Categoria: Deserto

  • La fine del deserto

    L’ultimo tratto di deserto, le 150 miglia che separano Tehachapi da Kennedy Meadows, le ho percorse in 8 giorni. Sono partita la sera del 25 maggio e arrivata la mattina del 2 giugno. Sono state miglia estremamente impegnative. Il deserto ha riservato il meglio per il finale, e si è manifestato in tutto il suo splendore e in tutta la sua crudeltà. Questi giorni si sono caratterizzati da picchi di calore di quasi 30 gradi, dislivello sempre superiore ai 1000m al giorno, acqua rarissima ed ombra pressoché inesistente.

    Lasciata Tehachapi alle spalle, ci sono stati due giorni orribili, ventosi e difficili, in cui l’unico panorama sono state altre pale eoliche. Appena dopo, il panorama è migliorato, mostrando, per l’ultima volta, vedute straordinarie sul deserto. Ma ormai sono arrivata ad un punto che il panorama migliore non ripaga più dalla fatica della giornata, il fastidio di trovarsi la polvere ovunque, le vesciche sui piedi, la carenza d’acqua. Tutti i giorni di questa settimana, ci sono stati dislivelli dai 1000 ai 1500m. Lo zaino era il più pesante mai portato, perché 8 giorni è stato il massimo di tempo che è passato senza fare scorta di provviste. L’acqua era talmente rara, disponibile ogni ventina di chilometri abbondanti, che quasi tutti i giorni ho dovuro portare all’incirca 5 litri con me. E anche questa non sempre bastava. Una sera, ho avuto un episodio di disidratazione notevole, che si è manifestato attraverso una forte emicrania, nausea e fatica a reggersi in piedi. Avevo finito le scorte d’acqua e per un momento, ho addirittura considerato di dover bere la soluzione salina delle lenti a contatto. Avevo bevuto quasi cinque litri d’acqua quel giorno lì, ma evidentemente, non bastavano. Questi sono d’altronde i rischi del deserto: clima secco, vento e sole cocente.

    Ultimi panorami del deserto

    Ho avuto diversi imprevisti in questa settimana. Una volta mi sono dimenticata il sacchettino con i picchetti della tenda e sono dovuta tornare indietro, aggiungendo tre km al percorso. Un’altra volta ho rovesciato una borraccia piena d’acqua, in una situazione in cui ogni goccia risultava preziosa. La caviglia mi ha fatto più male del solito e mi si è gonfiata un pochetto. Le scarpe si sono bucate completamente e quelle nuove, che avevo ordinato con largo anticipo, non sono mai state spedite.

    Ma ci sono stati anche dei bei momenti. Una sera, ho sentito dei coyote ululare. Svegliarsi presto vuol dire poter vedere l’alba, svegliarsi di notte vuol dire poter vedere la via lattea. Ho provato due nuove ricette, della granola per colazione e lenticchie al curry per sera. Ho avuto per ora uno dei più notevoli episodi di Trail magic. Nell’unica strada asfaltata attraversata questa settimana c’erano due Trail Angel che hanno preparato una grigliata, e portato panini e gelati per tutti.  Insomma, è stata una settimana carica e pesante, con tanti alti e bassi, letteralmente e figurativamente.

    Alba nel deserto
    Nuove ricette!

    Se il deserto fosse finito a Tehachapi, sarei arrivata contenta, tranquilla e soddisfatta. Ci sono voluti 8 difficili giornate per farmi capire perché tutti non vedono l’ora di abbandonare il deserto e passare alla sezione successiva, la Sierra Nevada . Se effettivamente ho trovato bellissimo il panorama e sono stata contentissima di percorrere il sentiero per i primi 42 giorni, i successivi otto sono stati una sfida molto maggiore. Ma forse tutto questo ha però ha contribuito a rendere l’arrivo a Kennedy Meadows ancora più atteso, unico e appagante.

    Se un anno fa, quando già avevo deciso di percorrere il PCT, ma ancora non avevo fatto nessun tipo di ricerca, avessi dovuto nominare tre località lungo il percorso, avrei pensato a Campo, Kennedy Meadows e Bridge of the Gods. Tutti i camminatori e aspiranti camminatori conoscono Kennedy Meadows, un piccolissimo centro di 200 abitanti, ma emblematico perché segnala la fine del deserto e l’inizio della Sierra Nevada. Appena arrivati a Kennedy Meadows, tradizione vuole che i camminatori vengano accolti da un coro d’applausi e un suono di campane. Stanno a indicare:  “Congratulazioni! Il deserto è finito.”

    Sporca, stanca e soddisfatta: il deserto è finito!

    Indubbiamente, sono cambiate molte cose da quando ho iniziato il sentiero, il 14 aprile. Il mattino del 14, ci avevo messo un’ora e mezza a ripiegare tenda e sacco a pelo, fare colazione e prepararmi a partire. Avevo percorso 15 miglia, 21km, con pochissimo dislivello e sono arrivata stremata. In serata, mi ci erano voluti due tentativi prima di montare la tenda bene. Avevo preparato da mangiare qualcosa di cattivo e troppo acquoso. Avevo campeggiato con altre persone e quasi sempre camminato in compagnia, perché ancora non mi sentivo a mio agio da sola.

    L’ultimo giorno di camminata nel deserto, appena prima di arrivare a Kennedy Meadows è stato il primo giugno. Ho percorso 22 miglia, 37km con oltre mille metri di dislivello. Mi sono alzata dopo una notte di forte vento, ma ho dormito tranquilla, perché so che la tenda è montata bene. Ci ho messo una mezz’oretta per ripiegare sacco a pelo e materassino, rifare lo zaino, cambiarmi e prepararmi a partire. La colazione è stata molto migliore, perché sto imparando nuovi modi di cucinare con materiali da campeggio. E non mi ha turbato il fatto che dormissi sul crinale della montagna completamente da sola, ormai non mi fa più paura.

    Per evitare il caldo, ho spesso camminato fino a sera tardi

    Il primo giugno, mentre scendevo da una montagna, ho guardato per l’ultima volta il panorama vasto, sabbioso e arido, i Joshua Tree, i cespugli spinosi e i cactus; e per la prima volta, ho intravisto una valle granitica, verde, attraversata da fiume. C’è più umidità nell’aria e sono stata accolta dalla prima pioggia in oltre un mese. La Sierra si sta avvicinando.

    Finalmente qualche riferimento metrico

    Grazie a questi mille km (1132 ad essere esatti) e questo mese e mezzo di camminata ho acquisito consapevolezza nelle mie abilità. Sono convinta che quest’avventura sia più formativa che gran parte delle esperienze che ho mai avuto. Non tanto perché imparo cose indispensabili, dubito che nella vita di tutti i giorni sapere quanta acqua filtrare possa avere qualche valore, ma perché pian piano comincio a credere in me stessa.

    Ci sono ancora tantissime sfide future. Non ho ancora infranto la soglia delle 25 miglia al giorno, 40 km, misura sempre più comune qua. Devo imparare a prendermi cura dei miei piedi, sono piedi di Hobbit: grossi, gonfi, pieni di calli e vesciche. Non vedo l’ora di vedere passi innevati,  montagne oltre 4000m e fare il bagno nei laghi alpini. La Sierra Nevada, il pezzo più difficile e bello di tutto il PCT, è dietro l’angolo. La strada è ancora lunga e io non ho fretta.

    Vedute del primo giugno: la Sierra si avvicina!

    Un saluto da Kennedy Meadows, dove quasi un centinaio di camminatori stanno festeggiando la fine del deserto e si stanno riposando prima di partire per la Sierra!

    La colazione che Kennedy Meadows offre ai camminatori: uova, patate, salsicce e un pancake gigante
  • Notturna sull’acquedotto e Tehachapi, 21-25 maggio

    Appena lasciata Hikertown, il sentiero attraversa il deserto di Mojave. Per le 20 miglia successive, il panorama è poco interessante e a meno che non ci siano sorprese, di solito si ha a che fare con un caldo torrido. Il percorso segue l’acquedotto di Los Angeles. Un po’ perché il paesaggio è poco suggestivo, un po’ per evitare le temperature elevate e un po’ perché la tradizione vuole così, il pezzo che segue l’acquedotto lo si fa sempre in notturna.

    Per dare un’ idea delle grandezze, questo è un pezzo di ricambio dell’acquedotto, ma la foto risale ancora a qualche settimana fa

    Ero arrivata ad Hikertown in tarda mattinata e dopo essermi riposata per tutto il giorno, sono ripartita verso le 19. Eravamo un gruppo numeroso, circa una decina di persone, anche se poi ci siamo sparpagliati. Abbiamo camminato fino a quasi alle due di notte. Devo dire che è stato piacevole. Tutti noi avevamo speciali braccialetti o accessori fosforescenti. Qualcuno ha attaccato della musica. C’era una bella atmosfera. È stato quanto di più simile ci possa essere ad una discoteca sul sentiero, con la differenza che abbiamo percorso 17 miglia e mezzo, 28km, al posto di ballare. Considerando che in mattinata ne avevo già percorse 6 e mezzo, questa è stata per ora la giornata più lunga.

    Sentiero sull’acquedotto

    Viaggiare di notte ha reso unico un pezzo di sentiero che altrimenti non sarebbe stato memorabile, perché piatto, brutto e in gran parte sullo sterrato. Grazie al clima secco del deserto, la totale assenza di nubi e la lontananza dai centri abitati, il cielo stellato è meraviglioso. Mi sarebbe piaciuto immortalarlo in qualche fotografia, ma non ho una fotocamera abbastanza potente. Pazienza, certe cose vanno lasciate alla memoria e all’immaginazione. 

    Joshua Tree, avvistati durante la camminata notturna

    Mentre la camminata in notturna è stata molto piacevole e suggestiva, il giorno successivo è stato una batosta. Dopo aver dormito poco più di 3 ore, ho comunque dovuto camminare fino alla prossima fonte d’acqua, a una quindicina di miglia di distanza. Qualche camminatore più furbo di me ha fatto un riposino pomeridiano, ma io sono arrivata la sera senza nessuna energia, stravolta dalla mancanza di sonno. Il tutto è stato ancora più difficile perché c’era un dislivello notevole, ma soprattutto, perché c’era un vento formidabile. Per i 4 giorni successivi, due prima e due dopo Tehachapi, il sentiero attraversa la più grande installazione di pale eoliche California. Posso assicurare che se tante pale eoliche sono state installate qui, un motivo c’è. A tratti, il vento mi faceva inciampare e e mi trascinava nella direzione sbagliata.

    Sono sempre stata favorevole all’uso delle pale eoliche per produrre energia, ma dopo questi giorni terribili, non voglio più vedere pale eoliche in vita mia

    Tehachapi è una piccola cittadina, ed è stata una buona località per riposarsi un attimo. Ho passato due notti in un albergo con piscina e wafer illimitati a colazione. Ormai però, sono talmente abituata a dormire all’aperto in balia degli elementi, che il mio sacco a pelo e materassino mi sembrano più comodi che non una stanza d’albergo, soprattutto se poi questa stanza è condivisa da 7 persone, di cui almeno un paio russano. E mi diverto di più a provare ad orientarmi sul sentiero nel vasto panorama desertico, che non fra le corsie illimitate di Walmart, anche se in entrambi i posti si vedono camminatori stanchi, sperduti e con troppo cibo appresso.

    Il disordine in stanza quando 7 persone svuotano zaini

    Dopo un po’ di meritato relax, sono ripartita. Mancano solo 8 giorni di deserto!

  • 15-21 maggio: Agua Dulce, miglia 500 e Hiker Town

    Questi giorni sono stati abbastanza tranquilli e piacevoli. Non c’è la fretta di percorrere più miglia possibili. Ormai sono a mio agio a fare una ventina di miglia al giorno, sui 30 km, che però diminuiscono se sono stanca o ho voglia di passare parte del pomeriggio a prendere il sole, cosa rara, ma indispensabile ogni tanto. Questa settimana ho quasi sempre camminato con Allie e a tratti con Nico, Jake e Alex, Janick e Ben.

    Panorami prima di arrivare ad Agua Dulce

    Un breve tratto del sentiero passava da Vasquez Rocks, delle formazioni rocciose, dove in passato hanno girato parecchi film, soprattutto Western e fantascienza.

    Vásquez Rocks

    Il 16 maggio, io ed Allie siamo arrivate ad Agua Dulce, una comunità di poco più di 3000 abitanti. Ho passato una notte nel Hiker oasis, una posto in cui era possibile campeggiare, e abbiamo trovato doccia, lavatrice e supermercatino con beni di prima necessità. C’erano un sacco di camminatori che si riposavano. Siamo andati a cena con un gruppo di camminatori a un ristorante messicano, dove qualcuno ha anche esibito il suo talento in un karaoke organizzato dai ristoratori. Il giorno dopo saremmo dovuti ripartire in mattinata, ma il Women Center di Agua Dulce, una comunità di donne del posto, aveva organizzato un pranzo speciale per i camminatori. Ovviamente ne abbiamo approfittato. È incredibile pensare alla generosità di queste persone. Hanno offerto a tutti i camminatori una buonissima “taco salad” e dessert quasi illimitati. C’eravamo io, Allie, Nico, Janick, Ben, Alex, Jake, Nathalie, Andrea e Pilgrim, un ragazzo sempre di fretta che cerca di fare più miglia possibili, camminando anche la notte, ma per qualche motivo, è sempre dove siamo noi. Gruppo numeroso, insomma.

    Taco Salad

    Dopo un’ improvvisa e inspiegabile giornata di nebbia, il tempo è migliorato. Questi sono gli ultimi giorni in cui si vede del verde lungo il percorso, visto che la prossima settimana sarà nel deserto del Mojave. Ecco i panorami più belli di questi giorni.

    Dimenticavo, ma il 20 marzo abbiamo raggiunto quota 500 miglia! Da tradizione, abbiamo ascoltato una canzone, “I am gonna be 500 miles” e fatto un balletto. La PCTA, l’associazione che si occupa di preservare il sentiero, rende obbligatorio avere un permesso di camminata a chi fa più di 500 miglia consecutive. Diciamo che sei un vero thru-hiker se arrivi a quota 500. Eccoci qui!

    Io, Allie e Nico celebriamo quota 500

    Il 21 maggio abbiamo raggiunto Hiker Town, ultimo insediamento prima del deserto di Mojave. A presto!

    Il deserto vero e proprio si avvicina

  • Anniversario, un mese di sentiero

    Oggi è il 14 maggio, data che segna un mese da quando ho iniziato a percorrere il PCT. Io ed Allie, che abbiamo iniziato lo stesso giorno e che ancora camminiamo insieme, volevamo festeggiare in qualche modo. Purtroppo però non avevamo pensato di portare qualcosa con noi, tipo una birra o un dolcetto, per festeggiare l’anniversario. Comunque mi sembra opportuno fare un punto della situazione. Ecco un piccolo resoconto di cosa è successo in quest’ultimo mese.

    Dal 14 aprile al 14 maggio ho percorso circa 427 miglia. Ho raggiunto due cime, San Jacinto e Baden Powell. Il punto più alto del sentiero sono stati 3300m. Il giorno più lungo sono stati 37 km, quello con più dislivello positivo 2000m, quello con più dislivello negativo, 2100m. Cammino in media 10 ore al giorno, ma il giorno più lungo, ne ho camminate 13.

    Mi sono fermata a dormire al coperto in tre cittadine, Mount Laguna, Idylwild e Big Bear. C’è stato solo un giorno in cui non ho camminato per niente ed altri 3 in cui ho percorso meno di 5 miglia, all’incirca 8 km. Ho fatto piu docce del previsto, 7 in tutto. E ho fatto il bagno nel fiume due volte, alle terme una volta e in una Jacuzzi, diffusa in queste cittadine sciistiche, due volte.

    Per ora ho contato 5 vesciche, tanti graffi, un forte raffreddore, ma nessun problema serio al fisico. Non mi sono mai scottata, se non un pochino i dorsi delle mani. Resisto ancora con il primo paio di scarpe, anche se molti le hanno già cambiate. Il mio materiale ed equipaggiamento tiene bene, tranne per un piccolo graffio alla tenda. Non so esattamente come sia successo, ma penso sia stato un ramo spinoso una notte di forte vento. Questa è una spiegazione che mi rende più tranquilla rispetto a pensare che potrebbe essere stato un coyote in cerca di cibo, com’ è successo a qualcuno.

    Ci sono state ben due volte in cui il vento era a più di 50 miglia orarie. Una volta ha grandinato, una piovuto e una nevicato. Ma la maggior parte dei giorni sono caldi e soleggiati. La temperatura più alta sono stati 32 gradi, la più bassa decisamente sottozero.

    Ci sono stati almeno una decina di avvistamenti di serpenti, ma purtroppo solo uno di serpente a sonagli. Mi piacerebbe avere l’opportunità di vederlo meglio. Per il resto tante lucertole, scoiattoli, coniglietti e uccellini. La flora locale fa colpo, soprattutto per i cactus e i fiori.

    C’è stato solo un vero momento di difficoltà, la serata prima delle tempesta su San Jacinto, quando abbiamo deciso di scendere dalla montagna. Ho avuto solo un vero momento di sconforto, la mattina dopo aver passato una notte sulla neve, quando le mie mani erano talmente congelate che non riuscivo a ripiegare la tenda. Nonostante almeno una volta al giorno mi chiedo cosa diavolo io stia facendo, di solito questo sentimento svanisce dopo dieci minuti. Ci sono un sacco di momenti divertenti e inaspettati, ma anche un sacco di momenti impegnativi. Quasi ogni sera mi addormento felice e soddisfatta della giornata.

    Ho incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti, che rendono piacevole e unico il percorso. È bello incontrare gente e non catalogarla con le etichette che di solito usiamo nella vita di tutti i giorni. Qui spesso non si sa che lavoro la gente faccia o qual è il loro stile di vita. Ma, di solito, si è a conoscenza di cose più intime, cosa spinge loro a camminare e che cambiamento vorrebbero portare nelle loro vite. C’è un sacco da imparare dal sentiero e da chi lo percorre.

    La vita lungo il sentiero, a tratti, è un po’ magica. Oggi io e Allie avevamo appena iniziato a lamentarci che non avevamo energie per continuare e che non avevamo abbastanza cibo, che all’improvviso è sbucato da un cespuglio Janick, un ragazzo svizzero che ci ha detto che una sua amica lo avrebbe raggiunto 8 miglia dopo portando pizza per tutti. E così abbiamo festeggiato il nostro anniversario di camminata. Mangiando pizza a bordo strada, portata da una ragazza, mai vista prima, a bordo di un’ automobile decapottabile. Qui c’è un detto, “the Trail provides”, il sentiero provvede, fornisce. A volte non ci si deve organizzare alla perfezione, perché dove non si pianifica, ci pensa il sentiero a sorprenderti.

    Janick, Ben e Allie mangiano la pizza portata da un’amica di Janick

    Il 14 maggio abbiamo percorso 20 miglia senza troppe difficoltà. E le sorprese della giornata non erano finite. La sera ci siamo accampati in quattro in un posto unico. Era una pista d’atterraggio per elicotteri. L’abbiamo scelto come posto dove passare la notte perché era piatto e aveva una vista strepitosa. Abbiamo pensato che è raro che un elicottero atterrasse, e se proprio così fosse, il gran rumore ci avrebbe svegliato di sicuro. Alla fine il PCT non è altro che un gigantesco pigiama party mobile, dove la gente è solo un po’ più sporca e affaticata del solito. 

    Campeggio su pista d’elicottero

    Dalla pista d’atterraggio si vedevano le luci di quella che penso fosse la periferia di Los Angeles. Nel vedere le luci di LA, la città dei grandi sogni, ho pensato che anch’io in questo momento sto esaudendo il mio. D’altronde, lo scopo di ogni viaggio è quello di trovare il proprio momento e angolino di felicità in questo mondo. Oggi, 14 maggio, il posto in cui io ero felice era una pista d’atterraggio per elicotteri, isolata fra le montagne del deserto californiano, con tre persone che fino a un mese fa erano estranei.

    Alla prossima!

  • Wrightwood e Monte Baden Powell, amici ritrovati.

    Wrightwood è una piccola cittadina, un tempo località sciistica famosa, ormai celebre perché, negli ultimi anni, è stata tristemente colpita da diversi incendi. Sono andata l’11 maggio, per fare rifornimento generi alimentari. Ho trovato una comunità molto disponibile ed aperta ai camminatori. Addirittura sono andata a una lezione di yoga rigenerativo, gratuita per i camminatori, in cui l’insegnante ci ha fatto fare un sacco d’esercizi per spalle e schiena, pensati proprio per chi porta uno zaino pesante.

    Intere foreste d’alberi bruciati vicino a Wrightwood

    Ho ritrovato vecchi amici, Allie e due coppie che avevo già visto in precedenze, Jake e Alex, del Wisconsin e Nathalie e Andrea, australiane. Dopo aver pranzato insieme a Wrightwood, siamo ripartiti per il sentiero. Abbiamo camminato un’oretta, prima di trovare un posto dove accamparci.

    Il giorno successivo, volevo provare qualcosa di diverso. Di solito mi sveglio verso le 6, ma per una volta, volevo vedere l’alba sul sentiero. Ho convinto Allie e il resto del gruppo e ci siamo messi la sveglia per le 4. L’idea era di vedere l’alba dalla cima della montagna che avremmo dovuto scalare. Non siamo riuscite ad arrivare in cima prima dell’alba, ma è comunque valsa la pena, per un volta, iniziare con il buio pesto e vedere il cielo tingersi prima di arancione, poi di rosa e infine d’azzurro. Sarebbe bello assistere a spettacoli del genere molto più spesso.

    Il gruppo con il quale siamo saliti su Baden Powell

    Il Pacific Crest Trail si chiamo così perché appunto, segue le “creste” del Pacifico, ovvero le montagne più alte della placca pacifica. Il Monte Baden Powell è stata la seconda cima da inizio percorso. È alto 2800m ed è chiamato così per onorare appunto Baden Powell, il fondatore dello scoutismo. La salita è stata corta e ripida, per fortuna c’era pochissima neve. Si dice che, nei giorni sereni, dalla cima si riesce a vedere fino a Los Angeles e l’oceano Pacifico. Era coperto quando siamo saliti, ma io ho trovato che le nubi rendessero il paesaggio ancora più suggestivo.

    Cima del monte Baden Powell

    Il sentiero per scendere era molto panoramico, ho camminato sul crinale della montagna. C’era un sacco di vento, mi è venuto un forte raffreddore, probabilmente dovuto anche al continuo sbalzo di temperature.

    I giorni successivi sono rimasta sempre ad una altitudine di 2000m, con qualche saliscendi, ma niente di troppo complesso. Forse per via della vicinanza con Los Angeles, penso sia una zona abbastanza frequentata da turisti e camminatori nel fine settimana. Questo l’ho capito dalla presenza di tanti bagni e tavoli da picnic, senza acqua corrente e con bidoni della spazzatura a prova d’orso, un lusso per i camminatori del PCT.

    Dopo qualche giorno di foresta e alta montagna, verso la fine della settimana siamo tornati a un paesaggio più desertico e a un clima più caldo. Fra un po’ si scenderà di quota. A presto!

  • Solitudine e compagnia

    Dopo la faticaccia e il maltempo della settimana scorsa, i giorni successivi mi sono sembrati molto più tranquilli. Il ritmo di camminata è più rilassato e piacevole, il dislivello molto inferiore. Ormai navigo su una media di 18 miglia giornaliere, circa 29 km, che percorro senza alcuna difficoltà.

    Alcuni dei panorami più belli di questa settimana sono stati in Deep Creek, un canyon scavato da un ruscello, di cui si segue il corso per un paio di giorni. A tratti, si riesce a fare il bagno nel fiume e l’acqua fresca è un sollievo, soprattutto nelle ore più calde della giornata. Un altro evento particolare è stata la presenza di delle terme naturali lungo il fiume.

    Deep Creek

    Purtroppo però sono aumentate le temperature. Nei giorni fra il 7 e il 10 maggio ci sono stati picchi di oltre 30 gradi. Anche le notti si sono fatte più torride. Mi è capitato di dover dormire fuori dal sacco a pelo, senza vestiti. Non c’è una soluzione per evitare il caldo, perché dura gran parte della giornata, inizia alle 8 e finisce oltre alle 19. C’è chi si alza prima delle 4, chi cammina fino alle 22 e chi fa lunghissime pause pomeridiane, ma considerando che tutti in media camminano per una decina di ore al giorno, al caldo bisogna abituarsi. Il clima secco aumenta il rischio di disidratazione. Io bevo dai 4 ai 5 litri d’acqua al giorno, che aggiungono un peso notevole alla zaino, ma ho sentito dire che c’è chi se ne porta dietro sei.

    Panorami lungo il cammino

    Un po’ per scelta, un po’ per necessità, questi giorni ho trascorso più tempo da sola. Quando racconto che ho l’intenzione di attraversare gli Stati Uniti a piedi, la gente s’immagina questa gran avventura in solitaria, ma la verità è che si è in compagnia la maggior parte del tempo. Nonostante quasi tutti inizino il sentiero da soli, si formano amicizie, si creano coppie o gruppetti. Di solito, quando un gruppo ha più di tre persone, viene chiamato “tramily”, da Trail family, famiglia lungo il sentiero. Qualche tramily è più unita, qualcuna più distanziata. Nonostante si faccia campeggio in libera, i posti in cui è possibile effettivamente piazzare una tenda sono limitati. Tutti in genere preferiscono accamparsi nei pressi di una fonte d’acqua. Quasi sempre si condivide il campeggio con qualcuno. In queste prime tre settimane di cammino, mi è capitato solo una volta di accamparmi completamente in solitaria ed è stato per scelta. Avevo bisogno di passare un po’ di tempo da sola, dopo aver passato gran parte del sentiero in compagnia.

    Esempio di campeggio, sempre in libera

    Questa settimana è stata la prima volta che ho passato un paio di giorni consecutivi prevalentemente da sola. L’aspetto più stancante dell’ andare via da sola è la quantità di decisioni che bisogna prendere senza consultarsi con qualcuno o aspettare conferme. Non sono decisioni banali. Qualche scelta è di carattere pratico-logistico. Quanti km ho intenzione di camminare? Dove sarebbe meglio fermarsi a passare la notte? Qualche scelta potrebbe avere conseguenze negative. Quanta acqua devo portarmi dietro? Posso fare questa salita sotto il sole cocente? Qualche scelta poi, è veramente difficilissima. Quanta cioccolata mettere nelle provviste? Alle terme è meglio andare la mattina presto o la sera tardi?

    Più la mia avventura continua e più mi rendo conto che sono in grado di prendere queste decisioni da sola. Non devo cercare una conferma nei comportamenti degli altri, perché dentro di me ho già le risposte. Solo io mi conosco talmente bene da sapere quanto le mie gambe tengono, di quanta acqua ho bisogno, dove riesco a dormire bene, quanto e in che momento ho bisogno di mangiare. I dubbi che mi vengono lungo il percorso sono opportunità di capire di cosa ho bisogno per vivere al meglio il cammino. E pian piano acquisisco la consapevolezza che sono in grado di gestire da sola le conseguenze delle mie scelte e divento, ogni giorno che passa, più sicura di me stessa e delle mie abilità. D’altronde, mi sembra una cosa incredibile imparare a passare mesi interi nella natura senza aver bisogno di niente altro se non quello che mi porto sulle spalle.

    Ecco chi si incontra lungo il sentiero

    Questa settimana c’è stata qualche complicazione logistica. Per un incendio avvenuto lo scorso settembre, ci sono 30 miglia di sentiero chiuse ai camminatori. Purtroppo bisogna fare scorta di provviste in una cittadina che si sarebbe raggiunta camminando quelle miglia. Non è semplice riuscire a organizzarsi. C’è chi salta quelle miglia completamente, chi prova a raggirare, chi le fa di notte per evitare controlli da guardie forestali e chi cammina su una strada parallela, aperta anche alle automobili. Purtroppo sul sentiero si vedono interi boschi bruciati, tristemente gli incendi sono molto diffusi in California. Nel vedere queste foreste di alberi morti, quasi spettrali, dovremmo ricordarci che dovremmo fare quanto possibile per proteggere questi ambienti. E il fatto che catastrofi naturali abbiano un impatto sui camminatori è solo un piccolissimo esempio dei danni che il cambiamento climatico porta ad interi ecosistemi e comunità. Non sarà l’ultima volta che ci saranno deviazioni sul percorso a causa d’incendi.

    Foreste di alberi bruciati

    Io ho fatto un percorso alternativo, cercando di saltare meno km possibili. Per fortuna, ho ritrovato Nico, un componente della mia piccola tramily, e abbiamo percorso la deviazione insieme. Nico è una persona colta e gentile, appassionato di cyber security e di burro d’arachidi.  Abbiamo percorso insieme i km sotto il sole cocente e abbiamo trovato un posto campeggio insieme ad un’ altra ragazza.

    Alba sul sentiero

    Ormai sono al miglio 350, che indica la metà del deserto!

  • Mission Creek

    Celeberrima per essere uno dei tratti più di difficili del deserto, Mission Creek è un pezzo di circa venti km in cui non c’è un vero e proprio sentiero, si risale il corso di un ruscello.

    La difficoltà varia di anno in anno, a seconda della stagione. Quando io l’ho percorsa, il livello dell’acqua era abbastanza basso. Con un po’ di agilità, sono riuscita a saltare da sasso a sasso ogni volta che c’era un guado. A fine giornata, avevo le scarpe ancora asciutte.

    Uno dei tanti tratti, almeno 30, in cui ho dovuto saltare da sponda a sponda

    Il lato positivo è che, per una volta, non mi sono dovuta portare 4 litri d’acqua, visto che la si può procurare in qualsiasi momento. Il lato negativo è che non ci sono posti in cui è possibile piantare una tenda e il percorso poco chiaro rallenta molto il ritmo di camminata.

    La serata precedente, mi ero accampata in un posto bellissimo, un’oasi naturale, a una decina di chilometri da Mission Creek. Volevo assolutamente completare Mission Creek in un unico giorno, sabato 3 maggio, perché avevo sentito dire che domenica prevedevano un temporale e non ne volevo sapere di attraversare dei guadi sotto il diluvio. Purtroppo ho sbagliato a fare i conti, e al posto di una trentina di km, ne ho fatti 37, con ben 2000m di dislivello positivo. Gli ultimi cinque chilometri sono stati i più difficili di tutto il percorso fin ora. Non trovavo un posto dove piazzare la tenda, il sentiero era molto esposto, le gambe rigide dalla fatica. È stata una corsa per arrivare prima del tramonto. Ho camminato mezz’ora al buio, e sono arrivata esausta in un campeggio dove qualcuno aveva fatto un fuoco, verso le 8 di sera. Avevo iniziato a camminare appena dopo le 7 del mattino.

    Panorami il giorno prima di Mission Creek

    Per fortuna, domenica non ho dovuto attraversare nessun guado. C’è stato qualche tuono e lampo, ma non ha piovuto. Ha nevicato. Tutto il giorno. Il deserto riserva sempre qualche sorpresa. Sabato c’erano almeno 25 gradi e ho fatto il bagno nel fiume. Domenica, a 1000m in più d’altitudine, sembrava di essere in un paesaggio da fiaba natalizia.

    Ma non doveva fare caldo nel deserto? Per fortuna ho un sacco a pelo che tiene fino a -23 gradi, e sono sopravvissuta alla mia prima notte di campeggio su neve. Il giorno dopo prevedevo di andare a Big Bear, una cittadina qua vicina, solamente un paio d’ore per fare la spesa, ma la temperatura bassa e la compagnia mi hanno convinto a passare una notte al coperto. Per la prima volta da inizio sentiero, ero molto provata dalla fatica dei giorni precedenti e le condizioni meteo. Le mani congelate, i vestiti fradici, i dolori alle gambe hanno reso la prospettiva di un letto comodo e una doccia calda molto allettante. Non abbiamo dovuto fare autostop, ci è venuta a prendere Allie con il suo ragazzo, che era venuto a trovarla. Avevano una giornata d’anticipo di camminata su di noi e ci hanno aspettato a bordo strada, venuti con il furgone di lui. Ci hanno accolto con una tazza di cioccolata calda, preparata con il fornelletto a gas sul retro del furgone. Questo piccolo gesto mi ha scaldato corpo e cuore e decisamente tirato su il morale.

    Saluti da una Yuki molto infreddolita nella sua tenda

    Ci sentiamo presto.

  • Deviazione: Joshua Tree National Park

    Gli Stati Uniti sono famosi, nell’immaginario collettivo, per via dei loro parchi naturali. C’è un motivo.

    Soprattutto negli stati dell’Ovest, ci sono delle riserve naturali strepitose, enormi, e molto diverse tra loro. Sono parchi molto poco attrezzati, non ci sono infrastrutture o rifugi, di solito si può dormire solo in tenda o in macchina, abitudine molto frequente qua. Addirittura a Joshua Tree bisogna portarsi con sé l’acqua da bere. Non è più disponibile dopo l’ingresso del parco.

    Joshua Tree è un parco naturale conosciuto per un paio di motivi. È una grossa distesa con flora e fauna tipica del deserto. Prende il nome dal “Joshua Tree”, una pianta tipica di queste zone. È un parco molto frequentato da fotografi e arrampicatori, soprattutto da chi fa bouldering. Il clima secco, il cielo sereno, la lontananza dai centri abitati, lo rendono il posto ideale per osservare le stelle.

    Questo è un Joshua Tree
    Joshua Tree durante la Golden hour

    Per dare un’idea delle grandezze di questi parchi, ho chiesto ad Allie, che è stata a Joshua Tree più volte, quanti giorni consigliasse di passare a Joshua Tree. “Due settimane” mi ha risposto.

    Per noi è stata una gita di forse 24 ore, ma ce le siamo proprio godute. Gli altri ragazzi si sono impegnati per farmi vivere un’esperienza americana al 100% e mostrarmi tutto il meglio e il peggio che il paese ha da offrire.

    Prima di tutto, è indispensabile avere un’auto. Il parco lo si visita solo così. Addirittura il prezzo del biglietto d’entrata lo si fa a veicolo, indipendentemente dal numero di passeggeri che ci sono a bordo. Si può guidare per più di un’ora, in una strada asfaltata e ancora non si coprirebbe metà del parco.

    Oltre a me e Kaila, sono venuti tre ragazzi, Otis, Nico e Alex. Otis si è offerto volontario per recuperare una macchina a noleggio. Negli Stati Uniti bisogna avere almeno 25 anni per poter noleggiare un’auto, nonostante la patente la si possa fare, a seconda degli stati, a 15, 16, o 17 anni. Otis di anni ne ha 27 e cammina molto veloce. Ha fatto in tempo a noleggiare un’auto e a venirci a prendere esattamente dove il PCT attraversava una strada asfaltata. Lì è iniziata la nostra piccola avventura,o meglio la nostra vacanza all’interno della vacanza.

    Dopo che Otis ci è venuti a prendere in un minivan, siamo andati in un supermercato gigante in cui abbiamo fatto rifornimento di tutto quello che ci sarebbe servito per la serata, tra cui cibo, bibite e legna per fare un fuoco. Poi qualcuno ha comprato della pizza che abbiamo mangiato tutti rigorosamente in macchina, compreso l’autista che stava guidando.

    Durante le road trips, si mangia esclusivamente in auto
    Il posto in cui abbiamo campeggiato. A Joshua Tree o si dorme in macchina o in tenda

    Al parco ci siamo divertiti un sacco. Dietro consiglio di Allie, siamo andati in un posto super particolare, the Chasm of Doom. È un gruppo di rocce con una specie di tunnel segreto all’interno. È una formazione completamente naturale. In certi punti bisogna mettere giù le mani, in altri, strisciare per terra. La vista dalla cima ripaga dalla fatica. Ce la siamo spassata alla grande.

    Fessura da cui siamo passati per arrivare in cima
    Vista dalla cima

    Siccome non ero soddisfatta con l’attività fisica giornaliera, ho fatto una corsetta di 5km con altri due ragazzi. Eravamo in un posto stupendo, e grazie alle gambe allenate dalla camminata, ho avuto la sensazione di volare e la consapevolezza di trovarmi esattamente dove avrei voluto essere.

    In serata abbiamo fatto un fuoco, dove abbiamo cucinato hot dogs (vegetariani per me) e arrostito marshmallow. Ho spaccato un po’ di legna con l’ascia, presa in prestito dal vicino di campeggio, con cui abbiamo fatto amicizia.

    Abbiamo chiacchierato intorno alle braci ardenti e guardato un po’ le stelle. Il cielo era talmente bello che tutti noi abbiamo dormito all’addiaccio.

    Tramonto su Joshua Tree

    Il giorno dopo, l’ultima tappa prima di tornare sul sentiero, è stato in un fast-food americano, In and Out. Ha la particolarità che vende tanti prodotti non scritti sul menu, ma la gente che lo frequenta li conosce bene e sa perfettamente cosa ordinare.

    In and Out apriva alle 10:30 del mattino e noi siamo stati fra i primi clienti. Ho notato con stupore che era abbastanza pieno, soprattutto la sezione in cui si poteva ritirare il cibo in macchina. Per un panino, una porzione di patatine fritte e un frappé alla vaniglia ho pagato poco, 9.75$. Il giorno prima avevo preso, in un altro negozio, un frullato di frutta fresca, senza zuccheri aggiunti, vegano e super salutare, che ho pagato 13$. Negli Stati Uniti sembrerebbe che il cibo spazzatura sia molto più disponibile ed economico rispetto al cibo salutare. Purtroppo, malattie quali obesità e cattive abitudini alimentari, molto diffusi qui, non avvengono per semplici scelte personali, ma sono parte di un problema molto più grosso e sistemico. Negli Stati Uniti, si parla tanto di deserti alimentari, luoghi in cui è impossibile trovare cibo sano e fresco, dove solo i più ricchi si possono permettere frutta e verdura. Anch’io ho notato come i supermercati delle piccole città, dove vado a fare rifornimento viveri lungo il sentiero, siano quasi completamente sprovvisti di verdura fresca, mentre vendano un sacco di schifezze.

    Mi raccomando: la tradizione vuole che la patatine fritte vengano inzuppate nel frappè
    Spazzatura creata dal fast-food. Quantità simile a quella che io produrrei in tre giorni di sentiero

    Joshua Tree è stata una piccola roadtrip americana, molto piacevole ed utile per spezzare un po’ la routine formatasi lungo il sentiero. L’idea di andare era partita da me, ma ci avrò messo si e no due minuti a convincere gli altri. Pensavo potesse essere complicato organizzarci, invece è stato semplicissimo. Ci siamo dati appuntamento giovedì mattina alle 10 e senza scriverci o chiamarci, tanto i telefoni non prendono bene, ci siamo trovati nel posto giusto, chi a piedi, chi in macchina.

    Lungo il sentiero, non ci sono agende da rispettare, preavvisi o scadenze. Si respira quel senso di libertà assoluto di poter fare tutto quello che viene in mente di fare. Gli unici limiti a cui stare attenti sono gli eventi meteorologici. Per il resto, ci si può svegliare all’orario che si vuole, camminare quanto si vuole, fermarsi dove si vuole. Non ci sono in vigore quelle norme imposte dalla società e dal mondo esterno. Forse questa è anche un po’ una lezione per il futuro. Molte norme e routine ce le imponiamo da soli e sono spesso ridicole e arbitrarie. Bisogna un attimo distaccarsi dalla vita “normale” per rendersi conto che abbiamo molte più possibilità davanti a noi rispetto a quello che crediamo. Quando si vuole sul serio fare qualcosa, c’è sempre un modo di trovare i mezzi per farlo, anche se a volte si fa fatica a vederli.

    A breve si ritorna in cammino!

  • San Jacinto: neve sul sentiero

    La prima volta che ho trovato neve lungo il sentiero è stato sul Monte San Jacinto. San Jacinto è la prima vera montagna del PCT, quota 3300m, o come piace dire agli americani, 10800 piedi. Dopo un’intera giornata di riposo a Idylwild, io e Allie ci siamo incamminate. Abbiamo completato i km non percorsi causa mal tempo in una tirata unica di 35km, 12 ore. Menomale che abbiamo deciso di recuperare quella strada. Era fra i tratti più belli mai visti da inizio percorso. Abbiamo camminato quasi sempre su un crinale della montagna, da un lato si vedeva una valle desertica, dall’ altro una valle verdissima.

    Il sentiero era molto panoramico, ma un po’ esposto. Era pieno di alberi caduti, che abbiamo dovuto raggirare o scavalcare. Non oso immaginare quanto avrebbe potuto essere difficile e pericoloso con il mal tempo e la nebbia che avremmo beccato se non avessimo deciso di scendere a valle durante la tempesta.

    La cima di San Jacinto però l’abbiamo raggiunta il giorno successivo. Dato che faceva freddo, abbiamo festeggiato con una tazza di thè caldo che ci siamo preparate con i fornelli a gas portatili. Questi sono i piccoli vantaggi di fare un trekking di tanti giorni. Hai una piccola cucina portatile che ti permette di farti da mangiare in posti strepitosi.

    La discesa di San Jacinto è stata più impegnativa rispetto alla salita. C’era più neve del previsto e abbiamo perso il sentiero per più di un’oretta, andando un po’ a zonzo, in direzione fondo valle. Dopo il tramonto ci siamo accampate al primo posto per tenda che abbiamo trovato e rimandato il grosso della discesa al giorno dopo.

    Purtroppo la neve non era finita. Per il terzo giorno consecutivo, abbiamo dovuto fare fronte a un terreno scivoloso. Io non avevo con me ramponcini e me la sono cavata discretamente, ma ho visto un sacco di gente in difficoltà. Quasi nessuno si aspettava la quantità di neve che c’era, soprattutto sul versante della discesa. Poche persone avevano ramponcini. Sul sentiero ci si aiuta l’un l’altro e io mi sono trovata a fare da guida e supporto morale a un signore che continuava a scivolare. Mi ha ricompensato con una barretta di cioccolato.

    Sentiero ripido e poco chiaro

    È stata una discesa impegnativa, sui 7000 piedi di dislivello di discesa, circa 2100 metri. Le mie gambe ne hanno risentito molto. Se non altro, è stato molto soddisfacente osservare il panorama cambiare piano piano, passare dagli alberi innevati fino ai cactus del deserto, vedere la montagna sovrastante e pensare che ero là in cima poche ore fa. È pazzesco pensare che la sera precedente ho dovuto dormire con spolverino, cappello e guanti, mentre in fondo alla valle, ho dormito in maglietta.

    La montagna di fronte è San Jacinto
    Passate le 200 miglia

    Questo è tutto. Per le prossime settimane, si torna al caldo del deserto!

  • Seconda settimana: imprevisti e solidarietà

    Durante la seconda settimana, 21-27 aprile, sono aumentati i chilometri percorsi e le difficoltà incontrate. Le giornate sono sempre più calde, i tratti senza acqua disponibile sempre più lunghi, i saliscendi più frequenti rispetto alla settimana scorsa. La tappa più lunga è stata 20 miglia, sui 32 km, la media, intorno alle 17 miglia a tappa.

    Flora locale

    Dopo aver iniziato il cammino da una settimana, ho finito le mie scorte alimentari. Non è banale capire dove si può fare rifornimento di viveri. Il sentiero non attraversa quasi mai zone urbane, al massimo qualche strada con distributori benzina e autogrill, dove fare la spesa non è il massimo. Ci sono due principali sistemi per fare rifornimento di viveri lungo il sentiero. La prima opzione è spedirsi scorte di cibo, preparate prima della partenza, ad uffici postali, abbastanza frequenti lungo il cammino. La seconda opzione si tratta di andare in autostop al supermercato più vicino e poi farsi riportare indietro esattamente al punto di partenza, in modo da non saltare nessun km. Per il mio primo rifornimento lungo il sentiero, sono andata in autostop fino a Julian, cittadina a circa mezz’ora di strada dal sentiero.

    Scorci appena prima di arrivare sulla strada in cui abbiamo fatto autostop per arrivare a Julian

    Fare l’autostop lungo il sentiero è un’esperienza molto particolare, perché le comunità vicine al sentiero sanno che ci sono un sacco di camminatori che hanno bisogno di un passaggio per quelle tratte specifiche. Addirittura, a volte c’è qualche autista che perlustra parcheggi e sottopassi, zone in cui sa che potrebbero trovare camminatori, per offrire un passaggio. Ci sono volontari che mettono a disposizione i loro recapiti telefonici, spesso in zone frequentate da camminatori, in modo da poter essere contattati in caso di bisogno. 

    La “business card” di Grumpy, un trail angel che fa da autista volontario in una tratta molto diffusa.
    La pasticceria di Julian regala una fetta di torta a tutti i camminatori

    In queste zone, si è creata un’intera comunità di persone che non solo ha deciso di aiutare i camminatori, ma l’ha trasformato in un missione o almeno in un’ attività quasi quotidiana. Di solito, queste persone vengono chiamate “Trail Angels” angeli del sentiero. Quando fanno qualcosa di veramente eccezionale, viene chiamato, “Trail Magic”, magia lungo il sentiero. Il “Trail Magic”, ha numerose forme e rende l’esperienza di camminare il PCT molto più piacevole. Già al mio secondo giorno di cammino, ho presenziato un episodio di Trail magic notevole. Una signora è arrivata in un campeggio vicino a dove passavano molti camminatori. Ha montato un tavolino in cui ha imbandito tutto quello che potrebbe fare comodo ai camminatori, tipo bibite fresche, mele e merendine, ma anche picchetti per tende, fazzoletti e moschettoni. Un altro Trail angel, Chris, è arrivato al primo spiazzo per tende dopo il miglio 100, dove un sacco di persone si sono fermate a passare la notte dopo una lunga giornata. Chris ha portato birre e gelati per tutti, comode sedie da campeggio e cerotti, utilissimi considerando che abbiamo tutti dei piedi massacrati dalle vesciche. Chris vive a 7 ore di distanza, ha percorso il PCT nel 1979 e dice che vuole dare il suo contributo alla comunità di camminatori, visto che anche lui l’ha ricevuto in passato.

    Questo è Chris, un Trail angel

    Il passaggio in macchina, direzione Julian, me l’ha dato Professor, un Trail angel sulla cinquantina che dice che, in alta stagione, guida anche per 10 ore al giorno per accompagnare i camminatori dove devono andare. Un’ altra Trail angel conosciuta, mi ha raccontato che si sta per trasferire dalla California alla Georgia, e ha deciso la nuova località propria perché lì vicino passa un altro sentiero frequentato, e lei vuole assolutamente restare un Trail angel. I trail angel non accettano nessun compenso economico, se non un contributo per le spese benzina e si sentono in imbarazzo se cominci a ringraziarli troppo. A volte mi chiedo come facciano delle persone ad essere così generose e disponibili ad aiutare dei perfetti sconosciuti che probabilmente non rivedranno mai più. Chris mi ha detto che lui la vede come una specie di simbiosi. Il Trail angel regala favori al camminatore, il camminatore ripaga con felicità, energia e entusiasmo, contagiando il Trail angel con buon umore. Percorrere il PCT ti aiuta a ritrovare quella fiducia negli esseri umani che a volte sembra sia stata perduta nel mondo moderno. È stata una bellissima scoperta

    Altri esempi di Trail magic.

    Questa settimana si è contraddistinta anche dai primi addii. Il più triste è stato quello di Fig e Just Visiting, la coppia di nonni acquisiti durante il sentiero. Si sono dovuti ritirare per dolori alle ginocchia. Fig ha 80 anni, Just Visiting 69, ma io non avevo dubbi che ce l’avrebbero fatta e sono rimasta molto delusa quando ho scoperto che l’età ha avuto la meglio su di loro. Hanno percorso quasi 200km, portandosi sulle spalle tenda e provviste, allo stesso ritmo di gente molto più giovane ed allenata. Forse non completeranno il sentiero, ma hanno veramente dimostrato che ci si può mettere in gioco ad ogni età, altra cosa che forse molti hanno dimenticato nel mondo moderno.

    Queste rocce segnano la conclusione del primo ventiseiesimo del sentiero. In primo piano si vede Keeper, altro amico che per problemi alle ginocchia ha lasciato, solo temporaneamente, il cammino

    Mi continua a colpire la varietà di età diverse dei camminatori. Per ora, il più giovane conosciuto ha 18 anni, il più anziano, Fig, 80. Il gruppo più numeroso sono i trentenni, forse seguito dai sessantenni appena pensionati. Al terzo posto, metterei i ventenni, spesso chi ha appena finito l’università e iniziato a lavorare da poco. Tutti sono in fasi della vita diversa e hanno lasciato cose diverse prima di iniziare a camminare. È piacevole poter parlare con gente di generazioni diverse dalla mia, cosa che mi capita di rado nel mondo vero.

    Altri panorami mozzafiato
    Tutto è più grande negli Stati Uniti, anche le pigne!

    Questa settimana si è anche caratterizzata d qualche imprevisto e dal primo vero momento di difficoltà. Il deserto è veramente una terra d’estremi. Il clima è molto arido e l’escursione termica è pazzesca. Di giorno si arriva a più di 30 gradi, di notte può anche andare sotto zero. Si può passare dal sole bruciante alla neve anche nel giro di poche ore, cosa che mi è capitata uno dei giorni di cammino. Una bella giornata di è trasformata in una nevicata improvvisa, il vento fortissimo ha reso praticamente impossibile fare campeggio ovunque. Insieme ad altri tre ragazzi, un po’ delusa, sono dovuta tornare a valle a dormire al coperto. Siamo andati in autostop fino a Idylwild, una cittadina nelle vicinanze, dove un sacco di camminatori hanno trovato riparo. Ho condiviso un AirBnB con sei amici. Al nostro gruppo della settimana scorsa si sono aggiunti Nico e Otis. Abbiamo cucinato insieme e abbiamo aspettato che il tempo migliorasse. E ci stiamo già organizzando per recuperare quei km che non abbiamo potuto percorrere causa maltempo.

    Nel giro di un paio d’ore, nebbia, vento, grandine e neve hanno completamente cambiato il paeseggio
    Cena preparata con gli altri camminatori: dopo troppo cibo disidratato, tutti abbiamo voglia di verdure

    Idylwild è famosa per un paio di motivi, uno dei quali è veramente affascinante. Ha un sindaco molto particolare: Mayor Max, un tenerissimo Golden Retriever. Sebbene non abbia un vero e proprio potere amministrativo, ha comunque un ruolo rappresentativo. Mayor Max è presente a tutti gli eventi pubblici, compresi festival, inaugurazioni e matrimoni. È stato eletto per raccogliere fondi per un centro animali, e immediatamente ha attratto un sacco di turisti e camminatori. D’altronde, è l’unico sindaco mai conosciuto che tutti vorrebbero coccolare e che puoi distrarre, forse anche corrompere, con dei croccantini.

    La celebrità della zona

    Questo per oggi è tutto, a presto!