al di fuori di questo periodo, non c’è bisogno di avere un permesso, ma ci sono altri e ben più pericolosi limiti.  Mentre i permessi burocratici si possono in qualche modo raggirare, lo stesso non vale per le leggi naturali. Camminare d’inverno comporterebbe troppa neve, mentre iniziare in tarda stagione potrebbe voler dire imbattersi in incendi o altri eventi estremi. Questo vuol dire che tutti i camminatori che vorrebbero completare il sentiero devono iniziare in un determinato momento, affrontare il deserto in primavera, l’alta montagna in piena estate e gli stati più a nord ad inizio autunno, prima dei temporali e nevicate. Effettivamente, le uniche date in cui è sicuro partire sono quelle in cui i permessi vengono rilasciati.

    Ottenere questo permesso non è l’unico modo per percorrere il sentiero, ma è senza dubbio il più pratico. In effetti, oltre ad una precisa data d’inizio, ci sono ben poche regole da rispettare. L’alternativa sarebbe procurarsi tutti i permessi regionali, e quindi sapere con precisione dove ci si troverà lungo il sentiero in un periodo specifico.

    Ogni anno, la PCTA distribuisce i permessi in due volte. Per la stagione 2025, venivano distribuiti 35 permessi giornalieri il 30 ottobre 2024, mentre i restanti 15 sono stati distribuiti l’8 gennaio 2025. Per ottenere uno di questi permessi, è necessario registrarsi sul sito di PCTA un paio di settimane prima della data di distribuzione ufficiale. Arriverà una mail di conferma e un orario preciso, che varia da persona a persona, in cui sarà possibile accedere alla piattaforma. Quando è uno dei due giorni del rilascio permessi, sarà sufficiente accedere alla piattaforma all’orario inviato via mail, scegliere una data d’inizio fra quelle ancora disponibili e inviare la domanda. Prima si accede al sito, più possibilità ci sono di trovar posto nella data prescelta. Purtroppo non si può accedere al sito prima dell’orario consentito. Ogni aspirante camminatore ottiene un orario diverso, il modo in cui vengono distribuiti gli orari tra i richiedenti del permesso è completamente casuale. L’idea di base è che così tutti hanno le stesse chance di ottenere un permesso. Se non ci sono errori durante la richiesta, nel giro di qualche giorno, un paio di settimane massimo, si dovrebbe ricevere una mail di conferma che si è ottenuto questo permesso.

    Aprile, il mese più popolare per iniziare il PCT. Tutti i permessi disponibile nel primo round sono stati assegnati.

    La procedura non è troppo complicata, ma si riscontra sempre qualche problema. Prima di tutto, di solito ci sono più persone che vorrebbero camminare rispetto al numero di permessi disponibile. Certe date sono molto più popolari di altre. I giorni in cui sarebbe favorevole partire dipendono dalle condizioni atmosferiche, soprattutto dalle nevicate invernali. Se si fa domanda per un permesso il 30 ottobre è molto difficile prevedere quanto potrà nevicare a Dicembre, Gennaio, Febbraio. Bisogna essere flessibili riguardo alla data di partenza, avere un po’ di fiducia e pensare che nel peggiore dei casi, si può sempre ricorrere ai permessi regionali.

    Io sono stata abbastanza fortunata durante il processo. Il mio orario d’accesso prestabilito sul sito era le 11.31.56 AM Pacific Time (19.31 ore italiane), e la piattaforma apriva alle 10 ora locale. Quella sera lì, leggermente agitata, sono entrata sul sito appena possibile. Sono stata fortunata, perché c’erano posti disponibili in qualsiasi data. Avevo ampia scelta. Così ho deciso una data verso metà Aprile che, in un anno senza eccessive nevicate, di solito è il periodo migliore per iniziare il sentiero. Non si può garantire niente quando si parla di tempo meteorologico, ma le temperature ad Aprile di solito non sono torride nel deserto californiano, che si punta ad attraversare nei primi quaranta giorni di sentiero. Fra l’altro iniziare a metà aprile comporta camminare il tratto in alta montagna, nella catena della Sierra Nevada, nella prima metà di giugno. Come già indicato, è difficile prevedere quanto potrà nevicare in una stagione invernale, anche se esiste qualche buona risorsa online. Nel 2025, le nevicate sono state nella norma e se si fanno due conti, iniziare a metà aprile sarebbe la cosa più conveniente.

    Alla fine la scelta è ricaduta sul 14 aprile, per un paio di motivi pratici e simbolici. E’un lunedì, quindi ho pensato che fosse più probabile trovare autobus pubblici per il capolinea, soprattutto rispetto al fine settimana. Il 14 aprile è esattamente a 6 mesi dal mio compleanno, quindi partirò che avrò precisamente 22 anni e mezzo. E poi, sarà passato un anno esatto dalla data in cui ho corso la mia prima, e unica, maratona. L’anno precedente era una data che mi ha portato fortuna e anche se io non sono una persona particolarmente scaramantica, ho pensato che un briciolo di fortuna in più non poteva che essere apprezzata prima di iniziare un’avventura del genere.

    Conferma che ho ricevuto dalla PCTA con i dettagli della mia richiesta permesso.
    Il mio permesso di camminata. Attenzione ai futuri camminatori, il permesso è valido solo in formato cartaceo, non digitale.

  • Preparativi pre-partenza 1: visto

    Ogni avventura che si rispetti comporta una serie di ostacoli ed insidie. Quando pensavo ai pericoli da affrontare durante il mio viaggio, mi immaginavo orsi ed eventi metereologici estremi, non impiegati postali incompetenti e pratiche burocratiche drammaticamente complicate. Invece, eccomi qua, reduce da una caccia per ottenere i giusti documenti per iniziare questo viaggio.
    Partiamo da qualche dettaglio logistico. Allo scopo di percorrere il Pacific Crest Trail, è necessario ottenere due documenti: visto per Stati Uniti e permesso per percorrere il Pacific Crest Trail.

    È fondamentale essere in possesso di visto per gli Stati Uniti dalla durata minima di 5 mesi, il tempo necessario per completare il sentiero. Di solito, il visto da richiedere è il B-2, che consente il transito negli Stati Uniti per motivi turistici ed ha un massimo consentito di 6 mesi di permanenza negli Stati Uniti. E’ una procedura leggermente più complessa che non quella prevista per ottenere l’Esta, il classico lasciapassare per i turisti fino ad un massimo di 90 giorni. Per ottenere un visto B-2 è necessario un appuntamento in ambasciata e qualche documento aggiuntivo. Bisogna dimostrare l’intenzione di lasciare gli Stati Uniti dopo i sei mesi consentiti. Questo vuol dire portare in ambasciata documenti che dimostrano tutto ciò, come il volo di ritorno, o contratti di affitto e lavoro del paese di provenienza. Io ho iniziato la procedura di domanda per il visto il 31 agosto 2024, con largo anticipo, soprattutto tenendo conto che non puntavo ad arrivare negli Stati Uniti prima di aprile 2025. Quando ho cominciato la pratica, si stimavano 3 mesi e mezzo d’attesa fra l’invio del modulo di richiesta visto e l’appuntamento in ambasciata ad Amsterdam, quella più vicina a dove vivevo.  

    Il centro servizi Visti statunitensi ha escogitato un piccolo stratagemma per snellire i tempi d’attesa. Identifica una categoria di persone che non vengono sottoposte ad un’intervista, ma che invece devono solamente inviare i documenti per posta. Lo scopo sarebbe quello di velocizzare e semplificare la pratica. Purtroppo non sempre funziona così. Io sono stata selezionata per un’esenzione dall’intervista perché in passato avevo già ottenuto un visto a lungo termine per gli Stati Uniti. Era un visto per studenti, ottenuto nel 2019, che scadeva nel 2024. Purtroppo, il centro visti statunitense sembra essere convinto che aver precedentemente ottenuto un visto equivale ad essere tuttora in possesso del documento, anche se scaduto o revocato. Invece il mio visto da studente si trovava a circa 1200km di distanza, sepolto in qualche cassetto in casa dei miei genitori. D’altronde, il mio visto era stato emesso sul mio vecchio passaporto, scaduto nell’anno precedente. Chi poteva sospettare che un giorno potesse servire di nuovo? Dovevo rientrare in possesso del mio vecchio passaporto il più in fretta possibile. Il tutto perché, in quanto esonerata dall’intervista, mi era stato chiesto di inviare all’ambasciata prova del visto precedente, procedura che non sarebbe stata richiesta in caso di classica intervista.

    Questo esonero dall’intervista in ambasciata doveva snellire le pratiche e ridurre lo stress, ma mi chiedeva di inviare il passaporto vecchio, il passaporto nuovo ed altri documenti importanti via posta. Affidare documenti di valore a servizi postali non sembrerebbe una mossa troppo intelligente. In effetti, i servizi postali sono riusciti a perdere il mio passaporto, confondere indirizzi di casa, sbagliare a digitare i destinatari delle mail di conferma e ritardare la spedizione di oltre una settimana. In poche parole, una bella complicazione.

    Le numerose etichette che sono state messe sul mio pacco contenente il passaporto.

    Una volta ricevuto il passaporto vecchio, l’ho spedito insieme a quello tutt’ora in uso al consolato statunitense in Olanda. E aspetto. Una, due, tre settimane. Finalmente, prima del termine della quarta, ricevo una mail da parte di un’azienda di logistica che mi indica che il mio passaporto con visto B-2 è pronto ad essere ritirato. Mi sono recata al luogo indicato e ho notato, con sorpresa, che non solo non si trattava del consolato, punto in cui i miei documenti sono stati spediti, ma anche che questo luogo di ritiro non aveva nessuna delle formalità che mi sarei aspettata. Era un capannone aziendale in periferia di Amsterdam, ben distante dal consolato e dall’ambasciata, ed assomigliava più ad un garage che non ad un ufficio di pratiche amministrative. Facendomi strada fra gli scatoloni, ho avvistato un foglio A4 con scritta “Visa” che indicava che effettivamente ero nel posto giusto. Ho addirittura trovato un impiegato, il primo di tutto lo stabilimento, che gentilmente, mi ha consegnato il mio passaporto.  Era il 16 ottobre. Finalmente ho concluso la procedura per ottenere il visto, iniziata il 31 agosto. Adesso sono in possesso di un documento che mi permette di entrare negli Stati Uniti per i prossimi dieci anni fino ad un massimo di sei mesi per volta.

  • Qualcosa su Los Angeles

    Los Angeles, per gli amici LA, è una città un po’ particolare. Innanzitutto, chiamarla città non rende giustizia, è più simile a un conglomerato di quartieri diversi, uniti da autostrade. Di solito, agli Europei, LA non piace, è troppo diversa da quel concepiamo come città. Los Angeles è il regno dell’ auto. Tutto in questo luogo è fatto a misura di automobilisti. Non esiste un centro pedonale, e neanche un vero centro a dirla tutta. L’intera area metropolitana conta 18 milioni di abitanti, attraversarla da nord a sud sono quasi 80km. La grandezza rende impossibile muoversi a piedi. Anche nel caso di distanze minori, gli spostamenti pedonali sono alquanto improbabili. Spesso le strade principali sono ad alta percorrenza e non ci sono veri e propri marciapiedi. Camminare non è solo difficoltoso, ma anche pericoloso. Tutto in questa città è pensato per gli automobilisti. Le attrattive principali devono avere un parcheggio a disposizione. Mi è capitato di dover andare in un supermercato la cui entrata sembrava quella di una casa privata, un ascensore senza nessuna indicazione che consentiva di scendere sottoterra. Mi sono chiesta come fosse possibile che un supermercato così grande avesse un’ entrata così anonima, ma poi ho capito che c’era un parcheggio sotterraneo gigante che dava sul supermercato e che la stragrande maggioranza dei clienti la spesa non la fa mai venendo a piedi.

    A render il tutto ancora più difficoltoso, Los Angeles è molto trafficata. Spostamenti di 30 km possono richiedere anche due ore se percorsi nel momento sbagliato della giornata. Bisogna pianificare esattamente il momento di partenza e arrivo e non è raro rimandare appuntamenti ed impegni ufficiali perche si è bloccati per strada. La gente del posto è talmente abituata che non se ne rende conto, ma ai turisti fa impressione pensare che c’è chi deve fare i conti tutti i giorni con questa realtà.

    Tipico panorama di Los Angeles. Palme, spiaggia, strada ad alta percorrenza e cielo sereno.

    Però è il caso di sfatare qualche mito. Io mi ero immaginata Los Angeles come una città molto americana, di prevalenza bianca, ricca e anglofona. Invece è fortissima la presenza ispanica. Tutti i cartelli e gli annunci sono bilingue, si sente tantissimo spagnolo per le strade.

    Ci sono quartieri straordinariamente abbienti, con case private che sembrano castelli, non solo a Beverly Hills, ma in tantissime zone residenziali. Ci sono anche quartieri poverissimi, intere strade in cui la gente vive in tende accantonate, ad ogni angolo si trovano senza tetto e tossicodipendenti. Mi è capitato di vedere feci umani sul marciapiede. Fa ancora più impressione sapere che queste due realtà convivono non solo nella stessa città, ma addirittura a una o due strade di distanza, e che solo una delle due realtà di Los Angeles è rappresentata nei film. La disuguaglianza economica è onnipresente in questa città.

    Dopo esser atterrata a LA, ho avuto l’occasione di passare un paio di giorni in un ostello a Santa Monica, in cui mi sono trovata benissimo. Ero a cinque minuti a piedi dalla spiaggia, ho conosciuto diversi ragazzi simpatici. Ho approfittato del clima piacevole e ho fatto il bagno nell’oceano Pacifico per la prima volta in vita mia.

    Contrariamente al resto di LA, a Santa Monica c’è parecchia gente che cammina. Non lo fa per spostarsi, è semplicemente una forma d’esercizio. Si viene in spiaggia in macchina, si parcheggia, si fa una passeggiata e poi si ritorna a casa in macchina. Forse perché gli abitanti di Los Angeles sono costantemente paragonati alle figure hollywoodiane, sembrerebbe che si curino molto del loro aspetto e della loro performance fisica. A Santa Monica è pieno di posti  in cui si possono fare esercizi sportivi.

    Spiaggia di Santa Monica un giovedì mattina: i posti parcheggio non mancano

    Forse la più grande sorpresa sono stati i mezzi pubblici. Io ero convinta non esistessero, invece, nella mia breve esperienza, li ho trovati utili ed efficienti, almeno nelle zone turistiche. Essendo l’auto un bene di prima necessità in questa città, chi non ne possiede una è, di solito, chi non riesce a procurarsi beni di prima necessità. Chi sale sull’autobus rappresenta la classe più povera e più sballata in assoluto. Nei due tragitti che ho percorso, mi sono resa conto di essere l’unica bianca, quasi l’unica donna, fra i pochissimi turisti e sicuramente quella in migliore condizione salutari-igieniche. Tristemente, l’autobus lo prende solamente chi non ha i mezzi per provvedere ad altro. Costa pochissimo, circa $1.25 per tragitti anche di 1 ora e mezza, ma quasi nessuno paga il biglietto, almeno per intero. Le persone entrano, gettano un paio di spiccioli all’autista e si siedono. Entrambe le volte ho pagato meno della tariffa ufficiale e gli autisti hanno sorriso quando hanno visto che volevo comprare un biglietto. Ho percorso un paio di tratte in cui non mi sono sentita a mio agio, in cui ho avuto conversazioni surreali con tossicodipendenti e persone che sembravano essere andate completamente via di testa. Anche questo aspetto fa parte di è Los Angeles. È una città in cui le opportunità di lavoro e di successo non mancano, in cui molti vengono per inseguire i propri sogni, ma si tratta anche di una città in cui sei costantemente a contatto con la realtà e osservi i disastri che spuntano quando qualcuno questi sogni non riesce a raggiungerli. Mi sono costantemente chiesta come faccia una zona così ricca come questa a permettere che la gente viva in condizioni d’estrema povertà.

    Nonostante tutti i suoi problemi, Los Angeles non è però priva di un certo fascino. Forse è per via del suo clima soleggiato, delle iconiche palme a bordo strada, delle splendide colline soprastanti, ma c’è una certa atmosfera idilliaca. C’è una luce strepitosa, del verde quasi ovunque, una spiaggia chilometrica e pulitissima. La gente del posto è rilassata e amichevole. Non è un caso che tante celebrità vengano a vivere qua. È il paradiso dei ricchissimi.

    Tramonto sull’oceano Pacifico. Il clima di Los Angeles consente di godersi la spiaggia per circa 320 giorni all’ anno.

    Fra i posti che ho trovato più suggestivi c’è stato l’osservatorio Griffith, dove sono state girate quelle che per me sono le scene più belle di La La Land. La vista su tutta la città è spettacolare, sono andata il mattino quando ancora non era invaso dai turisti. Anche il Ground Central Market non è male, soprattutto se si ordina il piatto tipico, tacos, in uno dei vari stand gestito da messicani di seconda o terza generazione. Ho invece evitato di visitare il Walk of Fame, ho pensato che non valeva la pena farsi più di un’ora in autobus per vedere qualche stella con dei nomi incisi.

    Osservatorio Griffith
    Panorama visibile dall’osservatorio Griffith

    Los Angeles è la capitale dell’industria del intrattenimento degli Stati Uniti e probabilmente anche di tutto il mondo occidentale. Questi non si limita solo ai set di Hollywood e grandi film, in tutta la città sono presenti artisti minori. È pieno di bar e locali che offrono musica dal vivo. La sera del mio arrivo, ancora con un fortissimo jetlag, ho assistito ad un evento di stand-up comedy, organizzato del mio ostello. Ho visto uno spettacolo di magia e uno di breakdance mentre passeggiavo sul molo di Santa Monica, dove finisce la celebre Highway 66. Basta pensare che in un martedì sera di inizio aprile c’erano diversi locali che offrivano spettacoli dal vivo nel mio quartiere.

    Santa Monica Pier. Qui si esibiscono parecchi artisti
    Come avrei potuto non fotografarla? La celeberrima scritta Hollywood

    Los Angeles è una città dal vastissimo panorama culturale. Di solito, noi europei definiamo culturale tutto quello che ha qualche sorta d’importanza storica. Los Angeles è del tutto priva di questo aspetto. Ma è piena zeppa di musei d’arte contemporanea, di mostre particolari, di spettacoli per strada, artisti ovunque. A Los Angeles la “cultura” la si crea adesso, invece di venerare quella del passato. Ci sono tanti giovani statunitensi, spesso provenienti da stati più rurali, che si trasferiscono qui con la speranza di fare carriera nel settore artistico. Vari ragazzi che ho conosciuto nel mio ostello lavorano come baristi di giorno e artisti la sera. È una città piena di talento.

    Forse è un po’ ingenuo pensare che chiunque possa essere la prossima Cenerentola o Julia Roberts, la bella di turno scoperta e diventata ricca e famosa, ma Los Angeles è veramente un posto in cui ognuno può sognare di essere chi vuole. Ed è bello percepire che in questo angolo del mondo ci arriva tanta gente che sceglie di provare a inseguire questi sogni folli, invece di rassegnarsi in partenza.

    Un saluto da parte mia. Preparatevi a vedere foto in cui sono vestita così, sono gli unici vestiti che ho portato.

    Alla prossima!

  • Perché voglio percorrere il Pacific Crest Trail?

    Ogni volta che racconto che per i prossimi cinque mesi percorrerò più di 4000 km a piedi, portandomi sulle spalle tutto quello di cui avrò bisogno durante il viaggio, dormirò in tenda e avrò pochissimo a che fare con tutte le comodità moderne, come l’acqua corrente o l’elettricità, incuriosisco molto chi mi sta ascoltando. Sembrerebbe una scelta un po’ inconsueta per una ragazza della mia età, fresca di laurea triennale e con varie opportunità accademiche e professionali davanti a me. C’e chi pensa che io mi stia infliggendo una tortura e che abbia dei tratti quasi masochistici. C’è chi mi invidia e pensa a quanto vorrebbe essere al mio posto, convinti che camminare è comunque molto meglio della vita in ufficio.
    Insomma, questa scelta è senza dubbio un po’ particolare e questionabile. Ci sono due motivi principali per i quali io voglio percorrere questo sentiero in questo periodo.


    La prima ragione è ovvia: mi piace la montagna e la vita all’aria aperta. Ho già percorso diversi trekking, più o meno battuti, da sola o in gruppo. La passione per la montagna è nata da bambina con le passeggiate domenicali, ma si è rinvigorita in piena adolescenza, quando ho avuto l’opportunità di passare due anni a UWC USA, una scuola internazionale in una comunità remota del New Mexico. Lì ho imparato ad apprezzare la natura incontaminata e il vasto paesaggio degli Stati Uniti dell’ovest, ad ammirare i canyon, la terra rossa e le gole scavate dai fiumi, ad accettare l’insignificanza della presenza umana nell’immensità del panorama circostante. In New Mexico ha anche ricevuto un po’ di formazione su tecniche di orientamento, navigazione ed altre tante abilità che potrebbero tornare utili.

    Chiunque abbia mai percorso un trekking negli Stati Uniti ha sentito parlare del Pacific Crest Trail, il piú famoso di tutti i sentieri a lunga percorrenza. Appena ho scoperto dell’esistenza di questo sentiero, ho capito che prima o poi avrei voluto percorrerlo. Mi attraggono le sfide. L’idea di un sentiero paesaggisticamente spettacolare in cui avrei avuto la possibilità, per una volta nella vita, di sperimentare un’esistenza non strettamente a contatto con il mondo civilizzato mi sembrava irresistibile. Il fascino iniziale è maturato nella consapevolezza che appena finito il primo ciclo di studi, avrei fatto di tutto per poter percorrere i primi passi del PCT. Ho pensato che non sarebbe mai arrivato il momento perfetto per iniziare il percorso. Abbiamo tutti impegni e responsabilità che per un motivo o per l’altro, ci trattengono e ci costringono a seguire un certo stile di vita. Anch’io avevo degli studi da continuare, un lavoro, una stanza in affitto e un gruppo di amici stabile. La scelta più comoda sarebbe stata senza dubbio continuare su quella via lì. Ma avevo questo forte desiderio di provare, per una volta, a fare qualcosa di inaspettato, di diverso. Nessuno dovrebbe trovare scuse per evitare di fare quel che piace. Mai rimandare o ignorare i propri sogni.

    Il secondo motivo per cui vorrei partecipare a questa avventura è molto più intimo e complesso. Per un motivo o per l’altro, ho passato gli ultimi tre anni a fare il percorso consueto. Dopo la maturità, mi sono iscritta all’università in cui ho seguito lezioni in una facoltà che non mi dispiaceva, ma nemmeno mi appassionava. Come molti ragazzi della mia età, navigavo tra lezioni ed esami, lavori part-time e coinquilini impegnativi, cercando pian piano di capire cosa volessi fare nella mia vita e quale potrebbe essere il mio posto nel mondo. Adesso mi trovo in un periodo di transizione, da un lato potrei continuare i miei studi e sperare in qualche opportunità di carriera interessante, dall’altro non sono convinta che questo mi potrebbe appagare sul serio. Forse proprio perché non ho un vero e proprio traguardo, ho bisogno di un sentiero che me ne offra uno chiaro e tangibile. In un periodo di disorientamento, di obiettivi futuri non ben definiti, ho bisogno di trovare uno scopo nella mia quotidianità. Camminare lungo il Pacific Crest Trail mi aiuterà a conoscere le mie capacità e i miei limiti, con la speranza di poterli estenderli ancora un po’.  Ho bisogno di esplorare e di conoscermi in un territorio e ambiente diverso. Percorrere un sentiero difficile svilupperà la mia intraprendenza, adattabilità e tenacia, abilità che forse mi aiuteranno, un giorno, a tracciare il mio percorso futuro.

    Dopo tre anni di studi accademici e un paio di esperienze professionali, ho capito che ho già provato a sufficienza ad imparare nel modo tradizionale, ed è arrivato il momento di fare un tentativo di arricchire la mia vita attraverso esperienze meno convenzionali. Sono convinta e fiduciosa che questo sentiero mi insegnerà più su me stessa e sul mondo in cui viviamo che non ore ed ore di lezione o tirocini inconcludenti. Per una volta voglio scegliere il mio traguardo da seguire e non quello che la società ha scelto per me.

    In un mondo troppo spesso frettoloso e superficiale, concentrato su progetti, programmi, tutto nell’ottica di essere lavoratori più preparati possibile, forse ci vuole più coraggio a lasciare la vita ordinaria, che non a dormire in tenda per cinque mesi. Alla maggior parte dei miei coetanei fanno più paura i buchi sul CV, che gli orsi e gli incendi californiani. Con la speranza di oppormi a questa tendenza e di trovare la mia definizione di successo, non quella che questa società capitalista ci ha imposto, vorrei poter scoprire se effettivamente un posto per me in questo mondo c’è, al di fuori da tutti gli schemi e i modelli che ci sono forniti e che spesso assumiamo senza domandarsi del perché. E non vedo miglior occasione per riflettere su queste tematiche che non lungo i 4000km, cinque mesi, in cui percorrerò il Pacific Crest Trail.

    Foto scattata a Rotterdam, la città in cui ho vissuto negli ultimi tre anni
    Ultima foto scattata prima di partire, mi incammino verso l’aeroporto.