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  • Prima settimana nella Sierra Nevada: Chicken Spring Lake, Mount Whitney, Forester Pass e Kearsarge Pass

    La Sierra Nevada è un tratto di una catena montuosa che attraversa gran parte della California. Si tratta di rocce granitiche perlopiù ad alta quota, con picchi superiori a 4000m. I punti più famosi sono Mount Whitney, la montagna più alta degli Stati Uniti al di fuori dal l’Alaska, Lake Tahoe, il più grande lago alpino del Nord America e Yosemite, uno dei parchi americani nazionali più belli e famosi.

    Rocce granitiche tipiche della Sierra

    Il PCT attraversa tutta la Sierra Nevada da sud a nord, per all’incirca 400 miglia. Il sentiero è molto isolato. Durante la prima settimana, non sono quasi mai scesa sotto i 3000m.  Non si attraversano mai strade vere e proprie e la maggior parte dei camminatori si deve portare tutto il necessario per passare almeno un paio di giorni in montagna: ci sono pochi sentieri percorribili in giornata. La Sierra Nevada è un territorio vastissimo, isolato e molto poco accessibile, ma è proprio questo l’aspetto più affascinante. Percorrendo questi sentieri ti senti minuscolo ed insignificante, completamente sovrastato dalla natura circostante.

    Per fare scorta di provviste si deve scendere a valle, facendo sentieri secondari. Anche un piccolo incidente, tipo uno slogatura alla caviglia, può essere essere pericoloso. Siamo in una situazione in cui nessun mezzo può arrivare, in cui i cellulari non prendono per nulla, e i GPS satellitari, indispensabili in queste zone, funzionano a mala pena. Ho presenziato un’incidente con una signora che ha dovuto chiamare i soccorsi. Ha dovuto aspettare almeno 5 ore, quando la guardia forestale è venuta a piedi nel luogo dell’ incidente e ha potuto verificare la situazione. Per questo motivo, è consigliato non attraversare mai la Sierra in solitaria, almeno nei tratti più pericolosi, che sono i passi di montagna più alti, spesso ghiacciati, e i guadi dei fiumi, in cui l’acqua arriva fino alle cosce.

    Esempio di guado pericolosissimo. Se cadi dal tronco, la corrente è fortissima

    La Sierra Nevada è il pezzo più bello, remoto e difficile del PCT. Ho dovuto comprare delle attrezzature specifiche che non avevo mai usato prima. Sono indispensabili i ramponcini. Anche in piena estate, parti del sentiero sono completamente innevate. Consigliatissima è una piccozza da ghiaccio. Non me l’aspettavo, ma l’ho usata in diversa occasioni. Fra l’altro, la Sierra Nevada è il territorio degli orsi. È obbligatorio per legge portarsi un contenitore per il cibo a prova di orso e lasciarlo lontano dalla tenda, per evitare incidenti spiacevoli.

    Piccozza e contenitore cibo a prova di orso: aggiungono un peso notevole allo zaino

    Ho passato 8 bellissime giornate nella Sierra Nevada. Sono giornate fisicamente impegnative. L’altitudine gioca brutti scherzi: mal di testa, fiatone, difficoltà a dormire e nausea sono tutti sintomi molto comuni. Il sentiero è molto più tecnico e spesso si parte il mattino prestissimo: è indispensabile fare certi passi quando la neve è ancora ghiacciata, quindi prima che il sole la riscaldi. Il saliscendi è costante, considerando che il sentiero prevede di fare un passo di montagna al giorno. Il ritmo di camminata è molto inferiore rispetto al deserto, faccio dalle 12 alle 18 miglia al giorno, un po’ perché la neve e l’altitudine rallentano, un po’ perché il panorama è talmente bello che voglio godermelo il più possibile.

    Questa prima settimana nella Sierra sono partita da Kennedy Meadows in un gruppo di cinque persone. I posti più belli sono stati Chicken Spring Lake, Mount Whitney e Forester Pass.

    Gruppo con cui sono partita da Kennedy Meadows

    Mount Whitney è la montagna più alta dei “lower 48” ovvero degli Stati Uniti continentali, tutti gli stati ad esclusione di Alaska ed Hawaii. È alta ben 4421 metri. Ho raggiunto la cima il 9 giugno. È stata un’escursione impegnativa, 25 km, con all’incirca 1200m di dislivello, ma uno zaino abbastanza leggero, visto che avevo lasciato quasi tutte le provviste e bagagli ai piedi della montagna e le ho recuperate la sera. Sono partita verso le 4 del mattino e sono tornata verso le 6 del pomeriggio. È stata una gita meravigliosa: non ero mai stata così in alto e i panorami mozzafiato mi hanno lasciato senza parole.

    Mount Whitney

    Due giorni dopo ho attraversato Forester Pass, un passo superiore ai 4000m. C’era un sacco di neve. Sono salita camminando, ma sono scesa con una speciale tecnica, che qui chiamano “glissade”: si tratta di scivolare giù seduti, usando la piccozza come freno nel caso la discesa diventa troppo veloce.

    Forester Pass

    Per scendere a valle nei giorni successivi, ho fatto il Kearsage Pass, un valico che prevede di arrivare in un parcheggio dove arrivano macchine e sono arrivata fino a Bishop, una cittadina frequentatissima da arrampicatori, dove ho passato due giornate in un ostello a riposarmi.

    Kearsage Pass

    All’incirca un anno fa, la settimana dal 7 al 14 giugno 2024, è stata la mia ultima settimana di università di triennale. Mi è venuto in mente in questi giorni e ho dovuto fare un confronto fra i due stili di vita. Esattamente un anno fa, stavo finendo di scrivere la mia tesi, che ho consegnato il 7 giugno e difeso il 14. Un anno fa ero probabilmente in biblioteca oppure sulla scrivania della mia stanza in un appartamento condiviso. Mi ricordo che ero molto stressata perché avevo un problema con il mio relatore e durante le ultime giornate, avrò lavorato alla tesi per circa 18 ore al giorno. La mia stanza era lurida e piena di polvere, non avevo tempo di cucinare sul serio o di uscire di casa. C’era un cielo grigissimo, tipico dell’Olanda.

    Esattamente un anno dopo, il 7 giugno, ero in California a 3500m, a Chicken Spring lake, un lago meraviglioso in cui ho fatto il bagno, nonostante l’acqua fosse gelida. Al posto di prepararmi per la discussione della tesi, il 9 giugno ho scalato Mount Whitney, mentre l’11 ho fatto Forester. Il 14 mi trovavo a Bishop, pronta per ripartire verso Kearsage e la Sierra. Non ho più una stanza: ho una tenda dove dormo e uno zaino con tutto quello di cui ho bisogno. Sto all’aperto tutta la giornata. Faccio il bagno nei ruscelli. Durante la pausa pranzo, mi è capitato di avvistare un coyote, al posto di altri studenti stressati. Insomma, si tratta di due stili di vita molto diversi. Non c’è dubbio di quale mi renda più felice.

    Giugno 2024: presento e difendo la tesi
    Giugno 2025: ce l’ho fatta! Ho scalato Mount Whitney!

    Alla prossima!

  • La fine del deserto

    L’ultimo tratto di deserto, le 150 miglia che separano Tehachapi da Kennedy Meadows, le ho percorse in 8 giorni. Sono partita la sera del 25 maggio e arrivata la mattina del 2 giugno. Sono state miglia estremamente impegnative. Il deserto ha riservato il meglio per il finale, e si è manifestato in tutto il suo splendore e in tutta la sua crudeltà. Questi giorni si sono caratterizzati da picchi di calore di quasi 30 gradi, dislivello sempre superiore ai 1000m al giorno, acqua rarissima ed ombra pressoché inesistente.

    Lasciata Tehachapi alle spalle, ci sono stati due giorni orribili, ventosi e difficili, in cui l’unico panorama sono state altre pale eoliche. Appena dopo, il panorama è migliorato, mostrando, per l’ultima volta, vedute straordinarie sul deserto. Ma ormai sono arrivata ad un punto che il panorama migliore non ripaga più dalla fatica della giornata, il fastidio di trovarsi la polvere ovunque, le vesciche sui piedi, la carenza d’acqua. Tutti i giorni di questa settimana, ci sono stati dislivelli dai 1000 ai 1500m. Lo zaino era il più pesante mai portato, perché 8 giorni è stato il massimo di tempo che è passato senza fare scorta di provviste. L’acqua era talmente rara, disponibile ogni ventina di chilometri abbondanti, che quasi tutti i giorni ho dovuro portare all’incirca 5 litri con me. E anche questa non sempre bastava. Una sera, ho avuto un episodio di disidratazione notevole, che si è manifestato attraverso una forte emicrania, nausea e fatica a reggersi in piedi. Avevo finito le scorte d’acqua e per un momento, ho addirittura considerato di dover bere la soluzione salina delle lenti a contatto. Avevo bevuto quasi cinque litri d’acqua quel giorno lì, ma evidentemente, non bastavano. Questi sono d’altronde i rischi del deserto: clima secco, vento e sole cocente.

    Ultimi panorami del deserto

    Ho avuto diversi imprevisti in questa settimana. Una volta mi sono dimenticata il sacchettino con i picchetti della tenda e sono dovuta tornare indietro, aggiungendo tre km al percorso. Un’altra volta ho rovesciato una borraccia piena d’acqua, in una situazione in cui ogni goccia risultava preziosa. La caviglia mi ha fatto più male del solito e mi si è gonfiata un pochetto. Le scarpe si sono bucate completamente e quelle nuove, che avevo ordinato con largo anticipo, non sono mai state spedite.

    Ma ci sono stati anche dei bei momenti. Una sera, ho sentito dei coyote ululare. Svegliarsi presto vuol dire poter vedere l’alba, svegliarsi di notte vuol dire poter vedere la via lattea. Ho provato due nuove ricette, della granola per colazione e lenticchie al curry per sera. Ho avuto per ora uno dei più notevoli episodi di Trail magic. Nell’unica strada asfaltata attraversata questa settimana c’erano due Trail Angel che hanno preparato una grigliata, e portato panini e gelati per tutti.  Insomma, è stata una settimana carica e pesante, con tanti alti e bassi, letteralmente e figurativamente.

    Alba nel deserto
    Nuove ricette!

    Se il deserto fosse finito a Tehachapi, sarei arrivata contenta, tranquilla e soddisfatta. Ci sono voluti 8 difficili giornate per farmi capire perché tutti non vedono l’ora di abbandonare il deserto e passare alla sezione successiva, la Sierra Nevada . Se effettivamente ho trovato bellissimo il panorama e sono stata contentissima di percorrere il sentiero per i primi 42 giorni, i successivi otto sono stati una sfida molto maggiore. Ma forse tutto questo ha però ha contribuito a rendere l’arrivo a Kennedy Meadows ancora più atteso, unico e appagante.

    Se un anno fa, quando già avevo deciso di percorrere il PCT, ma ancora non avevo fatto nessun tipo di ricerca, avessi dovuto nominare tre località lungo il percorso, avrei pensato a Campo, Kennedy Meadows e Bridge of the Gods. Tutti i camminatori e aspiranti camminatori conoscono Kennedy Meadows, un piccolissimo centro di 200 abitanti, ma emblematico perché segnala la fine del deserto e l’inizio della Sierra Nevada. Appena arrivati a Kennedy Meadows, tradizione vuole che i camminatori vengano accolti da un coro d’applausi e un suono di campane. Stanno a indicare:  “Congratulazioni! Il deserto è finito.”

    Sporca, stanca e soddisfatta: il deserto è finito!

    Indubbiamente, sono cambiate molte cose da quando ho iniziato il sentiero, il 14 aprile. Il mattino del 14, ci avevo messo un’ora e mezza a ripiegare tenda e sacco a pelo, fare colazione e prepararmi a partire. Avevo percorso 15 miglia, 21km, con pochissimo dislivello e sono arrivata stremata. In serata, mi ci erano voluti due tentativi prima di montare la tenda bene. Avevo preparato da mangiare qualcosa di cattivo e troppo acquoso. Avevo campeggiato con altre persone e quasi sempre camminato in compagnia, perché ancora non mi sentivo a mio agio da sola.

    L’ultimo giorno di camminata nel deserto, appena prima di arrivare a Kennedy Meadows è stato il primo giugno. Ho percorso 22 miglia, 37km con oltre mille metri di dislivello. Mi sono alzata dopo una notte di forte vento, ma ho dormito tranquilla, perché so che la tenda è montata bene. Ci ho messo una mezz’oretta per ripiegare sacco a pelo e materassino, rifare lo zaino, cambiarmi e prepararmi a partire. La colazione è stata molto migliore, perché sto imparando nuovi modi di cucinare con materiali da campeggio. E non mi ha turbato il fatto che dormissi sul crinale della montagna completamente da sola, ormai non mi fa più paura.

    Per evitare il caldo, ho spesso camminato fino a sera tardi

    Il primo giugno, mentre scendevo da una montagna, ho guardato per l’ultima volta il panorama vasto, sabbioso e arido, i Joshua Tree, i cespugli spinosi e i cactus; e per la prima volta, ho intravisto una valle granitica, verde, attraversata da fiume. C’è più umidità nell’aria e sono stata accolta dalla prima pioggia in oltre un mese. La Sierra si sta avvicinando.

    Finalmente qualche riferimento metrico

    Grazie a questi mille km (1132 ad essere esatti) e questo mese e mezzo di camminata ho acquisito consapevolezza nelle mie abilità. Sono convinta che quest’avventura sia più formativa che gran parte delle esperienze che ho mai avuto. Non tanto perché imparo cose indispensabili, dubito che nella vita di tutti i giorni sapere quanta acqua filtrare possa avere qualche valore, ma perché pian piano comincio a credere in me stessa.

    Ci sono ancora tantissime sfide future. Non ho ancora infranto la soglia delle 25 miglia al giorno, 40 km, misura sempre più comune qua. Devo imparare a prendermi cura dei miei piedi, sono piedi di Hobbit: grossi, gonfi, pieni di calli e vesciche. Non vedo l’ora di vedere passi innevati,  montagne oltre 4000m e fare il bagno nei laghi alpini. La Sierra Nevada, il pezzo più difficile e bello di tutto il PCT, è dietro l’angolo. La strada è ancora lunga e io non ho fretta.

    Vedute del primo giugno: la Sierra si avvicina!

    Un saluto da Kennedy Meadows, dove quasi un centinaio di camminatori stanno festeggiando la fine del deserto e si stanno riposando prima di partire per la Sierra!

    La colazione che Kennedy Meadows offre ai camminatori: uova, patate, salsicce e un pancake gigante
  • Notturna sull’acquedotto e Tehachapi, 21-25 maggio

    Appena lasciata Hikertown, il sentiero attraversa il deserto di Mojave. Per le 20 miglia successive, il panorama è poco interessante e a meno che non ci siano sorprese, di solito si ha a che fare con un caldo torrido. Il percorso segue l’acquedotto di Los Angeles. Un po’ perché il paesaggio è poco suggestivo, un po’ per evitare le temperature elevate e un po’ perché la tradizione vuole così, il pezzo che segue l’acquedotto lo si fa sempre in notturna.

    Per dare un’ idea delle grandezze, questo è un pezzo di ricambio dell’acquedotto, ma la foto risale ancora a qualche settimana fa

    Ero arrivata ad Hikertown in tarda mattinata e dopo essermi riposata per tutto il giorno, sono ripartita verso le 19. Eravamo un gruppo numeroso, circa una decina di persone, anche se poi ci siamo sparpagliati. Abbiamo camminato fino a quasi alle due di notte. Devo dire che è stato piacevole. Tutti noi avevamo speciali braccialetti o accessori fosforescenti. Qualcuno ha attaccato della musica. C’era una bella atmosfera. È stato quanto di più simile ci possa essere ad una discoteca sul sentiero, con la differenza che abbiamo percorso 17 miglia e mezzo, 28km, al posto di ballare. Considerando che in mattinata ne avevo già percorse 6 e mezzo, questa è stata per ora la giornata più lunga.

    Sentiero sull’acquedotto

    Viaggiare di notte ha reso unico un pezzo di sentiero che altrimenti non sarebbe stato memorabile, perché piatto, brutto e in gran parte sullo sterrato. Grazie al clima secco del deserto, la totale assenza di nubi e la lontananza dai centri abitati, il cielo stellato è meraviglioso. Mi sarebbe piaciuto immortalarlo in qualche fotografia, ma non ho una fotocamera abbastanza potente. Pazienza, certe cose vanno lasciate alla memoria e all’immaginazione. 

    Joshua Tree, avvistati durante la camminata notturna

    Mentre la camminata in notturna è stata molto piacevole e suggestiva, il giorno successivo è stato una batosta. Dopo aver dormito poco più di 3 ore, ho comunque dovuto camminare fino alla prossima fonte d’acqua, a una quindicina di miglia di distanza. Qualche camminatore più furbo di me ha fatto un riposino pomeridiano, ma io sono arrivata la sera senza nessuna energia, stravolta dalla mancanza di sonno. Il tutto è stato ancora più difficile perché c’era un dislivello notevole, ma soprattutto, perché c’era un vento formidabile. Per i 4 giorni successivi, due prima e due dopo Tehachapi, il sentiero attraversa la più grande installazione di pale eoliche California. Posso assicurare che se tante pale eoliche sono state installate qui, un motivo c’è. A tratti, il vento mi faceva inciampare e e mi trascinava nella direzione sbagliata.

    Sono sempre stata favorevole all’uso delle pale eoliche per produrre energia, ma dopo questi giorni terribili, non voglio più vedere pale eoliche in vita mia

    Tehachapi è una piccola cittadina, ed è stata una buona località per riposarsi un attimo. Ho passato due notti in un albergo con piscina e wafer illimitati a colazione. Ormai però, sono talmente abituata a dormire all’aperto in balia degli elementi, che il mio sacco a pelo e materassino mi sembrano più comodi che non una stanza d’albergo, soprattutto se poi questa stanza è condivisa da 7 persone, di cui almeno un paio russano. E mi diverto di più a provare ad orientarmi sul sentiero nel vasto panorama desertico, che non fra le corsie illimitate di Walmart, anche se in entrambi i posti si vedono camminatori stanchi, sperduti e con troppo cibo appresso.

    Il disordine in stanza quando 7 persone svuotano zaini

    Dopo un po’ di meritato relax, sono ripartita. Mancano solo 8 giorni di deserto!

  • Essere una ragazza sulla PCT

    Non è pericoloso per una ragazza andare via da sola ?

    Questa è una domanda che mi hanno fatto in tanti e alla quale tengo molto dare una risposta. Ho aspettato un po’ perché volevo farmi un’ idea del sentiero e della situazione prima di poter giungere ad una conclusione. Adesso che è da un mesetto che cammino, penso di aver degli elementi per dare una mia personale risposta alla domanda e dire la mia su una tematica che ritengo molto importante.

    Cominciamo da qualche buona notizia. No, tendenzialmente non è pericoloso percorrere il PCT da ragazza sola. Questo ovviamente non si applica a tutti i sentieri e tanto meno a tutti i tipi di viaggio, ma con le dovute accortezze, percorrere il PCT comporta pericoli abbastanza limitati, e essere di sesso femminile non ne aggiunge di nuovi.

    Questo è un sentiero molto battuto dai camminatori di PCT, ma essendo a tratti abbastanza isolato, non è troppo comune incontrare gente al di fuori del sentiero. Di solito, chi cammina sul PCT è molto gentile e disponibile, c’è un senso di comunità che fa si che ci si aiuti l’un l’altro. Per ora, non c’è stato nulla da temere da parte degli altri camminatori. Per le persone esterne, forse qualcosa da temere ci potrebbe anche essere, ma gli incontri sono talmente rari e le chance che questa gente pericolosa sia su un sentiero di montagna ancora di più.  D’altronde, mettiamoci nei panni di qualche maniaco, criminale o comunque persona poco raccomandabile. Dov’è più probabile che trovi una vittima, in un posto in cui passano decine o centinaia di ragazze, tipo in un centro città, o in un posto in cui forse se ne può trovare una, massimo due? Che ragazza sarà mai più piacevole? Quella pulita e profumata o quella che forse ha avuto come unica fonte d’igiene l’acqua dei ruscelli? Chi è una vittima più semplice? La ragazza in città o la ragazza che ha con sé un GPS con localizzazione satellitare e che riesce a cavarsela da sola e a sopravvivere nei boschi? Se cominciamo a pensare queste cose, forse ci rendiamo conto che tante attività quotidiane sono molto più pericolose e se non ci mettiamo limiti per andare in città, a scuola o a fare la spesa, perché l’essere donna dovrebbe condizionarci a percorrere il PCT?

    Chiarito ciò, vorrei però dire che anche se tendenzialmente i pericoli non aumentano ad essere donna, c’è comunque qualche ostacolo in più da superare. Parlo della mia esperienza. Culturalmente, l’Italia non è un paese in cui è diffusissimo che una ragazza vada in viaggio, ancora meno in montagna, da sola. Siamo un popolo che deve ancora imparare dai nostri vicini nordeuropei che andare in vacanza da sola come ragazza non solo dovrebbe essere accettato, ma potrebbe essere anche desiderato. Chi parte per un’ avventura del genere da solo, o ancora meglio da sola, non è necessariamente chi non si è trovato compagnia, ma anche chi per scelta vuole vivere un’ esperienza un po’ diversa. Viaggiando da soli di solito si è più inclini a fare nuove conoscenze, insegna a prendere più scelte e ad acquisire più responsabilità. È un esperienza sia piacevole che formativa che bisognerebbe fare, e non cercare d’evitare. Fra l’altro, il PCT è un percorso che tantissima gente inizia da sola per poi trovare compagnia lungo il sentiero. Spesso, noi camminatori, siamo persone con del tempo a disposizione perché siamo in un momento di transizione nella vita e abbiamo bisogno di opportunità di riflessione e introspezione. Generalmente, andare via da soli aiuta a trarre il meglio in un momento delle vita talmente particolare e delicato.

    Purtroppo questa paura di andare via da soli, soprattutto da sole, che io ho riscontrato molto in Italia, si trasforma in mancanza d’informazioni riguardo a come faccia una ragazza a fare un trekking da sola. Abbiamo tanta tradizione di montagna e alpinistica in Italia, meno di campeggio e bivacco. Eppure, ho frequentato abbastanza campi scout e centri campeggio, ma posso garantire che mai, mai, ripeto mai, ho ricevuto informazioni su come gestire il ciclo quando dormo all’aria aperta e non ho un bagno disponibile. Ovviamente questo è molto limitante. Tantissime ragazzine, io compresa quando avevo 12, 13 anni, si vergognerebbero a chiedere e di conseguenza eviterebbero una serie d’attività. E come gestire il ciclo non dovrebbe essere una cosa che solo le ragazze dovrebbero sapere. Chiunque dovrebbe aver le basi per aiutare chi potrebbe essere in difficoltà. Considerando che circa metà della popolazione in un periodo della vita ha le mestruazioni, è una tematica che dovrebbe essere molto più dibattuta, ma spesso evitata e considerata tabù perché appartenente alla sfera femminile.

    Questo non è tutto. Sono convinta che abbiamo bisogno di esempi, non solo d’istruzioni. Io ho iniziato a pensare sul serio di percorrere il PCT perché ho sentito di una ragazza, olandese, che l’ha percorso in solitaria. In Italia, questi esempi non ci sono. In genere, la montagna è considerata più maschile, la vita all’aria aperta pure. Gli alpinisti famosi, tutti uomini, nell’ immaginario collettivo poi, sono tutti burberi e solitari, invece dovrebbe essere più diffuso il concetto che la montagna è fatta anche per le ragazze giovani, carine, e simpatiche.

    Questa mancanza di esempi e  opportunità per la ragazze di fare trekking si trasforma anche in mancanza di materiali tecnici pensati esclusivamente per le donne. La maggior parte degli zaini in commercio sono pensati per gli uomini, con spalle larghe e torso lungo. Io non lo sapevo, ma la temperatura media per cui sono indicati i sacchi a pelo è sempre, la temperatura in cui un maschio si sente a suo agio di notte. È stato ripetutamente dimostrato che le donne hanno freddo più spesso la notte, a causa di diversi processi metabolici. Quando ho comprato il mio sacco a pelo, indicato per notti fino a -6 gradi, ma in casi estremi protegge fino a -23 gradi, ero convinta andasse bene. Leggendo molto attentamente le istruzioni, invece mi sono resa conto che per le ragazze le temperature su cui fare affidamento sono 0 gradi e -15 in casi estremi. Questo non me l’aveva spiegato nessuno, anche perché, se ci facciamo caso, chi vende prodotti da montagna sono quasi sempre tutti uomini. Le tende sono sempre unisex e pensate per gente alta. Vabbè qual è il problema la gente bassa, quindi le donne, staranno più larghe? Ma una tenda più lunga e larga comporta qualche grammo di peso in più da portarsi via, che unite a qualche grammo in più di un sacco a pelo pensato a misura d’uomo e di un materassino pensato a misura d’uomo, insieme si ottiene del peso extra che va ad impattare di più su chi pesa di meno, quindi le donne, perché il peso massimo che si dovrebbe portare sulle spalle dovrebbe essere sempre una percentuale massima, sul 30-40%, del peso corporeo. Insomma c’è molto in cui ancora bisognerebbe migliorare.

    Il mio sacco a pelo. Come potevo sapere che le temperature per cui è indicato, scritte sull’involucro, non sono quelle a cui avrei dovuto fare riferimento?

    Mi sono chiesta se questa carenza di esempi e materiali fosse solo italiana, ed in parte penso che in California la situazione sia un po’ meglio. Dal punto di vista di materiali tecnici, ho trovato molta più varietà rispetto all’Italia, pantaloncini con tasche capienti, biancheria intima molto migliore e addirittura sacchi a pelo pensati esclusivamente per donne. Ma questa è la mia esperienza in uno stato in cui è molto diffuso fare trekking e campeggio. Non oso immaginare come la situazione possa essere in posti come il Mississipi, visto che ho conosciuto una camminatrice che viene da lì e mi ha spiegato che è l’unica ragazza nella sua cerchia di amici che non si è sposata appena finite le superiori. 

    Negli ultimi anni la situazione sta migliorando. E sta nascendo un movimento di prodotti da montagna pensato da donne per le donne. Un esempio eccezionale di questo è la Kula Cloth, introvabile in Italia, ma diffusissima qua sul sentiero, una specie di salvietta, che funziona come carta igienica riutilizzabile. È favolosa. Decorata, comoda, modesta ed economica. La si può mettere in lavatrice, è molto più sostenibile e più pratica della carta igienica, considerando che questa la si deve portare via una volta usata. La Kula Cloth aiuta un sacco le ragazze a non avere problemi sul cammino, visto che siamo noi quelle che facciamo molto più uso di carta igienica. La ragazza che l’ha ideata ha fatto diversi sentieri escursionistici negli Stati Uniti. Oltre a un discreto successo economico, sta avendo un grosso impatto sociale e culturale e offre a tante ragazze opportunità che altrimenti non avrebbero.

    Kula Cloth, una volta provata non si torna più indietro

    Qui in California, almeno sul PCT, ci sono molte più ragazze che sono sicure e fiduciose e camminano da sole. Una ragazza che ho conosciuto prima del sentiero, mi aveva detto che in passato aveva visto molti più ragazzi camminare da soli sul PCT, mentre le ragazze di solito camminano in coppia. La mia esperienza è stata molto diversa. Mentre la generazione più anziana, i 50enni e 60enni sono prevalentemente uomini, almeno metà dei camminatori più giovani sono ragazze. La notte prima della mia partenza ci siamo radunati in una ventina. Eravamo 4 giovani ragazze che siamo partite da sole, oltre a qualche donna adulta e qualche coppia di amiche, quasi di più in confronto ai ragazzi. I tempi stanno cambiando.

    Rispetto all’Italia, qui non ho ottenuto attenzioni speciali perché sono una ragazza. Per ora non mi sono mai sentita dire “coraggiosa” o “vai in cerca di pericoli”, come, di solito, non se lo sentono dire i ragazzi da noi. E nel vedere tante ragazze che camminano ti rendi conto che ci sono tanti modi diversi di gestire la propria identità femminile sul sentiero, così come c’è ne sono tanti nel mondo vero. È bello potersi sentire femminile sul sentiero se si vuole. Una ragazza con cui cammino spesso, porta degli orecchini grandi, verdi e vistosi. Le ho chiesto come mai, se non le pesassero e lei mi ha detto che le piacciono molto e che vuole dimostrare che è possibile fare un sentiero impegnativo senza rinunciare a qualche accessorio e un po’ di stile. Un’altra ragazza che ho conosciuto ha una ciocca di capelli fucsia a cui tiene molto. Mi ha detto che quando ha l’opportunità se la tinge di nuovo, anche lungo il sentiero. Sono piccoli gesti che fanno stare meglio. Non è frivolo. Se ci si sente bella, ci si sente sicura, se si è sicura, si è forte. Bisogna essere forti e tenaci per affrontare un’ avventura del genere.

    Dall’altro lato, il sentiero è anche una scusa per mandare a quel paese tutti i canoni estetici imposti dalla nostra società, che di solito colpiscono maggiormente le donne. Il PCT è un ambiente in cui nessuno si scandalizza a vedere gambe e ascelle non depilate, capelli spettinati, vestiti sporchi, visi struccati. C’è chi pensa che non seguire questi standard di bellezza è un modo di dimostrare al mondo che a questi standard non ci si sta, ci si ribella. Invece c’è chi è convinto che si possa fare un sentiero fisicamente impegnativo senza dover rinunciare a un proprio stile e un modo di esprimere la propria personalità. C’è chi si prende più cura del proprio aspetto lungo il sentiero e chi di meno. È giusto poter avere l’opportunità di scegliere. Ed è bello avere esempi di ragazze del genere, che dimostrano che non c’è solo un prototipo di ragazza che fa questo sentiero.

    Non per pura casualità biologica, ma perché per scelta personale mi sono fatta influenzare da certe tematiche, l’essere nata femmina ha avuto un ruolo considerevole nel formare la mia identità. Essere una ragazza italiana nel ventunesimo secolo ha suscitato una sensibilità per certi temi che probabilmente non avrei. E questo, per certo, ha influenzato il mio modo di pensare, prendere decisioni e vivere la mia vita. Quindi io non voglio raccontare al mondo che faccio questo sentiero nonostante io sia una ragazza, e tutti i pericoli che questo comporta. Io voglio raccontare che faccio questo sentiero proprio perché sono una ragazza e questo ha suscitato in me tratti che altrimenti non avrei, come il desiderio di dimostrare al mondo che valgo qualcosa, desiderio che tante ragazze hanno, e cimentarsi in qualcosa d’impegnativo, al posto di avere la certezza che il mondo conosca già il mio valore.

    Questi pensieri non sono assolutamente da generalizzare a tutto il genere femminile, o pensare che tutte le ragazze camminatrici si sentano così, ma è solo la mia esperienza e riflessione personale. Ognuna di noi ha un motivo diverso ed è qui che sta il bello. Tante ragazze camminano da sole e a me sembra una cosa meravigliosa. 

    L’uguaglianza di genere la si ottiene con tanti modi e strategie diverse. Io sono convinta che fare questo cammino promuova l’idea che anche una ragazza, giovane e italiana, da sola, può vivere questa avventura, divertirsi e imparare tanto. Ed è vero che essere una ragazza comporta qualche ostacolo in più, ma è anche vero che ci deve essere qualcuno che li affronta questi ostacoli, così da rendere più semplice la via per chi arriva dopo. Nel mio piccolo, posso scegliere se ispirare qualcun altro o rassegnarmi alla situazione. Per me la giusta via è chiara.

  • Come si mangia lungo il sentiero?

    La risposta breve è: “Tanto e male”.

    La maggior parte dei camminatori si porta dietro un piccolo fornelletto con bomboletta a gas. Di solito, si cucina prevalentemente a cena, dopo aver già piantato la tenda, anche se c’è chi si concede il lusso di una colazione o un pranzo caldi. Ma c’è anche chi, per portarsi dietro meno peso, decide di rinunciare completamente al fornelletto e mangia cibo freddo per ben cinque mesi consecutivi. È importante avere tanti snacks, oltre ai pasti principali. Tendenzialmente, quando si fa rifornimento viveri in una cittadina, si va a mangiare fuori, per mangiare bene almeno una volta ogni tanto.

    Lista della spesa
    Esempio di spesa per all’incirca 5 giorni. Manca il grosso delle merende

    La colazione è stato per me il pasto più difficile da rimpiazzare, ancora devo trovare una soluzione che sia nutriente, gustosa e che pesi poco. Un’opzione comune sono i fiocchi d’avena, sia preparati su un fornello che messi semplicemente in ammollo la sera prima. Un’altra opzione sono biscotti secchi o barrette energetiche. C’è chi sgranocchia granola, crackers, merendine o cereali. Io ho provato quasi tutte queste opzioni e personalmente mi soddisfano poco.

    Esempi di colazione, fiocchi d’avena o biscotti

    Per pranzo, l’opzione più diffusa è farsi dei wraps con delle tortillas, molte simili alle nostre piadine, crude però. C’è chi li fa sofisticati, con tonno , maionese, formaggio, salame, ma c’è anche chi semplicemente li condisce con burro d’arachidi. Io, di solito, le riempio con formaggio e avocado. Un’altra alternativa è farsi il cous cous. Al posto di cucinarlo, lo si può semplicemente mettere in ammollo il mattino, per pranzo si è già idratato. Io aggiungo qualche verdura disidratata, un po’ di frutta secca e qualche salsa. Oltre opzioni per pranzo sono crackers, barrette energetiche, ramen etc.

    Tortillas: il ripieno più folle che ho visto sul sentiero è stato burro d’arachidi e patatine

    La cena è il pasto migliore. Le opzioni più diffuse sono i ramen, noodles orientali, purè di patate disidratato, paste e risotto in busta. Certe marche sono diffusissime tra i camminatori. Io uso tantissimo preparati Knorr, in alternativa, prodotti Mountain House e Backpacker’s Pantry vanno alla grande.

    L’opzione più economica ma meno nutriente in assoluto: Ramen

    Per merende, ci sono un sacco di opzioni disponibili. Io cerco di mangiare qualcosa perlopiù sano, tipo frutta secca, ma qui quasi tutti mangiano un sacco di merendine e cibi ultraprocessati. I miei snack preferiti sono anacardi, datteri, noci pecan, albicocche essiccate, purea di mela in busta e Snickers.

    Questi negozi pensati per i camminatori hanno sempre ampia varietà di barrette energetiche

    Un’altra cosa a cui pensare è come proteggere il cibo dagli animali. Per ora, si tratta di roditori, ma presto bisognerà mettere il cibo al riparo dagli orsi. Io tolgo tutto il cibo dal contenitore originale, a meno che non sia già un prodotto impacchettato monoporzione, tipo una barretta energetica, e lo metto dentro delle bustine di plastica richiudibili, che in teoria dovrebbero limitare gli odori. Metto tutte queste bustine all’interno di un sacco pensato appunto per portare il cibo. Di notte, lascio questo sacco all’interno dello zaino, nell’anta esterna della tenda. Per ora non ho mai avuto problemi con animali.

    Così come bisogna portarsi dietro il cibo, bisogna portarsi dietro anche la spazzatura. A volte siamo fortunati e si trovano dei cestini lungo il sentiero, ma di solito, bisogna portarsi la spazzatura per almeno 3 giorni di cammino alla volta, che non è piacevole. Anche questa potrebbe attirare animali.

    Il fabbisogno calorico giornaliero è molto diverso da quello della vita quotidiana. Ovviamente varia da persona a persona, dal tempo meteorologico, dai km percorsi e dal dislivello della giornata. Chi si porta dietro un orologio che tiene traccia del consumo di calorie, riesce a stimare la quantità di calorie bruciate. In media, si tratta di 4000 calorie al giorno, con picchi di anche più di 5000. Se si tiene conto che 2000 calorie al giorno è il valore di riferimento per il fabbisogno energetico di una persona, questo vuol dire che sul cammino c’è bisogno di circa il doppio delle energie. Bisogna mangiare di conseguenza, che non è banale. Il problema non è l’appetito, perché la fame aumenta in corrispondenza delle energie consumate. La difficoltà sta nel doversi portare sulle spalle il cibo per, in media, dai 3 agli 8 giorni di sentiero, tenendo conto che si deve mangiare il doppio rispetto a quanto uno sia abituato.

    Di solito, si privilegiano cibi che offrono tante calorie in proporzione al peso e al volume. Frutta secca, datteri, ma anche caramelle, burro d’arachidi, merendine. Bisogna fare il ragionamento opposto rispetto a quello che fanno la maggior parte delle persone nella vita di tutti i giorni: a parità di peso, bisogna sempre dare la priorità al cibo più calorico. Sebbene all’ inizio possa sembrare piacevole avere l’opportunità di mangiare tutto quel che si vuole e rischiare di comunque essere in deficit calorico e perdere peso, questo fattore dopo un po’ diventa problematico. Mangiare più calorie possibili è altrettanto malsano e dannoso che tentare di mangiare meno calorie possibili, soprattutto se poi non si tiene conto degli altri valori nutrizionali.

    Io sono vegetariana da circa cinque anni e mi è stato chiesto se fosse difficile seguire la mia dieta. A dir la verità mangiare vegetariano lungo il sentiero non è difficile, mangiare sano ed equilibrato lo è. Prima di tutto, sul sentiero la maggior parte delle persone non riesce a mangiare abbastanza frutta e verdure, ma a dir la verità molti non ci provano neppure. Prodotti quali mele, carote o peperoni tengono bene fuori dal frigo per diversi giorni, ma quasi nessuno se li porta via, perché considerando il loro peso, non forniscono abbastanza calorie alla dieta. La mania di tenere conto solo delle calorie e non degli altri valori nutrizionali potrebbe a lungo termine essere molto dannosa, soprattutto considerando che questo regime alimentare va tenuto per cinque mesi, non solo per una vacanzina settimanale.

    L’altro fattore molto diverso dalla mia esperienza pre-cammino, è il bisogno di mangiare continuamente, almeno ogni paio d’ore, invece che solitamente ad orari fissi. Qui sul sentiero faccio colazione appena sveglia, a volte senza neanche uscire dal sacco a pelo. Faccio uno o due spuntini prima di pranzo. Dopo pranzo, mi fermo a fare merenda almeno una volta. E devo sforzarmi per non mangiare niente altro dopo cena, perché la fame c’è, ma non ha senso mangiare quel poco cibo disponibile in un momento che so che non devo fare nessun tipo di attività fisica.

    Qui molti perdono peso velocissimamente, il che crea grossi problemi al fisico. D’altronde, se si punta a mangiare 3000 calorie al giorno, obiettivo ambizioso, si ha un deficit calorico di circa 1000 calorie giornaliere, che di solito vuol dire una perdita di circa un kilo a settimana. Questo è uno stile di vita che non è assolutamente sostenibile per cinque mesi. Neanche le diete più rigorose consigliano la perdita di così tanto peso in così poco tempo per un periodo così prolungato.

    Insomma, non è semplice organizzarsi per mangiare a sufficienza, soprattutto considerando che, dato l’elevato consumo di energie, si è in una situazione di fame perenne. Viene chiamata “hiker’s hunger”, la fame del camminatore. Vi assicuro che la sto sperimentando e sto vedendo di quelle cose assurde. Ho visto un ragazzo ordinarsi 4 hamburger in un colpo solo al McDonald. Burritos da quasi 2kg mangiati in un batter d’occhio. Io ho un certo talento nel divorare gelati, sono arrivata a 6 nel giro di poco più di 24 ore di sosta, nei pressi di Agua Dulce. Quando si va in città e c’è accesso a del cibo buono, tutti mangiano molto più del solito. Le rare volte che sono in città, mi sembra di mangiare il doppio se non il triplo di quello che mangerei altrimenti. Pensavo di non arrivare mai a dichiarare una cosa del genere, ma per fortuna che esistono le porzioni statunitensi. 

    Questa è stato il mio brunch in città dopo una settimana di camminata. Un burrito ripieno di frittata, verdure e formaggio, hashbrown (patate spadellate) di contorno e un pancake gigante. Ma questo è stato solo il primo round! Ho ordinato un altro pancake delle stesse dimensioni. Il tutto accompagnato da due cioccolate calde, di cui una con la panna. Che ci crediate o no, dopo due ore, mi è venuta di nuovo fame
  • 15-21 maggio: Agua Dulce, miglia 500 e Hiker Town

    Questi giorni sono stati abbastanza tranquilli e piacevoli. Non c’è la fretta di percorrere più miglia possibili. Ormai sono a mio agio a fare una ventina di miglia al giorno, sui 30 km, che però diminuiscono se sono stanca o ho voglia di passare parte del pomeriggio a prendere il sole, cosa rara, ma indispensabile ogni tanto. Questa settimana ho quasi sempre camminato con Allie e a tratti con Nico, Jake e Alex, Janick e Ben.

    Panorami prima di arrivare ad Agua Dulce

    Un breve tratto del sentiero passava da Vasquez Rocks, delle formazioni rocciose, dove in passato hanno girato parecchi film, soprattutto Western e fantascienza.

    Vásquez Rocks

    Il 16 maggio, io ed Allie siamo arrivate ad Agua Dulce, una comunità di poco più di 3000 abitanti. Ho passato una notte nel Hiker oasis, una posto in cui era possibile campeggiare, e abbiamo trovato doccia, lavatrice e supermercatino con beni di prima necessità. C’erano un sacco di camminatori che si riposavano. Siamo andati a cena con un gruppo di camminatori a un ristorante messicano, dove qualcuno ha anche esibito il suo talento in un karaoke organizzato dai ristoratori. Il giorno dopo saremmo dovuti ripartire in mattinata, ma il Women Center di Agua Dulce, una comunità di donne del posto, aveva organizzato un pranzo speciale per i camminatori. Ovviamente ne abbiamo approfittato. È incredibile pensare alla generosità di queste persone. Hanno offerto a tutti i camminatori una buonissima “taco salad” e dessert quasi illimitati. C’eravamo io, Allie, Nico, Janick, Ben, Alex, Jake, Nathalie, Andrea e Pilgrim, un ragazzo sempre di fretta che cerca di fare più miglia possibili, camminando anche la notte, ma per qualche motivo, è sempre dove siamo noi. Gruppo numeroso, insomma.

    Taco Salad

    Dopo un’ improvvisa e inspiegabile giornata di nebbia, il tempo è migliorato. Questi sono gli ultimi giorni in cui si vede del verde lungo il percorso, visto che la prossima settimana sarà nel deserto del Mojave. Ecco i panorami più belli di questi giorni.

    Dimenticavo, ma il 20 marzo abbiamo raggiunto quota 500 miglia! Da tradizione, abbiamo ascoltato una canzone, “I am gonna be 500 miles” e fatto un balletto. La PCTA, l’associazione che si occupa di preservare il sentiero, rende obbligatorio avere un permesso di camminata a chi fa più di 500 miglia consecutive. Diciamo che sei un vero thru-hiker se arrivi a quota 500. Eccoci qui!

    Io, Allie e Nico celebriamo quota 500

    Il 21 maggio abbiamo raggiunto Hiker Town, ultimo insediamento prima del deserto di Mojave. A presto!

    Il deserto vero e proprio si avvicina

  • Anniversario, un mese di sentiero

    Oggi è il 14 maggio, data che segna un mese da quando ho iniziato a percorrere il PCT. Io ed Allie, che abbiamo iniziato lo stesso giorno e che ancora camminiamo insieme, volevamo festeggiare in qualche modo. Purtroppo però non avevamo pensato di portare qualcosa con noi, tipo una birra o un dolcetto, per festeggiare l’anniversario. Comunque mi sembra opportuno fare un punto della situazione. Ecco un piccolo resoconto di cosa è successo in quest’ultimo mese.

    Dal 14 aprile al 14 maggio ho percorso circa 427 miglia. Ho raggiunto due cime, San Jacinto e Baden Powell. Il punto più alto del sentiero sono stati 3300m. Il giorno più lungo sono stati 37 km, quello con più dislivello positivo 2000m, quello con più dislivello negativo, 2100m. Cammino in media 10 ore al giorno, ma il giorno più lungo, ne ho camminate 13.

    Mi sono fermata a dormire al coperto in tre cittadine, Mount Laguna, Idylwild e Big Bear. C’è stato solo un giorno in cui non ho camminato per niente ed altri 3 in cui ho percorso meno di 5 miglia, all’incirca 8 km. Ho fatto piu docce del previsto, 7 in tutto. E ho fatto il bagno nel fiume due volte, alle terme una volta e in una Jacuzzi, diffusa in queste cittadine sciistiche, due volte.

    Per ora ho contato 5 vesciche, tanti graffi, un forte raffreddore, ma nessun problema serio al fisico. Non mi sono mai scottata, se non un pochino i dorsi delle mani. Resisto ancora con il primo paio di scarpe, anche se molti le hanno già cambiate. Il mio materiale ed equipaggiamento tiene bene, tranne per un piccolo graffio alla tenda. Non so esattamente come sia successo, ma penso sia stato un ramo spinoso una notte di forte vento. Questa è una spiegazione che mi rende più tranquilla rispetto a pensare che potrebbe essere stato un coyote in cerca di cibo, com’ è successo a qualcuno.

    Ci sono state ben due volte in cui il vento era a più di 50 miglia orarie. Una volta ha grandinato, una piovuto e una nevicato. Ma la maggior parte dei giorni sono caldi e soleggiati. La temperatura più alta sono stati 32 gradi, la più bassa decisamente sottozero.

    Ci sono stati almeno una decina di avvistamenti di serpenti, ma purtroppo solo uno di serpente a sonagli. Mi piacerebbe avere l’opportunità di vederlo meglio. Per il resto tante lucertole, scoiattoli, coniglietti e uccellini. La flora locale fa colpo, soprattutto per i cactus e i fiori.

    C’è stato solo un vero momento di difficoltà, la serata prima delle tempesta su San Jacinto, quando abbiamo deciso di scendere dalla montagna. Ho avuto solo un vero momento di sconforto, la mattina dopo aver passato una notte sulla neve, quando le mie mani erano talmente congelate che non riuscivo a ripiegare la tenda. Nonostante almeno una volta al giorno mi chiedo cosa diavolo io stia facendo, di solito questo sentimento svanisce dopo dieci minuti. Ci sono un sacco di momenti divertenti e inaspettati, ma anche un sacco di momenti impegnativi. Quasi ogni sera mi addormento felice e soddisfatta della giornata.

    Ho incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti, che rendono piacevole e unico il percorso. È bello incontrare gente e non catalogarla con le etichette che di solito usiamo nella vita di tutti i giorni. Qui spesso non si sa che lavoro la gente faccia o qual è il loro stile di vita. Ma, di solito, si è a conoscenza di cose più intime, cosa spinge loro a camminare e che cambiamento vorrebbero portare nelle loro vite. C’è un sacco da imparare dal sentiero e da chi lo percorre.

    La vita lungo il sentiero, a tratti, è un po’ magica. Oggi io e Allie avevamo appena iniziato a lamentarci che non avevamo energie per continuare e che non avevamo abbastanza cibo, che all’improvviso è sbucato da un cespuglio Janick, un ragazzo svizzero che ci ha detto che una sua amica lo avrebbe raggiunto 8 miglia dopo portando pizza per tutti. E così abbiamo festeggiato il nostro anniversario di camminata. Mangiando pizza a bordo strada, portata da una ragazza, mai vista prima, a bordo di un’ automobile decapottabile. Qui c’è un detto, “the Trail provides”, il sentiero provvede, fornisce. A volte non ci si deve organizzare alla perfezione, perché dove non si pianifica, ci pensa il sentiero a sorprenderti.

    Janick, Ben e Allie mangiano la pizza portata da un’amica di Janick

    Il 14 maggio abbiamo percorso 20 miglia senza troppe difficoltà. E le sorprese della giornata non erano finite. La sera ci siamo accampati in quattro in un posto unico. Era una pista d’atterraggio per elicotteri. L’abbiamo scelto come posto dove passare la notte perché era piatto e aveva una vista strepitosa. Abbiamo pensato che è raro che un elicottero atterrasse, e se proprio così fosse, il gran rumore ci avrebbe svegliato di sicuro. Alla fine il PCT non è altro che un gigantesco pigiama party mobile, dove la gente è solo un po’ più sporca e affaticata del solito. 

    Campeggio su pista d’elicottero

    Dalla pista d’atterraggio si vedevano le luci di quella che penso fosse la periferia di Los Angeles. Nel vedere le luci di LA, la città dei grandi sogni, ho pensato che anch’io in questo momento sto esaudendo il mio. D’altronde, lo scopo di ogni viaggio è quello di trovare il proprio momento e angolino di felicità in questo mondo. Oggi, 14 maggio, il posto in cui io ero felice era una pista d’atterraggio per elicotteri, isolata fra le montagne del deserto californiano, con tre persone che fino a un mese fa erano estranei.

    Alla prossima!

  • Wrightwood e Monte Baden Powell, amici ritrovati.

    Wrightwood è una piccola cittadina, un tempo località sciistica famosa, ormai celebre perché, negli ultimi anni, è stata tristemente colpita da diversi incendi. Sono andata l’11 maggio, per fare rifornimento generi alimentari. Ho trovato una comunità molto disponibile ed aperta ai camminatori. Addirittura sono andata a una lezione di yoga rigenerativo, gratuita per i camminatori, in cui l’insegnante ci ha fatto fare un sacco d’esercizi per spalle e schiena, pensati proprio per chi porta uno zaino pesante.

    Intere foreste d’alberi bruciati vicino a Wrightwood

    Ho ritrovato vecchi amici, Allie e due coppie che avevo già visto in precedenze, Jake e Alex, del Wisconsin e Nathalie e Andrea, australiane. Dopo aver pranzato insieme a Wrightwood, siamo ripartiti per il sentiero. Abbiamo camminato un’oretta, prima di trovare un posto dove accamparci.

    Il giorno successivo, volevo provare qualcosa di diverso. Di solito mi sveglio verso le 6, ma per una volta, volevo vedere l’alba sul sentiero. Ho convinto Allie e il resto del gruppo e ci siamo messi la sveglia per le 4. L’idea era di vedere l’alba dalla cima della montagna che avremmo dovuto scalare. Non siamo riuscite ad arrivare in cima prima dell’alba, ma è comunque valsa la pena, per un volta, iniziare con il buio pesto e vedere il cielo tingersi prima di arancione, poi di rosa e infine d’azzurro. Sarebbe bello assistere a spettacoli del genere molto più spesso.

    Il gruppo con il quale siamo saliti su Baden Powell

    Il Pacific Crest Trail si chiamo così perché appunto, segue le “creste” del Pacifico, ovvero le montagne più alte della placca pacifica. Il Monte Baden Powell è stata la seconda cima da inizio percorso. È alto 2800m ed è chiamato così per onorare appunto Baden Powell, il fondatore dello scoutismo. La salita è stata corta e ripida, per fortuna c’era pochissima neve. Si dice che, nei giorni sereni, dalla cima si riesce a vedere fino a Los Angeles e l’oceano Pacifico. Era coperto quando siamo saliti, ma io ho trovato che le nubi rendessero il paesaggio ancora più suggestivo.

    Cima del monte Baden Powell

    Il sentiero per scendere era molto panoramico, ho camminato sul crinale della montagna. C’era un sacco di vento, mi è venuto un forte raffreddore, probabilmente dovuto anche al continuo sbalzo di temperature.

    I giorni successivi sono rimasta sempre ad una altitudine di 2000m, con qualche saliscendi, ma niente di troppo complesso. Forse per via della vicinanza con Los Angeles, penso sia una zona abbastanza frequentata da turisti e camminatori nel fine settimana. Questo l’ho capito dalla presenza di tanti bagni e tavoli da picnic, senza acqua corrente e con bidoni della spazzatura a prova d’orso, un lusso per i camminatori del PCT.

    Dopo qualche giorno di foresta e alta montagna, verso la fine della settimana siamo tornati a un paesaggio più desertico e a un clima più caldo. Fra un po’ si scenderà di quota. A presto!

  • Solitudine e compagnia

    Dopo la faticaccia e il maltempo della settimana scorsa, i giorni successivi mi sono sembrati molto più tranquilli. Il ritmo di camminata è più rilassato e piacevole, il dislivello molto inferiore. Ormai navigo su una media di 18 miglia giornaliere, circa 29 km, che percorro senza alcuna difficoltà.

    Alcuni dei panorami più belli di questa settimana sono stati in Deep Creek, un canyon scavato da un ruscello, di cui si segue il corso per un paio di giorni. A tratti, si riesce a fare il bagno nel fiume e l’acqua fresca è un sollievo, soprattutto nelle ore più calde della giornata. Un altro evento particolare è stata la presenza di delle terme naturali lungo il fiume.

    Deep Creek

    Purtroppo però sono aumentate le temperature. Nei giorni fra il 7 e il 10 maggio ci sono stati picchi di oltre 30 gradi. Anche le notti si sono fatte più torride. Mi è capitato di dover dormire fuori dal sacco a pelo, senza vestiti. Non c’è una soluzione per evitare il caldo, perché dura gran parte della giornata, inizia alle 8 e finisce oltre alle 19. C’è chi si alza prima delle 4, chi cammina fino alle 22 e chi fa lunghissime pause pomeridiane, ma considerando che tutti in media camminano per una decina di ore al giorno, al caldo bisogna abituarsi. Il clima secco aumenta il rischio di disidratazione. Io bevo dai 4 ai 5 litri d’acqua al giorno, che aggiungono un peso notevole alla zaino, ma ho sentito dire che c’è chi se ne porta dietro sei.

    Panorami lungo il cammino

    Un po’ per scelta, un po’ per necessità, questi giorni ho trascorso più tempo da sola. Quando racconto che ho l’intenzione di attraversare gli Stati Uniti a piedi, la gente s’immagina questa gran avventura in solitaria, ma la verità è che si è in compagnia la maggior parte del tempo. Nonostante quasi tutti inizino il sentiero da soli, si formano amicizie, si creano coppie o gruppetti. Di solito, quando un gruppo ha più di tre persone, viene chiamato “tramily”, da Trail family, famiglia lungo il sentiero. Qualche tramily è più unita, qualcuna più distanziata. Nonostante si faccia campeggio in libera, i posti in cui è possibile effettivamente piazzare una tenda sono limitati. Tutti in genere preferiscono accamparsi nei pressi di una fonte d’acqua. Quasi sempre si condivide il campeggio con qualcuno. In queste prime tre settimane di cammino, mi è capitato solo una volta di accamparmi completamente in solitaria ed è stato per scelta. Avevo bisogno di passare un po’ di tempo da sola, dopo aver passato gran parte del sentiero in compagnia.

    Esempio di campeggio, sempre in libera

    Questa settimana è stata la prima volta che ho passato un paio di giorni consecutivi prevalentemente da sola. L’aspetto più stancante dell’ andare via da sola è la quantità di decisioni che bisogna prendere senza consultarsi con qualcuno o aspettare conferme. Non sono decisioni banali. Qualche scelta è di carattere pratico-logistico. Quanti km ho intenzione di camminare? Dove sarebbe meglio fermarsi a passare la notte? Qualche scelta potrebbe avere conseguenze negative. Quanta acqua devo portarmi dietro? Posso fare questa salita sotto il sole cocente? Qualche scelta poi, è veramente difficilissima. Quanta cioccolata mettere nelle provviste? Alle terme è meglio andare la mattina presto o la sera tardi?

    Più la mia avventura continua e più mi rendo conto che sono in grado di prendere queste decisioni da sola. Non devo cercare una conferma nei comportamenti degli altri, perché dentro di me ho già le risposte. Solo io mi conosco talmente bene da sapere quanto le mie gambe tengono, di quanta acqua ho bisogno, dove riesco a dormire bene, quanto e in che momento ho bisogno di mangiare. I dubbi che mi vengono lungo il percorso sono opportunità di capire di cosa ho bisogno per vivere al meglio il cammino. E pian piano acquisisco la consapevolezza che sono in grado di gestire da sola le conseguenze delle mie scelte e divento, ogni giorno che passa, più sicura di me stessa e delle mie abilità. D’altronde, mi sembra una cosa incredibile imparare a passare mesi interi nella natura senza aver bisogno di niente altro se non quello che mi porto sulle spalle.

    Ecco chi si incontra lungo il sentiero

    Questa settimana c’è stata qualche complicazione logistica. Per un incendio avvenuto lo scorso settembre, ci sono 30 miglia di sentiero chiuse ai camminatori. Purtroppo bisogna fare scorta di provviste in una cittadina che si sarebbe raggiunta camminando quelle miglia. Non è semplice riuscire a organizzarsi. C’è chi salta quelle miglia completamente, chi prova a raggirare, chi le fa di notte per evitare controlli da guardie forestali e chi cammina su una strada parallela, aperta anche alle automobili. Purtroppo sul sentiero si vedono interi boschi bruciati, tristemente gli incendi sono molto diffusi in California. Nel vedere queste foreste di alberi morti, quasi spettrali, dovremmo ricordarci che dovremmo fare quanto possibile per proteggere questi ambienti. E il fatto che catastrofi naturali abbiano un impatto sui camminatori è solo un piccolissimo esempio dei danni che il cambiamento climatico porta ad interi ecosistemi e comunità. Non sarà l’ultima volta che ci saranno deviazioni sul percorso a causa d’incendi.

    Foreste di alberi bruciati

    Io ho fatto un percorso alternativo, cercando di saltare meno km possibili. Per fortuna, ho ritrovato Nico, un componente della mia piccola tramily, e abbiamo percorso la deviazione insieme. Nico è una persona colta e gentile, appassionato di cyber security e di burro d’arachidi.  Abbiamo percorso insieme i km sotto il sole cocente e abbiamo trovato un posto campeggio insieme ad un’ altra ragazza.

    Alba sul sentiero

    Ormai sono al miglio 350, che indica la metà del deserto!

  • Mission Creek

    Celeberrima per essere uno dei tratti più di difficili del deserto, Mission Creek è un pezzo di circa venti km in cui non c’è un vero e proprio sentiero, si risale il corso di un ruscello.

    La difficoltà varia di anno in anno, a seconda della stagione. Quando io l’ho percorsa, il livello dell’acqua era abbastanza basso. Con un po’ di agilità, sono riuscita a saltare da sasso a sasso ogni volta che c’era un guado. A fine giornata, avevo le scarpe ancora asciutte.

    Uno dei tanti tratti, almeno 30, in cui ho dovuto saltare da sponda a sponda

    Il lato positivo è che, per una volta, non mi sono dovuta portare 4 litri d’acqua, visto che la si può procurare in qualsiasi momento. Il lato negativo è che non ci sono posti in cui è possibile piantare una tenda e il percorso poco chiaro rallenta molto il ritmo di camminata.

    La serata precedente, mi ero accampata in un posto bellissimo, un’oasi naturale, a una decina di chilometri da Mission Creek. Volevo assolutamente completare Mission Creek in un unico giorno, sabato 3 maggio, perché avevo sentito dire che domenica prevedevano un temporale e non ne volevo sapere di attraversare dei guadi sotto il diluvio. Purtroppo ho sbagliato a fare i conti, e al posto di una trentina di km, ne ho fatti 37, con ben 2000m di dislivello positivo. Gli ultimi cinque chilometri sono stati i più difficili di tutto il percorso fin ora. Non trovavo un posto dove piazzare la tenda, il sentiero era molto esposto, le gambe rigide dalla fatica. È stata una corsa per arrivare prima del tramonto. Ho camminato mezz’ora al buio, e sono arrivata esausta in un campeggio dove qualcuno aveva fatto un fuoco, verso le 8 di sera. Avevo iniziato a camminare appena dopo le 7 del mattino.

    Panorami il giorno prima di Mission Creek

    Per fortuna, domenica non ho dovuto attraversare nessun guado. C’è stato qualche tuono e lampo, ma non ha piovuto. Ha nevicato. Tutto il giorno. Il deserto riserva sempre qualche sorpresa. Sabato c’erano almeno 25 gradi e ho fatto il bagno nel fiume. Domenica, a 1000m in più d’altitudine, sembrava di essere in un paesaggio da fiaba natalizia.

    Ma non doveva fare caldo nel deserto? Per fortuna ho un sacco a pelo che tiene fino a -23 gradi, e sono sopravvissuta alla mia prima notte di campeggio su neve. Il giorno dopo prevedevo di andare a Big Bear, una cittadina qua vicina, solamente un paio d’ore per fare la spesa, ma la temperatura bassa e la compagnia mi hanno convinto a passare una notte al coperto. Per la prima volta da inizio sentiero, ero molto provata dalla fatica dei giorni precedenti e le condizioni meteo. Le mani congelate, i vestiti fradici, i dolori alle gambe hanno reso la prospettiva di un letto comodo e una doccia calda molto allettante. Non abbiamo dovuto fare autostop, ci è venuta a prendere Allie con il suo ragazzo, che era venuto a trovarla. Avevano una giornata d’anticipo di camminata su di noi e ci hanno aspettato a bordo strada, venuti con il furgone di lui. Ci hanno accolto con una tazza di cioccolata calda, preparata con il fornelletto a gas sul retro del furgone. Questo piccolo gesto mi ha scaldato corpo e cuore e decisamente tirato su il morale.

    Saluti da una Yuki molto infreddolita nella sua tenda

    Ci sentiamo presto.