Categoria: Informazioni utili

  • Perché tutti i camminatori vanno agli uffici postali?

    Era il 10 luglio quando, appena uscita dall’ufficio postale di South Lake Tahoe, in cui ho spedito tre pacchi, ho comunicato ai miei genitori che, se non ci fossero stati problemi alla dogana, sarebbe arrivato a casa loro un pacco contenente la mia piccozza e i miei ramponcini. Oggetti che, non ho alcun dubbio, possono tornare loro molto utili, visto che è pieno di ghiacciai a Verona, soprattutto a luglio.

    All’ufficio postale eravamo in cinque persone in coda per spedire dei pacchi, di cui tre eravamo camminatori del PCT. Gli uffici postali di queste cittadine lungo il cammino sono indispensabili per la programmazione e buon riuscita del viaggio.

    Il motivo principale per cui i camminatori vanno in posta è per spedire o ritirare provviste alimentari. Ci sono due modi principali per fare rifornimento di viveri lungo il sentiero, uno si tratta semplicemente di andare al supermercato, invece l’altro non è altro che ritirare un pacco di cibo preparato tempo addietro e spedito a un determinato ufficio postale che di solito lo tiene fino a quando il camminatore viene a ritirarlo. È abbastanza raro che il sentiero passi direttamente da un supermercato ben fornito, motivo per cui si deve fare autostop per andare fino al negozio più vicino. Invece, è abbastanza diffuso trovare uffici postali o altri stabilimenti disponibili a tenere un pacco. Una volta, spedirsi pacchi postali contenenti provviste era l’unico modo di avere accesso a del cibo lungo il sentiero, ma adesso che il PCT sta diventando sempre più popolare è molto più diffuso trovare dei piccoli negozietti abbastanza forniti nelle località di solito frequentate dai camminatori.

    Un mio pacco contenente provviste alimentari

    Non è scontato capire come funziona il meccanismo, quando vale la pena inviare un pacco e quando invece conviene comprare direttamente. Ho visto un sacco di tabelle Excel di persone più organizzate di me in cui segnano in che giorno prevedono di arrivare in quale località, di quanto cibo hanno bisogno e che uffici postali convengono. Organizzare in anticipo cinque mesi di provviste non è per niente banale, motivo per cui la maggior parte dei camminatori non lo fa e si rassegna a mangiare quel che trova nei negozi lungo il sentiero. Secondo un sondaggio condotto da Halfway Anywhere, un sito molto popolare dai camminatori del PCT, nel 2024 meno del 12% dei camminatori ha usato prevalentemente pacchi postali per fare rifornimento di cibo, un altro 12% ha usato solo i supermercati e il 76% ha fatto un misto d’entrambi. Di solito, è solo chi ha particolari allergie e diete molto restrittive che usa prevalentemente il sistema di spedizione.

    Dati e grafico di Halfway Anywhere

    Se si sceglie di fare affidamento alle poste e così evitarsi problemi legati all’autostop, ci si può preparare i pacchi contenenti il cibo sia prima della partenza per il cammino, sia durante il cammino. Nel primo caso, si creano tutti i pacchi all’inizio e si affida a una persona, residente negli Stati Uniti, il compito di spedirli tutti agli uffici postali di riferimento, con le giuste tempistiche, visto che, di solito, gli uffici postali tengono il pacco per 2-4 settimane massimo. Nel secondo caso, a volte si approfitta di un supermercato ben fornito per comprare più provviste del necessario e spedire quelle in eccesso più a nord, in una località in cui si sa che il supermercato è sprovvisto o molto caro. È quello che ho fatto io a South Lake Tahoe, quando ho approfittato di Grocery Outlet, un supermercato molto più economico e ho fatto una spesa doppia, inviando tutto quello che non mi sarebbe servito più a nord, a Belden.

    Di solito, chi si invia pacchi, soprattutto se preparati in anticipo, mangia un po’ più sano ed equilibrato, perché ha più scelta di alimenti al momento di fare la spesa. Altro punto a favore, se uno fa la spesa all’inizio e compra in grosse quantità spesso sa quanto spende, al posto di chi compra da negozi che essendo in posti isolati, sono spesso carissimi. Oltre allo sforzo organizzativo notevole, ci sono due problemi grossi legati ai pacchi di provviste. Il primo è che è difficile prevedere quanto uno mangerà e di cosa avrà voglia lungo il sentiero. Il fabbisogno calorico giornaliero è molto diverso da quello di cui uno è abituato, ed è difficile prevedere l’esatta quantità di cibo necessario. Fra l’altro, dopo un po’ che si mangiano gli stessi alimenti, per mesi alla volta, d’altronde non c’è tantissima scelta di cibi leggeri, calorici e a lunga conservazione, ci si stufa e si arriva a non tollerare più certi alimenti che una volta potevano dar soddisfazione. A me questa cosa è successa con il cous cous: l’ho mangiato quasi tutti i giorni a pranzo per due mesi di fila e ora non esagero quando dico che mi viene la nausea solo a guardarlo, se lo ritrovassi in un pacco di provviste non lo toccherei neanche. L’altro problema legato alle spedizioni di pacchi è che spesso bisogna cambiare i propri programmi a seconda degli orari di apertura degli uffici postali. Anche se le poste sono pienissime nella stagione dei camminatori, non fanno straordinari, sono quasi sempre chiuse la domenica, aprono tardi e chiudono presto. Tanta gente deve accelerare o rallentare il ritmo di camminata. E, per ora non ho avuto brutte sorprese, ma può capitare che il pacco si perda, arrivi in ritardo o l’ufficio postale decida di sbarazzarsene se è passato più di un mese e nessuno l’ha ritirato. A meno che uno non abbia particolari esigenze alimentari, io sconsiglierei di usare prevalentemente pacchi per fare rifornimento di cibo, almeno per la tratta della California. Io per ora me ne sono inviati soltanto due, entrambi preparati lungo il sentiero, anche se prevedo di inviarne qualcun altro più a nord.

    Il mio pacco, ritirato a Tuolonme Meadows. Il ragazzo delle poste era talmente orgoglioso dell’etichetta con il mio cognome che aveva creato che non ho avuto il coraggio di dirgli che ha fatto un errore e che io mi chiamo Girardi, non Giraldi

    Se qualcuno è stato attento, ha notato che all’inizio del post io ho spiegato che ho inviato tre pacchi dall’ufficio di South Lake Tahoe. La piccozza a casa dei miei genitori, mentre le provviste alimentari più a nord. E il terzo pacco allora? Si tratta dalle “bounce box”, la scatola che rimbalza. Sí, perché non ci sono solo provviste alimentari in eccesso. La bounce box è una scatola contenente generi vari che uno non si vuole portare nello zaino per certe tratte, ma potrebbe comunque averne bisogno in futuro. Per esempio, io ho iniziato il sentiero con due paia di pantaloni da camminata, uno lungo e uno corto. Dopo un po’ mi sono resa conto che preferivo quelli corti per il tratto del deserto, quindi ho inviato quelli lunghi a Kennedy Meadows, dove li ho ripresi, visto che preferivo quelli lunghi per fare il tratto di Sierra Nevada sulla neve. La “bounce box” appunto rimbalza, ti segue lungo il cammino, uno la apre, tira fuori quello di cui ha bisogno, mette dentro quello che non si vuole più portare appresso e la rispedisce. Oltre ai pantaloni lunghi, io nella bounce box ci ho messo lenti a contatto di riserva e un libro che avevo iniziato a leggere, volevo finire e non volevo portarmi sulle spalle, ma se ho tempo in città leggo un paio di capitoli. A South Lake Tahoe ho aggiunto nella mia bounce box tutti i vestiti invernali che ho usato nella Sierra Nevada, non prevedo di usare questo mese, ma potrebbero tornare utili più a nord. Ognuno mette cose diverse nella sus Bounce box. Ho visto due ragazze che hanno messo dei vestiti carini, così da usarli ogni volta che sono in città e so di un’altra ragazza che si è messa dentro la tinta per capelli.

    Cosa si scrive sulla scatola? Il proprio nome sia come ricevitore che come mittente, General Delivery, che indica che il pacco venga trattenuto all’ufficio postale, una data d’arrivo indicativa (EST or ETA) e la scritta “Please hold for PCT hiker”, che vuol dire mi raccomando trattenere il pacco per un camminatore di PCT.

    Ecco, per oggi è tutto. Ci risentiamo per un resoconto della California del Nord!

  • Differenze tra l’ “outdoor backpacking” americano e l’andare in montagna italiano

    Una notte troppo fredda e ventosa per i miei gusti, a più di 3000 m d’altitudine, vicinissima al Mather Pass, mi è capitato di pensare quanto avrei preferito avere un tetto sopra di me, al posto di una tenda in cui ho dovuto tenere fermi i pali, per paura che il vento la facesse crollare o, ancora peggio, la strappasse. Mi è venuto in mente che l’ultima volta che ho visto un tetto vero e proprio era stato tre giorni prima e ce ne sarebbero voluti altri quattro prima che arrivassi a vedere un qualsiasi segno di civiltà. Così è l’esperienza dei camminatori del PCT e in molti altri sentieri negli Stati Uniti: si tratta di sopravvivere e godersi territori remoti, assolutamente non attrezzati, e si ha la sensazione di essere completamente isolati dal resto del mondo.

    Proprio in questa situazione, una notte troppo fredda per dormire bene, accampata in una valle raggiungibile solo a piedi con tre giorni di cammino, mi è venuto in mente quanto questa situazione sia irripetibile in, probabilmente, gran parte dell’Europa. In montagna, in Italia, ci sono sempre rifugi, camminatori giornalieri, spesso strade asfaltate non troppo distanti, comunque raggiungibili in almeno un paio d’ore. C’è un abisso fra come gli statunitensi vivono la montagna e la natura e da come si solito la frequentiamo noi europei. Dopo più di due mesi che sto sperimentando questa realtà, penso sia giunto il momento di proporre una mia riflessione a riguardo.

    La prima differenza è ovvia: si tratta dello spazio a disposizione. Gli Stati Uniti sono molto più vasti, decisamente meno abitati. I “grandi spazi” degli Stati Uniti, soprattutto nell’ovest, non sono una trovata dei film western. Ci sono intere zone abitate pochissimo, in cui la presenza umana ed urbana è molto limitata. Basta pensare che le guardie forestali, che a volte passano intere stagioni nella Sierra Nevada, si devono far portare le provviste con dei muli. I cellulari non prendono per settimane intere. Le zone abitate più vicine potrebbero trovarsi a giorni e giorni di cammino. Nel caso di difficoltà non è detto che si trovi qualcuno che possa fornire aiuto. Quasi tutti i camminatori che ho conosciuto si portano dietro un GPS satellitare, unica connessione con il mondo esterno, da usare in caso d’emergenza.

    Questo aspetto è molto diverso rispetto all’Europa. Una densità abitativa molto maggiore fa si che anche i posti più isolati, le aree protette o i parchi nazionali, sono molto più raggiungibili e la presenza umana è molto più  preponderante. Spesso c’è sempre qualche paesino o insediamento urbano nelle vicinanze. È rarissimo, in montagna, non trovare nessun rifugio che offra possibilità di mangiare o dormire. È molto più diffuso fare gite giornaliere, perché ci sono gli sbocchi e i sentieri giusti. Quasi nessun camminatore, neanche fra i più arditi e appassionati, si porta provviste per settimane alla volta, perché non ce n’è bisogno.

    Visto che negli Stati Uniti le camminate giornaliere sono molto meno diffuse perché le aree naturali sono meno accessibili, chi vuole passare un po’ di tempo nella natura, di solito, si deve portare tutto appresso, tenda, zainone e provviste per quanti giorni sia previsto, cosa che di solito neanche gli esperti di montagna fanno da noi. Negli Stati Uniti, spesso è necessario avere un permesso specifico per accedere molti parchi naturali o aree protette, questo per limitare il numero di persone sui sentieri. Certi permessi particolari, per esempio Half Dome a Yosemite, Mount Whitney, qualche sentiero sul Grand Canyon, sono difficili da ottenere e spesso si ricorre a un sistema di lotteria. Quando si ha il permesso di visitare un parco o una zona naturale, solitamente si ha il permesso di campeggiare ovunque in queste zone. Fra l’altro, quando il terreno appartiene al governo federale, Bureau of Land Management (BLM),  tendenzialmente è sempre concesso accamparsi per quante notti si vuole. Questo è molto diverso dalla maggior parte dei paesi europei, dove i campeggi sono quasi sempre già stabiliti, attrezzati e a pagamento. Il campeggio libero, che è il modo più diffuso di fare campeggio negli Stati Uniti, è fatto pochissimo in Europa ed è tendenzialmente considerato proibito o pericoloso. In alcuni paesi europei è completamente illegale (Germania, Paesi Bassi), in altri non è propriamente consentito, ma tollerato (Italia, Francia, Svizzera), in alcuni è consentito con alcuni parametri (Norvegia, Scozia), ma in nessun paese è diffuso e apprezzato come negli Stati Uniti. Basta pensare che solamente con il mio permesso di PCT io ho la possibilità di campeggiare ovunque voglia lungo il sentiero, per centinaia di notti e migliaia di km.

    La seconda differenza che si nota, è la mentalità preponderante con cui diversi popoli concepiscono la natura e gli spazi aperti. Forse perché gli Stati Uniti sono stati fondati da pionieri e da esploratori che pian piano si spostavano verso ovest, si percepisce ancora un certo desiderio di una parte del popolo di esplorare territori inesplorati e selvaggi. Forse, ma queste sono tutte idee mie, la cultura individualista degli Stati Uniti, in cui ognuno pensa per sé e non deve fare conti con nessuno, tanto meno con la legge, la si nota anche nel loro approccio con la natura. In tanti aspetti della società statunitense è in vigore una “legge del più forte”: per via di un welfare state poco sviluppato e un’ eccessiva libertà del mercato, negli Stati Uniti prospera chi ne ha i mezzi e non c’è una rete di salvataggio per chi non riesce. Anche nella natura questo concetto prevale: sopravvive chi ne è in grado. Spesso chi va nel “backcountry”, come lo chiamano loro, lo fa facendo affidamento solo su sé stesso, sulle proprie abilità e sui propri mezzi, non su infrastrutture, come di solito, facciamo noi. Non ci sono mezze misure. Si vive la natura in modo estremo, sapendo che non c’è un tetto sotto cui ripararsi in caso di nubifragio, e non ci sono posti che offrono cibo nel caso sia indispensabile.

    Forse perché nella maggior parte dei paesi europei c’è un’ idea di comunità più forte, si pensa che la montagna e la natura sono un bene da proteggere per tutti e devono essere accessibili a tutti. Ci si può avvicinare alla montagna in modo più graduale, meno estremo rispetto agli Stati Uniti. È molto più diffuso fare camminate alla domenica, esistono gruppi CAI, visite guidate, addirittura una volta, mi è capitato di fare una gita di classe. In media, le infrastrutture e i trasporti pubblici in Europa sono molto più sviluppati, ed esistono autobus e ciclabili che ti portano in montagna. Esistono addirittura certi rifugi accessibili in macchina e funivie che ti portano direttamente in cima alla montagna. Questo sviluppo è dato sicuramente dal fatto che la montagna è più frequentata, ma forse anche perché, in fondo, si pensa che la natura sia un bene comune e quindi va data una possibilità a chiunque di godersela, anche a chi non ne sarebbe in grado altrimenti.

    Non so se queste differenze nel modo di vivere la montagna sono date da fattori pratici, come lo spazio a disposizione, da motivi ideologici o da un misto di entrambi. Non so se sia lo spazio a disposizione che abbia influenzato l’ideologia prevalente o viceversa, l’ideologia esistente ha fatto sì che lo spazio venga protetto o attrezzato in modi diverso. Non so se questi pensieri possano essere generalizzati a tutto il paese o a tutto il popolo, ma c’è senza dubbio una differenza sostanziale su come l’americano medio e l’europeo medio vive la natura.

    A me il modo estremo statunitense di vivere la natura piace molto e mi si addice di più. In una situazione in cui tutte le attività quotidiane sono scomode, in cui sei sempre a rischio di avere fame e freddo, in cui fai affidamento solo su quello che ti porti sulle spalle, sei in una situazione che ti svincola da tutti gli obblighi imposti dalla nostra società. Per la prima volta in vita mia, ho la sensazione che non devo niente a nessuno. Le uniche regole da rispettare sono le leggi naturali, molto più potenti di qualsiasi tentativo di legge qualcuno abbia mai provato ad inventare ed ad imporre. Si respira un senso di libertà mai provato prima, che a tratti è spiazzante, a tratti inebriante. Questo senso di libertà assoluta, che è quello che rende gli statunitensi tanto orgogliosi del loro paese e il principio di base su cui hanno fondato una nazione intera, io lo ritrovo qui, fra i passi di montagna innevati e i laghi alpini, nel territorio degli orsi e delle marmotte.

    Esempio di rifugio in Italia, sulle Dolomiti. Si può passare una notte al calduccio e gustarsi un buon pasto
    Posto in cui ho dormito sul PCT. Materassino, sacco a pelo e cielo stellato, niente di più!

  • Essere una ragazza sulla PCT

    Non è pericoloso per una ragazza andare via da sola ?

    Questa è una domanda che mi hanno fatto in tanti e alla quale tengo molto dare una risposta. Ho aspettato un po’ perché volevo farmi un’ idea del sentiero e della situazione prima di poter giungere ad una conclusione. Adesso che è da un mesetto che cammino, penso di aver degli elementi per dare una mia personale risposta alla domanda e dire la mia su una tematica che ritengo molto importante.

    Cominciamo da qualche buona notizia. No, tendenzialmente non è pericoloso percorrere il PCT da ragazza sola. Questo ovviamente non si applica a tutti i sentieri e tanto meno a tutti i tipi di viaggio, ma con le dovute accortezze, percorrere il PCT comporta pericoli abbastanza limitati, e essere di sesso femminile non ne aggiunge di nuovi.

    Questo è un sentiero molto battuto dai camminatori di PCT, ma essendo a tratti abbastanza isolato, non è troppo comune incontrare gente al di fuori del sentiero. Di solito, chi cammina sul PCT è molto gentile e disponibile, c’è un senso di comunità che fa si che ci si aiuti l’un l’altro. Per ora, non c’è stato nulla da temere da parte degli altri camminatori. Per le persone esterne, forse qualcosa da temere ci potrebbe anche essere, ma gli incontri sono talmente rari e le chance che questa gente pericolosa sia su un sentiero di montagna ancora di più.  D’altronde, mettiamoci nei panni di qualche maniaco, criminale o comunque persona poco raccomandabile. Dov’è più probabile che trovi una vittima, in un posto in cui passano decine o centinaia di ragazze, tipo in un centro città, o in un posto in cui forse se ne può trovare una, massimo due? Che ragazza sarà mai più piacevole? Quella pulita e profumata o quella che forse ha avuto come unica fonte d’igiene l’acqua dei ruscelli? Chi è una vittima più semplice? La ragazza in città o la ragazza che ha con sé un GPS con localizzazione satellitare e che riesce a cavarsela da sola e a sopravvivere nei boschi? Se cominciamo a pensare queste cose, forse ci rendiamo conto che tante attività quotidiane sono molto più pericolose e se non ci mettiamo limiti per andare in città, a scuola o a fare la spesa, perché l’essere donna dovrebbe condizionarci a percorrere il PCT?

    Chiarito ciò, vorrei però dire che anche se tendenzialmente i pericoli non aumentano ad essere donna, c’è comunque qualche ostacolo in più da superare. Parlo della mia esperienza. Culturalmente, l’Italia non è un paese in cui è diffusissimo che una ragazza vada in viaggio, ancora meno in montagna, da sola. Siamo un popolo che deve ancora imparare dai nostri vicini nordeuropei che andare in vacanza da sola come ragazza non solo dovrebbe essere accettato, ma potrebbe essere anche desiderato. Chi parte per un’ avventura del genere da solo, o ancora meglio da sola, non è necessariamente chi non si è trovato compagnia, ma anche chi per scelta vuole vivere un’ esperienza un po’ diversa. Viaggiando da soli di solito si è più inclini a fare nuove conoscenze, insegna a prendere più scelte e ad acquisire più responsabilità. È un esperienza sia piacevole che formativa che bisognerebbe fare, e non cercare d’evitare. Fra l’altro, il PCT è un percorso che tantissima gente inizia da sola per poi trovare compagnia lungo il sentiero. Spesso, noi camminatori, siamo persone con del tempo a disposizione perché siamo in un momento di transizione nella vita e abbiamo bisogno di opportunità di riflessione e introspezione. Generalmente, andare via da soli aiuta a trarre il meglio in un momento delle vita talmente particolare e delicato.

    Purtroppo questa paura di andare via da soli, soprattutto da sole, che io ho riscontrato molto in Italia, si trasforma in mancanza d’informazioni riguardo a come faccia una ragazza a fare un trekking da sola. Abbiamo tanta tradizione di montagna e alpinistica in Italia, meno di campeggio e bivacco. Eppure, ho frequentato abbastanza campi scout e centri campeggio, ma posso garantire che mai, mai, ripeto mai, ho ricevuto informazioni su come gestire il ciclo quando dormo all’aria aperta e non ho un bagno disponibile. Ovviamente questo è molto limitante. Tantissime ragazzine, io compresa quando avevo 12, 13 anni, si vergognerebbero a chiedere e di conseguenza eviterebbero una serie d’attività. E come gestire il ciclo non dovrebbe essere una cosa che solo le ragazze dovrebbero sapere. Chiunque dovrebbe aver le basi per aiutare chi potrebbe essere in difficoltà. Considerando che circa metà della popolazione in un periodo della vita ha le mestruazioni, è una tematica che dovrebbe essere molto più dibattuta, ma spesso evitata e considerata tabù perché appartenente alla sfera femminile.

    Questo non è tutto. Sono convinta che abbiamo bisogno di esempi, non solo d’istruzioni. Io ho iniziato a pensare sul serio di percorrere il PCT perché ho sentito di una ragazza, olandese, che l’ha percorso in solitaria. In Italia, questi esempi non ci sono. In genere, la montagna è considerata più maschile, la vita all’aria aperta pure. Gli alpinisti famosi, tutti uomini, nell’ immaginario collettivo poi, sono tutti burberi e solitari, invece dovrebbe essere più diffuso il concetto che la montagna è fatta anche per le ragazze giovani, carine, e simpatiche.

    Questa mancanza di esempi e  opportunità per la ragazze di fare trekking si trasforma anche in mancanza di materiali tecnici pensati esclusivamente per le donne. La maggior parte degli zaini in commercio sono pensati per gli uomini, con spalle larghe e torso lungo. Io non lo sapevo, ma la temperatura media per cui sono indicati i sacchi a pelo è sempre, la temperatura in cui un maschio si sente a suo agio di notte. È stato ripetutamente dimostrato che le donne hanno freddo più spesso la notte, a causa di diversi processi metabolici. Quando ho comprato il mio sacco a pelo, indicato per notti fino a -6 gradi, ma in casi estremi protegge fino a -23 gradi, ero convinta andasse bene. Leggendo molto attentamente le istruzioni, invece mi sono resa conto che per le ragazze le temperature su cui fare affidamento sono 0 gradi e -15 in casi estremi. Questo non me l’aveva spiegato nessuno, anche perché, se ci facciamo caso, chi vende prodotti da montagna sono quasi sempre tutti uomini. Le tende sono sempre unisex e pensate per gente alta. Vabbè qual è il problema la gente bassa, quindi le donne, staranno più larghe? Ma una tenda più lunga e larga comporta qualche grammo di peso in più da portarsi via, che unite a qualche grammo in più di un sacco a pelo pensato a misura d’uomo e di un materassino pensato a misura d’uomo, insieme si ottiene del peso extra che va ad impattare di più su chi pesa di meno, quindi le donne, perché il peso massimo che si dovrebbe portare sulle spalle dovrebbe essere sempre una percentuale massima, sul 30-40%, del peso corporeo. Insomma c’è molto in cui ancora bisognerebbe migliorare.

    Il mio sacco a pelo. Come potevo sapere che le temperature per cui è indicato, scritte sull’involucro, non sono quelle a cui avrei dovuto fare riferimento?

    Mi sono chiesta se questa carenza di esempi e materiali fosse solo italiana, ed in parte penso che in California la situazione sia un po’ meglio. Dal punto di vista di materiali tecnici, ho trovato molta più varietà rispetto all’Italia, pantaloncini con tasche capienti, biancheria intima molto migliore e addirittura sacchi a pelo pensati esclusivamente per donne. Ma questa è la mia esperienza in uno stato in cui è molto diffuso fare trekking e campeggio. Non oso immaginare come la situazione possa essere in posti come il Mississipi, visto che ho conosciuto una camminatrice che viene da lì e mi ha spiegato che è l’unica ragazza nella sua cerchia di amici che non si è sposata appena finite le superiori. 

    Negli ultimi anni la situazione sta migliorando. E sta nascendo un movimento di prodotti da montagna pensato da donne per le donne. Un esempio eccezionale di questo è la Kula Cloth, introvabile in Italia, ma diffusissima qua sul sentiero, una specie di salvietta, che funziona come carta igienica riutilizzabile. È favolosa. Decorata, comoda, modesta ed economica. La si può mettere in lavatrice, è molto più sostenibile e più pratica della carta igienica, considerando che questa la si deve portare via una volta usata. La Kula Cloth aiuta un sacco le ragazze a non avere problemi sul cammino, visto che siamo noi quelle che facciamo molto più uso di carta igienica. La ragazza che l’ha ideata ha fatto diversi sentieri escursionistici negli Stati Uniti. Oltre a un discreto successo economico, sta avendo un grosso impatto sociale e culturale e offre a tante ragazze opportunità che altrimenti non avrebbero.

    Kula Cloth, una volta provata non si torna più indietro

    Qui in California, almeno sul PCT, ci sono molte più ragazze che sono sicure e fiduciose e camminano da sole. Una ragazza che ho conosciuto prima del sentiero, mi aveva detto che in passato aveva visto molti più ragazzi camminare da soli sul PCT, mentre le ragazze di solito camminano in coppia. La mia esperienza è stata molto diversa. Mentre la generazione più anziana, i 50enni e 60enni sono prevalentemente uomini, almeno metà dei camminatori più giovani sono ragazze. La notte prima della mia partenza ci siamo radunati in una ventina. Eravamo 4 giovani ragazze che siamo partite da sole, oltre a qualche donna adulta e qualche coppia di amiche, quasi di più in confronto ai ragazzi. I tempi stanno cambiando.

    Rispetto all’Italia, qui non ho ottenuto attenzioni speciali perché sono una ragazza. Per ora non mi sono mai sentita dire “coraggiosa” o “vai in cerca di pericoli”, come, di solito, non se lo sentono dire i ragazzi da noi. E nel vedere tante ragazze che camminano ti rendi conto che ci sono tanti modi diversi di gestire la propria identità femminile sul sentiero, così come c’è ne sono tanti nel mondo vero. È bello potersi sentire femminile sul sentiero se si vuole. Una ragazza con cui cammino spesso, porta degli orecchini grandi, verdi e vistosi. Le ho chiesto come mai, se non le pesassero e lei mi ha detto che le piacciono molto e che vuole dimostrare che è possibile fare un sentiero impegnativo senza rinunciare a qualche accessorio e un po’ di stile. Un’altra ragazza che ho conosciuto ha una ciocca di capelli fucsia a cui tiene molto. Mi ha detto che quando ha l’opportunità se la tinge di nuovo, anche lungo il sentiero. Sono piccoli gesti che fanno stare meglio. Non è frivolo. Se ci si sente bella, ci si sente sicura, se si è sicura, si è forte. Bisogna essere forti e tenaci per affrontare un’ avventura del genere.

    Dall’altro lato, il sentiero è anche una scusa per mandare a quel paese tutti i canoni estetici imposti dalla nostra società, che di solito colpiscono maggiormente le donne. Il PCT è un ambiente in cui nessuno si scandalizza a vedere gambe e ascelle non depilate, capelli spettinati, vestiti sporchi, visi struccati. C’è chi pensa che non seguire questi standard di bellezza è un modo di dimostrare al mondo che a questi standard non ci si sta, ci si ribella. Invece c’è chi è convinto che si possa fare un sentiero fisicamente impegnativo senza dover rinunciare a un proprio stile e un modo di esprimere la propria personalità. C’è chi si prende più cura del proprio aspetto lungo il sentiero e chi di meno. È giusto poter avere l’opportunità di scegliere. Ed è bello avere esempi di ragazze del genere, che dimostrano che non c’è solo un prototipo di ragazza che fa questo sentiero.

    Non per pura casualità biologica, ma perché per scelta personale mi sono fatta influenzare da certe tematiche, l’essere nata femmina ha avuto un ruolo considerevole nel formare la mia identità. Essere una ragazza italiana nel ventunesimo secolo ha suscitato una sensibilità per certi temi che probabilmente non avrei. E questo, per certo, ha influenzato il mio modo di pensare, prendere decisioni e vivere la mia vita. Quindi io non voglio raccontare al mondo che faccio questo sentiero nonostante io sia una ragazza, e tutti i pericoli che questo comporta. Io voglio raccontare che faccio questo sentiero proprio perché sono una ragazza e questo ha suscitato in me tratti che altrimenti non avrei, come il desiderio di dimostrare al mondo che valgo qualcosa, desiderio che tante ragazze hanno, e cimentarsi in qualcosa d’impegnativo, al posto di avere la certezza che il mondo conosca già il mio valore.

    Questi pensieri non sono assolutamente da generalizzare a tutto il genere femminile, o pensare che tutte le ragazze camminatrici si sentano così, ma è solo la mia esperienza e riflessione personale. Ognuna di noi ha un motivo diverso ed è qui che sta il bello. Tante ragazze camminano da sole e a me sembra una cosa meravigliosa. 

    L’uguaglianza di genere la si ottiene con tanti modi e strategie diverse. Io sono convinta che fare questo cammino promuova l’idea che anche una ragazza, giovane e italiana, da sola, può vivere questa avventura, divertirsi e imparare tanto. Ed è vero che essere una ragazza comporta qualche ostacolo in più, ma è anche vero che ci deve essere qualcuno che li affronta questi ostacoli, così da rendere più semplice la via per chi arriva dopo. Nel mio piccolo, posso scegliere se ispirare qualcun altro o rassegnarmi alla situazione. Per me la giusta via è chiara.

  • Come si mangia lungo il sentiero?

    La risposta breve è: “Tanto e male”.

    La maggior parte dei camminatori si porta dietro un piccolo fornelletto con bomboletta a gas. Di solito, si cucina prevalentemente a cena, dopo aver già piantato la tenda, anche se c’è chi si concede il lusso di una colazione o un pranzo caldi. Ma c’è anche chi, per portarsi dietro meno peso, decide di rinunciare completamente al fornelletto e mangia cibo freddo per ben cinque mesi consecutivi. È importante avere tanti snacks, oltre ai pasti principali. Tendenzialmente, quando si fa rifornimento viveri in una cittadina, si va a mangiare fuori, per mangiare bene almeno una volta ogni tanto.

    Lista della spesa
    Esempio di spesa per all’incirca 5 giorni. Manca il grosso delle merende

    La colazione è stato per me il pasto più difficile da rimpiazzare, ancora devo trovare una soluzione che sia nutriente, gustosa e che pesi poco. Un’opzione comune sono i fiocchi d’avena, sia preparati su un fornello che messi semplicemente in ammollo la sera prima. Un’altra opzione sono biscotti secchi o barrette energetiche. C’è chi sgranocchia granola, crackers, merendine o cereali. Io ho provato quasi tutte queste opzioni e personalmente mi soddisfano poco.

    Esempi di colazione, fiocchi d’avena o biscotti

    Per pranzo, l’opzione più diffusa è farsi dei wraps con delle tortillas, molte simili alle nostre piadine, crude però. C’è chi li fa sofisticati, con tonno , maionese, formaggio, salame, ma c’è anche chi semplicemente li condisce con burro d’arachidi. Io, di solito, le riempio con formaggio e avocado. Un’altra alternativa è farsi il cous cous. Al posto di cucinarlo, lo si può semplicemente mettere in ammollo il mattino, per pranzo si è già idratato. Io aggiungo qualche verdura disidratata, un po’ di frutta secca e qualche salsa. Oltre opzioni per pranzo sono crackers, barrette energetiche, ramen etc.

    Tortillas: il ripieno più folle che ho visto sul sentiero è stato burro d’arachidi e patatine

    La cena è il pasto migliore. Le opzioni più diffuse sono i ramen, noodles orientali, purè di patate disidratato, paste e risotto in busta. Certe marche sono diffusissime tra i camminatori. Io uso tantissimo preparati Knorr, in alternativa, prodotti Mountain House e Backpacker’s Pantry vanno alla grande.

    L’opzione più economica ma meno nutriente in assoluto: Ramen

    Per merende, ci sono un sacco di opzioni disponibili. Io cerco di mangiare qualcosa perlopiù sano, tipo frutta secca, ma qui quasi tutti mangiano un sacco di merendine e cibi ultraprocessati. I miei snack preferiti sono anacardi, datteri, noci pecan, albicocche essiccate, purea di mela in busta e Snickers.

    Questi negozi pensati per i camminatori hanno sempre ampia varietà di barrette energetiche

    Un’altra cosa a cui pensare è come proteggere il cibo dagli animali. Per ora, si tratta di roditori, ma presto bisognerà mettere il cibo al riparo dagli orsi. Io tolgo tutto il cibo dal contenitore originale, a meno che non sia già un prodotto impacchettato monoporzione, tipo una barretta energetica, e lo metto dentro delle bustine di plastica richiudibili, che in teoria dovrebbero limitare gli odori. Metto tutte queste bustine all’interno di un sacco pensato appunto per portare il cibo. Di notte, lascio questo sacco all’interno dello zaino, nell’anta esterna della tenda. Per ora non ho mai avuto problemi con animali.

    Così come bisogna portarsi dietro il cibo, bisogna portarsi dietro anche la spazzatura. A volte siamo fortunati e si trovano dei cestini lungo il sentiero, ma di solito, bisogna portarsi la spazzatura per almeno 3 giorni di cammino alla volta, che non è piacevole. Anche questa potrebbe attirare animali.

    Il fabbisogno calorico giornaliero è molto diverso da quello della vita quotidiana. Ovviamente varia da persona a persona, dal tempo meteorologico, dai km percorsi e dal dislivello della giornata. Chi si porta dietro un orologio che tiene traccia del consumo di calorie, riesce a stimare la quantità di calorie bruciate. In media, si tratta di 4000 calorie al giorno, con picchi di anche più di 5000. Se si tiene conto che 2000 calorie al giorno è il valore di riferimento per il fabbisogno energetico di una persona, questo vuol dire che sul cammino c’è bisogno di circa il doppio delle energie. Bisogna mangiare di conseguenza, che non è banale. Il problema non è l’appetito, perché la fame aumenta in corrispondenza delle energie consumate. La difficoltà sta nel doversi portare sulle spalle il cibo per, in media, dai 3 agli 8 giorni di sentiero, tenendo conto che si deve mangiare il doppio rispetto a quanto uno sia abituato.

    Di solito, si privilegiano cibi che offrono tante calorie in proporzione al peso e al volume. Frutta secca, datteri, ma anche caramelle, burro d’arachidi, merendine. Bisogna fare il ragionamento opposto rispetto a quello che fanno la maggior parte delle persone nella vita di tutti i giorni: a parità di peso, bisogna sempre dare la priorità al cibo più calorico. Sebbene all’ inizio possa sembrare piacevole avere l’opportunità di mangiare tutto quel che si vuole e rischiare di comunque essere in deficit calorico e perdere peso, questo fattore dopo un po’ diventa problematico. Mangiare più calorie possibili è altrettanto malsano e dannoso che tentare di mangiare meno calorie possibili, soprattutto se poi non si tiene conto degli altri valori nutrizionali.

    Io sono vegetariana da circa cinque anni e mi è stato chiesto se fosse difficile seguire la mia dieta. A dir la verità mangiare vegetariano lungo il sentiero non è difficile, mangiare sano ed equilibrato lo è. Prima di tutto, sul sentiero la maggior parte delle persone non riesce a mangiare abbastanza frutta e verdure, ma a dir la verità molti non ci provano neppure. Prodotti quali mele, carote o peperoni tengono bene fuori dal frigo per diversi giorni, ma quasi nessuno se li porta via, perché considerando il loro peso, non forniscono abbastanza calorie alla dieta. La mania di tenere conto solo delle calorie e non degli altri valori nutrizionali potrebbe a lungo termine essere molto dannosa, soprattutto considerando che questo regime alimentare va tenuto per cinque mesi, non solo per una vacanzina settimanale.

    L’altro fattore molto diverso dalla mia esperienza pre-cammino, è il bisogno di mangiare continuamente, almeno ogni paio d’ore, invece che solitamente ad orari fissi. Qui sul sentiero faccio colazione appena sveglia, a volte senza neanche uscire dal sacco a pelo. Faccio uno o due spuntini prima di pranzo. Dopo pranzo, mi fermo a fare merenda almeno una volta. E devo sforzarmi per non mangiare niente altro dopo cena, perché la fame c’è, ma non ha senso mangiare quel poco cibo disponibile in un momento che so che non devo fare nessun tipo di attività fisica.

    Qui molti perdono peso velocissimamente, il che crea grossi problemi al fisico. D’altronde, se si punta a mangiare 3000 calorie al giorno, obiettivo ambizioso, si ha un deficit calorico di circa 1000 calorie giornaliere, che di solito vuol dire una perdita di circa un kilo a settimana. Questo è uno stile di vita che non è assolutamente sostenibile per cinque mesi. Neanche le diete più rigorose consigliano la perdita di così tanto peso in così poco tempo per un periodo così prolungato.

    Insomma, non è semplice organizzarsi per mangiare a sufficienza, soprattutto considerando che, dato l’elevato consumo di energie, si è in una situazione di fame perenne. Viene chiamata “hiker’s hunger”, la fame del camminatore. Vi assicuro che la sto sperimentando e sto vedendo di quelle cose assurde. Ho visto un ragazzo ordinarsi 4 hamburger in un colpo solo al McDonald. Burritos da quasi 2kg mangiati in un batter d’occhio. Io ho un certo talento nel divorare gelati, sono arrivata a 6 nel giro di poco più di 24 ore di sosta, nei pressi di Agua Dulce. Quando si va in città e c’è accesso a del cibo buono, tutti mangiano molto più del solito. Le rare volte che sono in città, mi sembra di mangiare il doppio se non il triplo di quello che mangerei altrimenti. Pensavo di non arrivare mai a dichiarare una cosa del genere, ma per fortuna che esistono le porzioni statunitensi. 

    Questa è stato il mio brunch in città dopo una settimana di camminata. Un burrito ripieno di frittata, verdure e formaggio, hashbrown (patate spadellate) di contorno e un pancake gigante. Ma questo è stato solo il primo round! Ho ordinato un altro pancake delle stesse dimensioni. Il tutto accompagnato da due cioccolate calde, di cui una con la panna. Che ci crediate o no, dopo due ore, mi è venuta di nuovo fame
  • Preparativi pre-partenza 3: assicurazione sanitaria e volo aereo

    Si sa, nessuno vuole essere negli Stati Uniti senza copertura sanitaria. Abbiamo tutti sentito storie orribili di conti stratosferici per ambulanze e trattamenti medici. E quello che andrò a fare non sarà una passeggiata. A dir la verità, proprio di una passeggiata si tratta, ma intensa e potenzialmente pericolosa.

    L’assicurazione sanitaria è un argomento delicato. È quel investimento che si fa sperando sia inutile, i soldi che si spera di sprecare. Non è obbligatorio avere un’ assicurazione sanitaria per camminare sul PCT, ma io ho pensato che è un rischio che non voglio correre e ci sono pericoli più piacevoli da sopportare che non quello di fatture improvvise e gigantesche da saldare.

    Ci sono un paio di cose da tenere presenti quando si tratta di scegliere l’assicurazione sanitaria. Una copertura classica non basta: non coprirebbe incidenti in alta quota. In effetti, se si leggono attentamente i dettagli dei contratti che le assicurazioni sanitarie propongono, ci si rende conto che c’è più di una clausola pericolosa. Le assicurazioni classiche non coprono incidenti a più di 4000m d’altitudine. Se si utilizzano attrezzi quali ramponi e piccozza, camminare viene classificato come attività d’alpinismo e quindi gli incidenti sul percorso non verrebbero coperti da una semplice assicurazione. Insomma, è molto semplice cadere nel tranello.

    Ho fatto affidamento a quello che ho letto online di gente che prima di me ha percorso il PCT. Grazie a loro, ho capito i dettagli a cui dovevo prestare attenzione. E dopo un paio di pomeriggi in cui ho letto attentamente tutto quello che l’assicurazione mi proponeva, (interessante sapere quanto mi rimborserebbero in caso di morte o disabilità permanente), ho scelto quella che faceva al caso mio. Prezzo? 450€. Speriamo siano ben sprecati.

    Un dettaglio divertente: ho chiesto a chi gestiva l’assicurazione se coprisse attività con uso di ramponi. Ma al posto di scrivere “ice crampons”, ramponi, ho scritto “ice tampons”, assorbenti interni. Ecco perché perché bisognerebbe sempre rileggere le mail.

    Oltre a procurarsi bagaglio e attrezzatura tecnica, di cui parlerò più avanti, l’ultimo dettagli logistico di cui prendersi cura è stato il volo aereo. Il biglietto aereo è stato il preparativo più semplice. Dopo qualche titubanza, alla fine ho deciso per un volo di sola andata. Ero un po’ in difficoltà, soprattutto perché ho sentito dire che non avere il biglietto di ritorno potrebbe destare qualche sospetto alla frontiera. Arrivare negli Stati Uniti comporta controlli d’immigrazione potenzialmente lunghi e spiacevoli. Spesso viene chiesto di mostrare la prenotazione del luogo in cui si soggiornerà durante le vacanza e il biglietto per il volo di ritorno, per dimostrare di uscire dal paese. Fortunatamente non mi hanno fatto nessun problema alla frontiera, il che mi ha molto sollevato. Ho conosciuto tanti ragazzi, sia camminatori che semplici turisti, che invece hanno avuto qualche complicazione.

    Biglietto aereo direzione Los Angeles
  • Preparativi pre-partenza 2: Permesso di camminata

    Prima di iniziare il Pacific Crest Trail è molto consigliato, anche se non obbligatorio, ottenere un permesso di camminata. Questo permesso permette di percorrere e accamparsi lungo tutto il tragitto, comprese aree protette e parchi naturali in cui altrimenti servirebbe un autorizzazione specifica.

    Da qualche anno, la Pacific Crest Trail Association (PCTA), l’associazione che si occupa di preservare il sentiero, deve limitare il numero di permessi di camminata, altrimenti il sentiero sarebbe troppo trafficato. In un determinato giorno, massimo 50 persone possono iniziare il PCT. Il procedimento per ottenere questo permesso non è banale e soprattutto, bisogna farlo con un pochetto d’anticipo.
    Il permesso di camminata va ottenuto se fra le intenzioni c’è quella di camminare più di 500 miglia (circa 800 km) consecutivi. Per i permessi bisogna indicare una data in cui iniziare il PCT, che può essere qualsiasi giorno fra il 1 marzo e il 31 maggio. Per cominciare in una data al di fuori di questo periodo, non c’è bisogno di avere un permesso, ma ci sono altri e ben più pericolosi limiti.  Mentre i permessi burocratici si possono in qualche modo raggirare, lo stesso non vale per le leggi naturali. Camminare d’inverno comporterebbe troppa neve, mentre iniziare in tarda stagione potrebbe voler dire imbattersi in incendi o altri eventi estremi. Questo vuol dire che tutti i camminatori che vorrebbero completare il sentiero devono iniziare in un determinato momento, affrontare il deserto in primavera, l’alta montagna in piena estate e gli stati più a nord ad inizio autunno, prima dei temporali e nevicate. Effettivamente, le uniche date in cui è sicuro partire sono quelle in cui i permessi vengono rilasciati.

    Ottenere questo permesso non è l’unico modo per percorrere il sentiero, ma è senza dubbio il più pratico. In effetti, oltre ad una precisa data d’inizio, ci sono ben poche regole da rispettare. L’alternativa sarebbe procurarsi tutti i permessi regionali, e quindi sapere con precisione dove ci si troverà lungo il sentiero in un periodo specifico.

    Ogni anno, la PCTA distribuisce i permessi in due volte. Per la stagione 2025, venivano distribuiti 35 permessi giornalieri il 30 ottobre 2024, mentre i restanti 15 sono stati distribuiti l’8 gennaio 2025. Per ottenere uno di questi permessi, è necessario registrarsi sul sito di PCTA un paio di settimane prima della data di distribuzione ufficiale. Arriverà una mail di conferma e un orario preciso, che varia da persona a persona, in cui sarà possibile accedere alla piattaforma. Quando è uno dei due giorni del rilascio permessi, sarà sufficiente accedere alla piattaforma all’orario inviato via mail, scegliere una data d’inizio fra quelle ancora disponibili e inviare la domanda. Prima si accede al sito, più possibilità ci sono di trovar posto nella data prescelta. Purtroppo non si può accedere al sito prima dell’orario consentito. Ogni aspirante camminatore ottiene un orario diverso, il modo in cui vengono distribuiti gli orari tra i richiedenti del permesso è completamente casuale. L’idea di base è che così tutti hanno le stesse chance di ottenere un permesso. Se non ci sono errori durante la richiesta, nel giro di qualche giorno, un paio di settimane massimo, si dovrebbe ricevere una mail di conferma che si è ottenuto questo permesso.

    Aprile, il mese più popolare per iniziare il PCT. Tutti i permessi disponibile nel primo round sono stati assegnati.

    La procedura non è troppo complicata, ma si riscontra sempre qualche problema. Prima di tutto, di solito ci sono più persone che vorrebbero camminare rispetto al numero di permessi disponibile. Certe date sono molto più popolari di altre. I giorni in cui sarebbe favorevole partire dipendono dalle condizioni atmosferiche, soprattutto dalle nevicate invernali. Se si fa domanda per un permesso il 30 ottobre è molto difficile prevedere quanto potrà nevicare a Dicembre, Gennaio, Febbraio. Bisogna essere flessibili riguardo alla data di partenza, avere un po’ di fiducia e pensare che nel peggiore dei casi, si può sempre ricorrere ai permessi regionali.

    Io sono stata abbastanza fortunata durante il processo. Il mio orario d’accesso prestabilito sul sito era le 11.31.56 AM Pacific Time (19.31 ore italiane), e la piattaforma apriva alle 10 ora locale. Quella sera lì, leggermente agitata, sono entrata sul sito appena possibile. Sono stata fortunata, perché c’erano posti disponibili in qualsiasi data. Avevo ampia scelta. Così ho deciso una data verso metà Aprile che, in un anno senza eccessive nevicate, di solito è il periodo migliore per iniziare il sentiero. Non si può garantire niente quando si parla di tempo meteorologico, ma le temperature ad Aprile di solito non sono torride nel deserto californiano, che si punta ad attraversare nei primi quaranta giorni di sentiero. Fra l’altro iniziare a metà aprile comporta camminare il tratto in alta montagna, nella catena della Sierra Nevada, nella prima metà di giugno. Come già indicato, è difficile prevedere quanto potrà nevicare in una stagione invernale, anche se esiste qualche buona risorsa online. Nel 2025, le nevicate sono state nella norma e se si fanno due conti, iniziare a metà aprile sarebbe la cosa più conveniente.

    Alla fine la scelta è ricaduta sul 14 aprile, per un paio di motivi pratici e simbolici. E’un lunedì, quindi ho pensato che fosse più probabile trovare autobus pubblici per il capolinea, soprattutto rispetto al fine settimana. Il 14 aprile è esattamente a 6 mesi dal mio compleanno, quindi partirò che avrò precisamente 22 anni e mezzo. E poi, sarà passato un anno esatto dalla data in cui ho corso la mia prima, e unica, maratona. L’anno precedente era una data che mi ha portato fortuna e anche se io non sono una persona particolarmente scaramantica, ho pensato che un briciolo di fortuna in più non poteva che essere apprezzata prima di iniziare un’avventura del genere.

    Conferma che ho ricevuto dalla PCTA con i dettagli della mia richiesta permesso.
    Il mio permesso di camminata. Attenzione ai futuri camminatori, il permesso è valido solo in formato cartaceo, non digitale.

  • Preparativi pre-partenza 1: visto

    Ogni avventura che si rispetti comporta una serie di ostacoli ed insidie. Quando pensavo ai pericoli da affrontare durante il mio viaggio, mi immaginavo orsi ed eventi metereologici estremi, non impiegati postali incompetenti e pratiche burocratiche drammaticamente complicate. Invece, eccomi qua, reduce da una caccia per ottenere i giusti documenti per iniziare questo viaggio.
    Partiamo da qualche dettaglio logistico. Allo scopo di percorrere il Pacific Crest Trail, è necessario ottenere due documenti: visto per Stati Uniti e permesso per percorrere il Pacific Crest Trail.

    È fondamentale essere in possesso di visto per gli Stati Uniti dalla durata minima di 5 mesi, il tempo necessario per completare il sentiero. Di solito, il visto da richiedere è il B-2, che consente il transito negli Stati Uniti per motivi turistici ed ha un massimo consentito di 6 mesi di permanenza negli Stati Uniti. E’ una procedura leggermente più complessa che non quella prevista per ottenere l’Esta, il classico lasciapassare per i turisti fino ad un massimo di 90 giorni. Per ottenere un visto B-2 è necessario un appuntamento in ambasciata e qualche documento aggiuntivo. Bisogna dimostrare l’intenzione di lasciare gli Stati Uniti dopo i sei mesi consentiti. Questo vuol dire portare in ambasciata documenti che dimostrano tutto ciò, come il volo di ritorno, o contratti di affitto e lavoro del paese di provenienza. Io ho iniziato la procedura di domanda per il visto il 31 agosto 2024, con largo anticipo, soprattutto tenendo conto che non puntavo ad arrivare negli Stati Uniti prima di aprile 2025. Quando ho cominciato la pratica, si stimavano 3 mesi e mezzo d’attesa fra l’invio del modulo di richiesta visto e l’appuntamento in ambasciata ad Amsterdam, quella più vicina a dove vivevo.  

    Il centro servizi Visti statunitensi ha escogitato un piccolo stratagemma per snellire i tempi d’attesa. Identifica una categoria di persone che non vengono sottoposte ad un’intervista, ma che invece devono solamente inviare i documenti per posta. Lo scopo sarebbe quello di velocizzare e semplificare la pratica. Purtroppo non sempre funziona così. Io sono stata selezionata per un’esenzione dall’intervista perché in passato avevo già ottenuto un visto a lungo termine per gli Stati Uniti. Era un visto per studenti, ottenuto nel 2019, che scadeva nel 2024. Purtroppo, il centro visti statunitense sembra essere convinto che aver precedentemente ottenuto un visto equivale ad essere tuttora in possesso del documento, anche se scaduto o revocato. Invece il mio visto da studente si trovava a circa 1200km di distanza, sepolto in qualche cassetto in casa dei miei genitori. D’altronde, il mio visto era stato emesso sul mio vecchio passaporto, scaduto nell’anno precedente. Chi poteva sospettare che un giorno potesse servire di nuovo? Dovevo rientrare in possesso del mio vecchio passaporto il più in fretta possibile. Il tutto perché, in quanto esonerata dall’intervista, mi era stato chiesto di inviare all’ambasciata prova del visto precedente, procedura che non sarebbe stata richiesta in caso di classica intervista.

    Questo esonero dall’intervista in ambasciata doveva snellire le pratiche e ridurre lo stress, ma mi chiedeva di inviare il passaporto vecchio, il passaporto nuovo ed altri documenti importanti via posta. Affidare documenti di valore a servizi postali non sembrerebbe una mossa troppo intelligente. In effetti, i servizi postali sono riusciti a perdere il mio passaporto, confondere indirizzi di casa, sbagliare a digitare i destinatari delle mail di conferma e ritardare la spedizione di oltre una settimana. In poche parole, una bella complicazione.

    Le numerose etichette che sono state messe sul mio pacco contenente il passaporto.

    Una volta ricevuto il passaporto vecchio, l’ho spedito insieme a quello tutt’ora in uso al consolato statunitense in Olanda. E aspetto. Una, due, tre settimane. Finalmente, prima del termine della quarta, ricevo una mail da parte di un’azienda di logistica che mi indica che il mio passaporto con visto B-2 è pronto ad essere ritirato. Mi sono recata al luogo indicato e ho notato, con sorpresa, che non solo non si trattava del consolato, punto in cui i miei documenti sono stati spediti, ma anche che questo luogo di ritiro non aveva nessuna delle formalità che mi sarei aspettata. Era un capannone aziendale in periferia di Amsterdam, ben distante dal consolato e dall’ambasciata, ed assomigliava più ad un garage che non ad un ufficio di pratiche amministrative. Facendomi strada fra gli scatoloni, ho avvistato un foglio A4 con scritta “Visa” che indicava che effettivamente ero nel posto giusto. Ho addirittura trovato un impiegato, il primo di tutto lo stabilimento, che gentilmente, mi ha consegnato il mio passaporto.  Era il 16 ottobre. Finalmente ho concluso la procedura per ottenere il visto, iniziata il 31 agosto. Adesso sono in possesso di un documento che mi permette di entrare negli Stati Uniti per i prossimi dieci anni fino ad un massimo di sei mesi per volta.

  • Perché voglio percorrere il Pacific Crest Trail?

    Ogni volta che racconto che per i prossimi cinque mesi percorrerò più di 4000 km a piedi, portandomi sulle spalle tutto quello di cui avrò bisogno durante il viaggio, dormirò in tenda e avrò pochissimo a che fare con tutte le comodità moderne, come l’acqua corrente o l’elettricità, incuriosisco molto chi mi sta ascoltando. Sembrerebbe una scelta un po’ inconsueta per una ragazza della mia età, fresca di laurea triennale e con varie opportunità accademiche e professionali davanti a me. C’e chi pensa che io mi stia infliggendo una tortura e che abbia dei tratti quasi masochistici. C’è chi mi invidia e pensa a quanto vorrebbe essere al mio posto, convinti che camminare è comunque molto meglio della vita in ufficio.
    Insomma, questa scelta è senza dubbio un po’ particolare e questionabile. Ci sono due motivi principali per i quali io voglio percorrere questo sentiero in questo periodo.


    La prima ragione è ovvia: mi piace la montagna e la vita all’aria aperta. Ho già percorso diversi trekking, più o meno battuti, da sola o in gruppo. La passione per la montagna è nata da bambina con le passeggiate domenicali, ma si è rinvigorita in piena adolescenza, quando ho avuto l’opportunità di passare due anni a UWC USA, una scuola internazionale in una comunità remota del New Mexico. Lì ho imparato ad apprezzare la natura incontaminata e il vasto paesaggio degli Stati Uniti dell’ovest, ad ammirare i canyon, la terra rossa e le gole scavate dai fiumi, ad accettare l’insignificanza della presenza umana nell’immensità del panorama circostante. In New Mexico ha anche ricevuto un po’ di formazione su tecniche di orientamento, navigazione ed altre tante abilità che potrebbero tornare utili.

    Chiunque abbia mai percorso un trekking negli Stati Uniti ha sentito parlare del Pacific Crest Trail, il piú famoso di tutti i sentieri a lunga percorrenza. Appena ho scoperto dell’esistenza di questo sentiero, ho capito che prima o poi avrei voluto percorrerlo. Mi attraggono le sfide. L’idea di un sentiero paesaggisticamente spettacolare in cui avrei avuto la possibilità, per una volta nella vita, di sperimentare un’esistenza non strettamente a contatto con il mondo civilizzato mi sembrava irresistibile. Il fascino iniziale è maturato nella consapevolezza che appena finito il primo ciclo di studi, avrei fatto di tutto per poter percorrere i primi passi del PCT. Ho pensato che non sarebbe mai arrivato il momento perfetto per iniziare il percorso. Abbiamo tutti impegni e responsabilità che per un motivo o per l’altro, ci trattengono e ci costringono a seguire un certo stile di vita. Anch’io avevo degli studi da continuare, un lavoro, una stanza in affitto e un gruppo di amici stabile. La scelta più comoda sarebbe stata senza dubbio continuare su quella via lì. Ma avevo questo forte desiderio di provare, per una volta, a fare qualcosa di inaspettato, di diverso. Nessuno dovrebbe trovare scuse per evitare di fare quel che piace. Mai rimandare o ignorare i propri sogni.

    Il secondo motivo per cui vorrei partecipare a questa avventura è molto più intimo e complesso. Per un motivo o per l’altro, ho passato gli ultimi tre anni a fare il percorso consueto. Dopo la maturità, mi sono iscritta all’università in cui ho seguito lezioni in una facoltà che non mi dispiaceva, ma nemmeno mi appassionava. Come molti ragazzi della mia età, navigavo tra lezioni ed esami, lavori part-time e coinquilini impegnativi, cercando pian piano di capire cosa volessi fare nella mia vita e quale potrebbe essere il mio posto nel mondo. Adesso mi trovo in un periodo di transizione, da un lato potrei continuare i miei studi e sperare in qualche opportunità di carriera interessante, dall’altro non sono convinta che questo mi potrebbe appagare sul serio. Forse proprio perché non ho un vero e proprio traguardo, ho bisogno di un sentiero che me ne offra uno chiaro e tangibile. In un periodo di disorientamento, di obiettivi futuri non ben definiti, ho bisogno di trovare uno scopo nella mia quotidianità. Camminare lungo il Pacific Crest Trail mi aiuterà a conoscere le mie capacità e i miei limiti, con la speranza di poterli estenderli ancora un po’.  Ho bisogno di esplorare e di conoscermi in un territorio e ambiente diverso. Percorrere un sentiero difficile svilupperà la mia intraprendenza, adattabilità e tenacia, abilità che forse mi aiuteranno, un giorno, a tracciare il mio percorso futuro.

    Dopo tre anni di studi accademici e un paio di esperienze professionali, ho capito che ho già provato a sufficienza ad imparare nel modo tradizionale, ed è arrivato il momento di fare un tentativo di arricchire la mia vita attraverso esperienze meno convenzionali. Sono convinta e fiduciosa che questo sentiero mi insegnerà più su me stessa e sul mondo in cui viviamo che non ore ed ore di lezione o tirocini inconcludenti. Per una volta voglio scegliere il mio traguardo da seguire e non quello che la società ha scelto per me.

    In un mondo troppo spesso frettoloso e superficiale, concentrato su progetti, programmi, tutto nell’ottica di essere lavoratori più preparati possibile, forse ci vuole più coraggio a lasciare la vita ordinaria, che non a dormire in tenda per cinque mesi. Alla maggior parte dei miei coetanei fanno più paura i buchi sul CV, che gli orsi e gli incendi californiani. Con la speranza di oppormi a questa tendenza e di trovare la mia definizione di successo, non quella che questa società capitalista ci ha imposto, vorrei poter scoprire se effettivamente un posto per me in questo mondo c’è, al di fuori da tutti gli schemi e i modelli che ci sono forniti e che spesso assumiamo senza domandarsi del perché. E non vedo miglior occasione per riflettere su queste tematiche che non lungo i 4000km, cinque mesi, in cui percorrerò il Pacific Crest Trail.

    Foto scattata a Rotterdam, la città in cui ho vissuto negli ultimi tre anni
    Ultima foto scattata prima di partire, mi incammino verso l’aeroporto.
  • Cos’é il Pacific Crest Trail?

    Qualche informazione prima di iniziare.

    Il Pacific Crest Trail (PCT) è un sentiero escursionistico di 4265km che attraversa gli Stati Uniti. Parte dal confine con il Messico e si conclude con la frontiera Canadese. Attraversa gli stati della California, Oregon e Washington. La particolarità del sentiero è la varietà di di paesaggi e ambienti naturali diversi. Il PCT passa dal deserto Californiano, dalle vette innevate di oltre 4000m della Sierra Nevada, dai vulcani dell’Oregon e i boschi di Washington. Attraversa 7 parchi nazionali e 25 aree protette.

    Ogni anno all’incirca un migliaio di persone prova a completare tutto il sentiero. Questo dato è stimato della Pacific Crest Trail Association, l’organizzazione che si occupa di mantenere il sentiero. Solitamente, si impiegano dai 4 ai 6 mesi a completare il Pacific Crest Trail. Essendo un sentiero in zone protette, è molto poco attrezzato. Chi lo percorre si porta con sé tutto il necessario per “sopravvivere” all’impresa, tra cui tenda, sacco a pelo e provviste alimentari. Le soste nella “civiltà” sono pochissime, le comodità di solito quotidiane, quali doccia e tetto, sono un lusso lungo il sentiero.

    Chi prova a completare il sentiero in una volta unica è chiamato thru-hiker. La peculiarità del PCT è che i thru-hikers formano una comunità molto forte. Evidentemente si è capito che per riuscire in questa impresa è indispensabile trovare buona compagnia.