Autore: alice girardi

  • Conclusione: cosa mi ha dato il Pacific Crest Trail?

    Questa riflessione arriva un po’ più tardi del dovuto. Mi sarebbe piaciuto mettere per iscritto le mie sensazioni al termine dell’avventura, con meno ritardo e un po’ più d’accortezza, ma purtroppo la mia vita dopo il Pacific Crest Trail ha ripreso il ritmo frenetico di prima del sentiero, lasciando poco spazio alle possibilità di riflettere sull’accaduto. E’ difficile trovare ispirazione quando la sera non ho più il cielo stellato sopra di me e ormai sono vittima di tutte le distrazioni del nostro mondo. Oggi, 20 ottobre, data che inizio questo post, segna un mese esatto da quando ho concluso il PCT. Mi è sembrato che fosse il caso di metter nero su bianco qualche considerazione sulla fine del sentiero ed il periodo successivo.

    Di solito, a chi conclude un sentiero d’escursionismo, soprattutto se della durata di diversi mesi, spetta un periodo un po’ buio dopo la fine del percorso. In inglese la chiamiamo “post-trail depression”. depressione da fine sentiero. Sarà una parola un po’ ingombrante, ma c’è del vero in questo concetto. Dopo mesi che si vive di pura adrenalina, con le endorfine a mille rilasciate dall’attività fisica costante, passare ad una vita più normale, alle prese con obblighi e routine, può sembrare un po’ spiazzante. Se da un lato, le comodità moderne sembrano allettanti, dopo un po’ ci si accorge che si è di nuovo alle prese con gli stessi problemi che si aveva lasciato prima del sentiero. Sebbene avere vestiti puliti, cibo fresco, svegliarsi e non dover smontare la tenda e preparare le zaino, possa sembrare un lusso da non prendere mai più per scontato, si fa in fretta a riabituarsi e nel giro di qualche settimana, si è sopraffatti dalla noia di una vita più normale, il fastidio dei mezzi pubblici in ritardo, le code al supermercato, l’insoddisfazione di non avere un traguardo chiaro davanti a sé, un obiettivo o un sogno a cui dedicare sforzi ed energie. La verità è che adesso, a più di un mese oltre la conclusione, l’intero PCT mi sembra talmento lontano e verosimile, che a volte io stessa mi chiedo se effettivamente questa breve, ma non troppo breve, parentesi della mia vita sia realmente accaduta. 

    Adesso che il mio sacco a pelo e tenda sono tornati nell’armadio, dove prenderanno polvere almeno fino alla prossima estate, mi sembra opportuno concludere questo blog con un riassunto e qualche considerazione finale. Sto scrivendo da un computer in camera mia, non più dal cellulare, al calduccio nel sacco a pelo. La realtà di oggi è talmente diversa da quella di un paio di mesi fa che mi sembra quasi impossibile pensare che, da Aprile a Settembre 2025, io ho percorso il Pacific Crest Trail, un sentiero d’escursionismo lungo 4265 km, che inizia al confine Messico-Stati Uniti e si conclude con la frontiera Canadese, passando per California, Oregon e Washington. Ci ho messo esattamente 159 giorni per arrivare al terminus, ed un giorno in più per tornare indietro su Harts Pass. 

    La mia giornata più lunga sono stati 51 km, in Oregon. Le salite più impegnative sono però state a Washington, dove per tre giorni consecutivi, ho percorso oltre 2000m di dislivello positivo. Il punto più alto raggiunto è stato Mount Whitney, a oltre 4400 m d’altitudine. 

    Lo zaino più pesante che ho mai avuto sono stati 18kg, la seconda settimana della Sierra, quando ho dovuto portare cibo per 7 giorni, oltre a piccozza, ramponcini, vestiti invernali e l’oggetto più ingombrante: il contenitore cibo a prova d’orso. La quantità d’acqua maggiore portata lungo il sentiero? 5.5 litri quasi tutti i giorni dell’ultima settimana del deserto, assolutamenti necessari, ma però superati dei 6 litri abbondanti, completamente inutili, che mi ero portata dietro un giorno a inizio sentiero, quando ancora non sapevo prevedere bene di quanta acqua avessi bisogno e nel dubbio, non volevo essere disidratata. L’ oggetto più inutile mai portato: pensate che per oltre due settimane, mi sono portata non uno, ma ben due libri cartacei, che non ho neppure letto. Quando qualcuno ha suggerito che il mio trail name dovrebbe essere “library” biblioteca, ho deciso, a malincuore, di lasciarli ad Agua Dulce, nella speranza che qualcuno possa leggerli sul serio. 

    Ribadisco che se ho un rimpianto in questo sentiero, è quello di non aver visto, da vicino, un serpente a sonagli, ma purtroppo questo non dipende da me. So di una ragazza che ne ha visti ben 24. Io però sono stata fortunata con altri animali: ho visto 3 orsi, due coyote, decine di caprioli, scoiattoli e marmotte taglia XXL. Giuro, le marmotte peseranno almeno 15kg, c’è chi le ha scambiate per cuccioli d’orso. 

    Quasi tutto il mio materiale è rimasto relativamente integro, o almeno utilizzabile fino a fine del percorso. Ho consumato 3 paia di scarpe, ho cambiato il mio materassino a metà sentiero, ho riparato la mia tenda usando le mie molto limitate abilità di cucito. Non ho mai lavato il mio sacco a pelo in tutto il tragitto, materassino e zaino solamente una volta. E, primato tutto mio, ho usato ben tre cellulari. Il primo si è rotto sotto un temporale, il secondo presumo per lo sbalzo di temperature. Anche questo episodio ha suscitato commenti sul mio possibile trail name. All’epoca ero già Icy, meno male, altrimenti avrei dovuto accettare di essere chiamata “Steve Jobs”. 

    Il tempo massimo che ho passato senza veder nessun altro essere umano sono state oltre 24 ore, o sei giorni se escludiamo i camminatori del PCT. Il tempo massimo che ho passato senza farmi la doccia sono stati 8 giorni, senza lavare i vestiti che metto sempre, 9 giorni, senza dormire in un letto, 30 giorni. Le notti più fredde sono state nel deserto, ma anche le ultime a Washington non scherzavano. Il miglior trail magic é stato il milkshake preparato dal Rotary Club di Chester e portato sul sentiero per festeggiare che eravamo arrivati a metà. Il tratto più bello di tutto il sentiero è stato, senza dubbio, la High Sierra, la rifarei domani, meteo permettendo. Il pezzo tecnicamente più difficile è stato l’attraversamento di Bear Creek, un ruscello con forte corrente in cui l’acqua mi arrivava alla vita. Il momento di più grande frustrazione sono state le zanzare a Yosemite. La volta in cui ho avuto più paura è stata quando mi sono svegliata ed ero circondata dal fumo e da un cielo color salmone, appena dopo Chinook Pass. Quasi tutti i giorni sono stati piacevoli, tranne il tratto fra Burney, miglio 1400, a Crater Lake, miglio 1800, quando imprevisti, grandinate, incendio, noia e solitudine mi hanno sopraffatto. Ma tutti i giorni andavo a dormire serena, soddisfatta della giornata e del mio impegno per raggiungere il traguardo, certezza con non ho, come quasi nessuno del resto, nella vita di tutti i giorni. 

    Questa serie di dati ovviamente non basta a raccontare cosa ho sul serio combinato in questi mesi e cosa mi porto dietro di questa esperienza. Insomma, oltre ad una serie d’avventure per intrattenere gli amici a cena, cosa mi ha dato percorrere il PCT? Vorrei poter dire che mi ha cambiato la vita e mi ha aperto gli occhi, ma la verità non è questa. Non ho mai interpretato il sentiero come un’opportunità di riscatto da una vita mediocre e non soddisfacente. Io sono andata prevalentemente perché avevo voglia di camminare e volevo cimentarmi in qualcosa d’impegnativo. 

    Non posso negare che una sfida l’ho trovata. Oltre allo sforzo fisico con tirate da oltre 40 km al giorno, la parte più impegnativa è stata dover prendere una serie di decisioni costantemente da sola, le cui conseguenze potevano essere di forte impatto. Ho imparato a dovermi fidare di me stessa, perché spesso era l’unica risorsa che avevo. Adesso che va tanto di moda parlare di resilienza e “decision-making”, beh penso che io in tanti anni di studio non le abbia mai sviluppate così tanto così come in un solo pomeriggio, in cui da sola, ho dovuto decidere cosa fare dopo aver scoperto che c’era un incendio a una ventina di km e io ero in mezzo al nulla e non avevo copertura sul cellulare. Ho dovuto imparare a riconoscere le mie abilità e i miei limiti, come affrontare e quando invece convivere con la paura. Tanta strada è passata dalla ragazza che ha iniziato a camminare nel deserto piena di dubbi alla persona che dorme da sola su crinali di montagna sotto le stelle. Penso che questa fiducia e sicurezza in me stessa me lo porterò dietro. La consapevolezza che, dopo aver raggiunto un traguardo così, ormai c’è poco che non sia alla mia portata. E questo è qualcosa di valore per una giovane ragazza di 23 anni. 

    Purtroppo, o per fortuna, nella mia nuova fase della vita non devo più filtrare acqua, trovare un posto sicuro per campeggio e prevedere esattamente il mio fabbisogno calorico per un’intera settimana. Certi agi moderni li ho accolti a braccia aperte, altri con più difficoltà. Mi manca poter vivere il momento con più leggerezza. In effetti, sul PCT, ci si preoccupa solo dei problemi veri, carenza d’acqua o temperature glaciali, e si ignorano per un attimo tutte le frivolezze ed ansie del nostro mondo. È qui che sta il vero valore del sentiero. Permette di vivere con spensieratezza e serenità e mettere un po’ di ordine nella propria esistenza, capire cosa sul serio è importante e quando invece non dovremmo sprecare energie. Imparare a seguire i ritmi della natura, in cui ci si rende conto che l’unica vera “deadline” è la neve che prima o poi arriverà, mi ha consentito di capire quanto tutta questa ansia di essere produttivi sia insensata, frivola e dannosa. Nel 21 secolo, in cui tutto è un continuo movimento per ottenere l’efficienza, tutto quel che si fa ha lo scopo di arricchire il proprio CV per diventare non altro che una pedina in una catena di montaggio, questo sentiero mi ha dato l’opportunità, per una volta, di distaccarmi da questo stile di vita predominante e così notare i suoi pregi e difetti. Il sentiero mi ha insegnato ad essere presente al momento, cogliere ogni attimo, e pensare se sto bene adesso, non se quello che sto facendo sarà utile in futuro. 

    Sul PCT non ho trovato le risposte che cercavo, cosa volessi fare nella vita e quale fosse la giusta via per me. Ma ho capito che in questo mondo, pochi hanno una via chiara da seguire e tutti sbagliano. Il sentiero è un po’ una metafora della vita: si sbaglia, s’impara, si è spinti da un’idea di traguardo, ma alla fine quel che conta è il tragitto e con chi lo condividi. Percorrere il PCT mi ha dimostrato che nonostante la fase della vita in cui si è, non è mai troppo tardi, o troppo presto, per mettersi in gioco. Sì, perché fra i camminatori che ho incontrato c’era gente appena licenziata e gente all’apice della propria carriera, chi si stava per sposare e chi si è appena divorziata, chi ha appena finito gli studi e chi invece ha appena guadagnato la propria pensione. Quindi sarà molto ovvio, ma se c’è qualcosa che veramente ho imparato lungo il sentiero è proprio questa: non importa in che situazione siamo, se si ha un sogno, che sul serio ci teniamo a inseguire e non invece qualcosa che ci convinciamo di dover raggiungere, il modo di provarci c’è sempre, anche se spesso facciamo fatica a vedere come. E quando ci proviamo, ci rendiamo conto che è la prima volta che viviamo davvero.

    Allora, con questo post io vi saluto, la mia storia è finita qua. Ci sentiremo, forse, un giorno, alla mia prossima avventura che chissà quando arriverà. 

  • Finale sul PCT: dettagli logistici e racconto delle ultime 30 (x2) miglia

    Io al Northern Terminus, confine Stati Uniti-Canada, 19 settembre 2025

    Quest’anno c’è una novità. Ufficialmente il sentiero finisce al confine Stati Uniti-Canada, dove c’è il Northern Terminus, il monumento che indica la fine del PCT.  Il problema è che il sentiero si conclude nei boschi e bisogna trovare un modo di tornare a piedi nella civiltà e purtroppo, la strada più vicina si trova sul lato canadese, non più accessibile a noi camminatori. Fino al 2024, tutti i camminatori che arrivavano al Northern Terminus attraversavano il confine e camminavano per 12 km fino alla prima strada asfaltata canadese. Noi non abbiamo più questa opportunità. Una volta arrivati al confine, siamo costretti a tornare indietro, e camminare fino alla prima strada statunitense, a circa 50km con abbondante salita dal Northern Terminus. Siamo la prima generazione che deve tornare indietro. Fino all’anno scorso il Canada consentiva ai camminatori del PCT di entrare nel paese attraverso un sentiero fra le montagne. Quindi i camminatori percorrevano i km canadesi fino a Mannings Park, festeggiavano mangiando poutine e sciroppo d’acero e poi andavano in autostop o in autobus fino all’aeroporto di Vancouver.  Era qualcosa di eccezionale: non si faceva nessun controllo di frontiera e non servivano neanche documenti particolari, cosa che non era il caso in nessun altro posto lungo il confine Stati Uniti-Canada, in cui devi sempre aspettare in coda per fare un controllo documenti e a volte, controllo bagagli. Questo strappo alla regola per i camminatori PCT sembrava quasi un premio per le fatiche ricevute, come a dire: “Sei venuta/o fin qui a piedi? Allora ti meriti di entrare”. 

    Viste le recenti tensioni politiche fra Canada e Stati Uniti, a Gennaio 2025, il Canada ha annunciato che sospendeva la possibilità ai camminatori di entrare nel paese senza i rigorosi controlli doganali. Nessun camminatore, compresi i canadesi, è più autorizzato a passare il confine in quel determinato punto. E come fa il Canada a controllare che nessuno infranga la legge, visto che siamo in un posto isolatissimo? Beh, semplice, ha installato due telecamere al confine, e fa controlli saltuari. Esattamente 23 ore prima che io arrivassi al confine, è arrivato un elicottero di pattuglia con nove militari armati che hanno chiesto passaporto a tutti i camminatori che stavano festeggiando al confine. Rovinano un po’ il momento e le foto ricordo. Questo per dire che, a volte, la politica si sente anche sul sentiero. 

    Dopo più di 4000km, ecco il Canada. Finalmente qualche indicazione in km

    Dal punto di vista logistico, dover tornare sui propri passi è abbastanza complesso. Oltre al fatto che allunga di un giorno il sentiero, si arriva in un posto molto più isolato, lontano da aeroporti o città con collegamenti ad aeroporti. Una volta arrivati al confine, si deve tornare indietro fino a Harts Pass, l’ultima strada che si aveva attraversato in precedenza, quando si era diretti verso nord. Purtroppo però la strada che passa da Harts Pass e arriva a Mazama, primo centro urbano, è famosa, a detta della guardia forestale che abbiamo incontrato, per essere la peggior strada di tutto Washington. E’ una strada ripida e sterrata, quando l’ho percorsa io ci siamo dovuti fermare due volte perché abbiamo sentito puzza di freni bruciati. Essendo una strada frequentata solo da chi va a camminare in montagna, le chance di trovare un passaggio sono scarsissime. Fra l’altro non prendono i cellulari, quindi anche mettersi d’accordo con qualcuno che ti venga a prendere è difficile. A tutto questo poi dobbiamo aggiungere il fatto che le persone del luogo sconsigliano ad amici e parenti dei camminatori di venire loro a prenderli, perchè reputano la strada troppo pericolosa per chi non è abituato a guidare sullo sterrato. So di diversi camminatori che hanno dovuto accamparsi a Harts Pass una notte e sono rimasti bloccati oltre 24 ore aspettando un passaggio. 

    Una volta trovato il modo di arrivare a Mazama, paese di 158 abitanti, la situazione non si semplifica più di tanto. Non ci sono veri mezzi pubblici per andare da nessuna parte. Seattle, l’aeroporto più vicino, dista più di cinque ore di macchina e bisogna trovare qualcuno disponibile a dare un passaggio. Fra l’altro, Seattle non è sempre ben servita da compagnie aeree europee, quindi può darsi che bisogna prendere il proprio volo da Portland o, come nel mio caso, da Vancouver, perchè in Canada ci si può entrare via terra, ma lo si deve fare da un posto ufficiale sulla frontiera. Quindi, si arriva al confine Canadese camminando, si torna indietro camminando, poi si spera in un passaggio per arrivare automuniti in un posto ufficiale alla frontiera. Insomma, sarebbe stato di gran lunga più semplice camminare oltre il confine. 

    Panorami talmente belli che li si percorre due volte

    Se non altro, dal punto di vista emotivo, forse essere costretti a ritornare sui propri passi per un giorno ancora, è stata la miglior conclusione che si potesse sperare. In effetti, le 30 miglia da Hart Pass al Terminus e poi di nuovo, dal Terminus fino a Harts Pass, sono miglia molto speciali. Riesci a rivedere tutte le persone che erano uno e due giorni davanti o dietro di te. E’ un momento un po’ magico, lo chiamavamo un “victory lap”, un giro di vittoria lungo 50km. Dopo aver concluso la sfida, si torna indietro e si celebra il traguardo con le persone che hanno condiviso con te la tua esperienza. Negli ultimi giorni, ogni volta che si incontrava qualcuno, ci si abbracciava e ci si complimentava a vicenda. Fra l’altro, hai diritto ad una notte in più nella natura dopo aver concluso il percorso. Hai l’opportunità di metabolizzare il fatto che hai finito il PCT senza essere direttamente sbattuto nel mondo moderno. Io ho pensato che nonostante tutte le difficoltà logistiche, non avrei scelto di camminare in Canada, perché vorrebbe dire non rivedere per un’ultima volta le persone che avevo incontrato lungo le ultime 30 miglia percorse due volte. 

    Io avevo lasciato Stehekin il 15 settembre ed ero arrivata a Harts Pass, per la prima volta, il 18 settembre. Sono arrivata al confine il 19 settembre, sono tornata indietro a Harts Pass il 20, per poi ritornare verso nord e arrivare in Canada per vie ufficiali il 21, la stessa data in cui ho volato. Gli ultimi giorni di cammino sono molto speciali, è inutile negarlo: un po’ perché il panorama diventa strepitoso e sai che si sta concludendo la tua avventura, quindi cercherai di dormire in posti con vista mozzafiato, di beccare alba, tramonto e cieli stellati, perché nel giro di qualche giorno non ci sarà più l’opportunità. Ma il percorso si fa speciale soprattutto perché diventa frequentato da persone che o hanno appena coronato il proprio sogno nel cassetto oppure lo stanno per fare. Raggiungere un traguardo che si ha meticolosamente programmato da anni e per il quale si è lavorato duro per mesi crea un’energia e uno stato mentale ed emotivo mai sperimentato, ancora di più esaltato dal fatto che quasi tutti intorno a te lo stanno provando. Ogni volta che incontravo qualcuno negli ultimi giorni, non vedevo la stanchezza, la fatica, tanto apparente nei camminatori in tutti gli altri tratti del percorso. Si notava soltanto l’energia, la soddisfazione, il sorriso e le lacrime agli occhi di chi si incontrava. 

    Ultima alba prima di arrivare al Northern Terminus

    Questi ultimi giorni ho incontrato persone che pensavo di non rivedere più. Ho camminato un tratto con Seawolf, una ragazza conosciuta la prima settimana del sentiero. Ho incontrato Reese, un ragazzo con il quale avevamo camminato insieme un tratto nella Sierra. Ho rivisto Clara e Amelia, due ragazze che non vedevo dal deserto. Oltre a loro, ho visto Stretch, British Joe, Steff e Meg, Dimple, Siren, Bandalini, tutte persone che sapevo essere nelle vicinanze. E’ stato bello condividere questo momento speciale con le uniche persone che sul serio avrebbe potuto comprendere a pieno la situazione, visto che la stavano sperimentando anche loro. 

    La mattina del 19 settembre, mi sono svegliata all’alba per poter vedere il sole sorgere dal crinale della montagna in cui mi ero accampata. Ho poi percorso le ultime 8 miglia prima di arrivare al terminus verso le 10 del mattino. Ero solo la seconda persona ad arrivare quel giorno, ma dopo un po’ si è riempito. Verso mezzogiorno sono cominciati ad arrivare gruppi di persone. La mattina prima di arrivare al terminus ero emozionata e commossa, soprattutto le ultime miglia di sentiero, invece una volta arrivata al terminus mi sono sentita soprattutto incredula e soddisfatta, felice, non troppo propensa alle lacrime o alla pazza gioia. La gente sfoga la propria emozione in modi diversi, c’è chi piange e chi stappa una birra e, quando non ci sono i militari in pattuglia, va a pisciare in Canada, di fronte alle telecamere. E’ un momento unico ed irripetibile. Si ha finalmente raggiunto quell’obiettivo che sembrava enorme e distante, inavvicinabile. Concludere il PCT è anche un modo di vedere realizzare una della massime spesso troppo scontata: prendi la vita giorno per giorno e vedi come va. Giorno per giorno, miglio dopo miglio, passo dopo passo, il Canada si avvicina sempre di più. Grandi obiettivi si raggiungono in piccoli passi, ma eventualmente si raggiungono. 

    Foto di gruppo al Northern Terminus. Il podio e la corona spettano a Seawolf, una ragazza che è diventata “triple crowner” ovvero ha percorso tutti e tre i maggiori sentieri d’escursionismo negli Stati Uniti, il Pacific Crest Trail, l’Appalachian Trail e il Continental Divide Trail

    L’ultimo giorno di sentiero, il 20 settembre, ho sentito tutta la stanchezza venirmi incontro. Quando ho percorso l’ultimo tratto in direzione nord, e ho cominciato a incontrare chi aveva già finito, ho pensato che ero contenta di avere ancora un paio di giorni davanti a me per concludere il sentiero. Al contrario, una volta arrivata al terminus, fatto dietro front, e ho cominciato a incontrare chi ancora doveva concludere, ho pensato che non invidiavo proprio chi doveva ancora camminare. Ho così pensato che ho concluso il sentiero al momento giusto per me, godendomelo fino all’ultimo, soddisfatta di aver raggiunto il traguardo, ma anche contenta di aver finito. Se da un lato, il panorama degli ultimi giorni e l’atmosfera erano speciali, dall’altro, avevo i piedi massacrati, non sopportavo più la dieta lungo il sentiero e le notti diventavano sempre più fredde. La natura stessa ci ha ricordato che ormai l’avventura doveva concludersi. Il 20 settembre è stato l’ultimo giorno di sole, poi sono iniziate le piogge stagionali e le temperature si sono abbassate notevolmente. La mia app meteo sul cellulare, ancora impostata su Stehekin, ha indicato che le nevicate sono arrivate nei dieci giorni successivi. 

    A Harts Pass mi sono venuti a prendere due mie amici, Jake e Alex, che avevo conosciuto lungo il deserto. E’ stato bello concludere il sentiero e sapere che c’era qualcuno ad accogliermi. Purtroppo, sono arrivata a Mazama e sono subito ripartita visto che qualcuno mi ha offerto un passaggio fino a Burlington. Ho poi preso un autobus fino a Bellingham, dove ho dormito sul divano della fidanzata di un amico di Stretch. Il giorno dopo ho preso il pullman fino a Vancouver e subito dopo l’aereo di ritorno. Dopo aver tanto desiderato arrivare in Canada, del Canada ho visto solamente i controlli doganali, la stazione, la metropolitana e l’aeroporto di Vancouver. La mia fretta era in parte dovuta dal fatto che dovessi tornare all’università, ma anche la scadenza del mio visto era da tenere in conto. Ho lasciato gli Stati Uniti dopo 167 giorni di permanenza, il limite massimo sarebbe stato 180.  

    Sono arrivata in Europa la sera del 22, e il 23 mattina alle 8 ero già all’università, con una settimana di ritardo. Sono riuscita a comprare un paio di jeans in uno scalo all’aeroporto, ma sono arrivata a lezione con le stesse scarpe con cui avevo camminato le 900 miglia da Ashland fino al Canada. Il contrasto fra questi stili di vita è stato drammatico, e mi ci è voluto un po’ ad abituarmi. Ma, d’altronde, ho attraversato gli Stati Uniti a piedi, cos’altro non posso fare? 

    Ciao, alla prossima puntata, a conclusione dell’avventura. 

  • Foto del tratto da Stehekin a Harts Pass

    Stehekin è un centro abitato da 85 abitanti che ha la particolarità che può essere raggiunto solo a piedi o in barca. Il paese ha una pasticceria, un ristorante, un ufficio postale, un campeggio e un albergo. Non ha un supermercato: le provviste alimentari arrivano via barca. C’è una scuola con un’unica classe di 12 studenti. Il pulmino che li porta a scuola nei mesi estivi viene usato per portare i turisti in pasticceria. Stehekin ha qualcosa di magico: nel 21esimo secolo, non c’è nessun luogo in tutto il paese in cui prendano i cellulari. I turisti vanno a Stehekin per scollegarsi dalla realtà, mentre noi camminatori ci andiamo per avvicinarci a qualche idea di civiltà.

    Stehekin è l’ultima tappa in un “centro urbano” prima di concludere il sentiero. Siccome non c’è un supermercato, tutti i camminatori si inviano un pacco postale, qualcuno ci infila dentro birra o whiskey per festeggiare gli ultimi giorni sul sentiero e l’arrivo in Canada. Il panorama da Stehekin (miglio 2575) a Harts Pass (2625) è molto gradevole. Per concludere al meglio, Washington ci ha regalato qualche giorno di sole e cielo sereno. Vi lascio qui qualche foto. 

  • Section K

    Il tratto dopo Stevens Pass, miglio 2466, fino a Stehekin, miglio 2575, è noto come Section K ed ha la fama di essere molto difficile, c’è addirittura chi dice essere il tratto più arduo di tutto il sentiero. Di solito, lo si percorre in 5 o 6 giorni, ma io l’ho fatto più velocemente: sono partita l’11 settembre alle 15 e sono arrivata alla strada che porta a Stehekin il 15 settembre alle 14, quindi mi ci sono voluti quattro giorni esatti.

    Qualche panorama di Section K

    Purtroppo ho percorso questo tratto prevalentemente in solitaria. Dopo aver passato una giornata in un Airbnb a Leavenworth con la mia tramily, ci siamo dovuti separare. Loro hanno qualche acciacco fisico e devono rallentare. Io, al contrario, non mi posso fermare perché, piccolo spoiler, devo tornare all’università e sono già in ritardo. In effetti, il mio primo giorno ufficiale di lezioni, il 15 settembre, mi sono svegliata in tenda ed ho camminato fino ad arrivare a Stehekin, altro che presentarmi ai corsi!

    Non ero molto contenta di dover ripartire da sola, perchè mi trovavo molto bene con la mia tramily. Fra l’altro, a me non piace l’idea di andar di fretta lungo il cammino. Chiaramente questa non è la fine che avrei scelto: avrei di gran lunga preferito concludere il sentiero in compagnia dei miei amici e godermi le ultime giornate di cammino, invece che accellerare per arrivare al terminus il prima possibile. Ma la vita lungo il sentiero è fatta anche di compromessi e per me era importante poter concludere il cammino senza precludermi l’opportunita di tornare all’università.

    Altro panorama di Section K

    Section K non è così difficile. Probabilmente lo è per i Sobo, i camminatori diretti verso sud, visto che è il primo tratto con dislivello notevole che trovano. Per tutti noi diretti verso nord, quindi la stragrande maggioranza dei camminatori, Section K non deve assolutamente fare paura, perchè abbiamo già percorso tratti molto più tecnici ed impegnativi. Sí, c’è qualche “blowdown”, albero caduto lungo il sentiero, di troppo, ma niente in confronto a quel che ho visto in NorCal.

    Esempi di blowdown: tronchi lungo il sentiero che bisogna scavalcare o raggirare. Qualcuno ne ha contati oltre 400 in Section K, ma secondo me solo una decina era veramente scomoda.

    Per poter camminare più a lungo, questa è stata la prima settimana da inizio percorso che ho messo la sveglia tutte le mattine, sempre prima delle 6. Di solito, aspetto che le prime luci delle giornata mi sveglino, perchè mi sembra più naturale, ma ormai il sole sorge tardi, verso le 7. Iniziando a camminare presto, sono così riuscita a percorrere le mie giornate più lunghe. Per tre giorni consecutivi ho camminato oltre 40km con più di 2000m di dislivello. Il terzo giorno, il 14 settembre, data che segna 5 mesi dall’inizio cammino, ho camminato sotto la pioggia per tutta la giornata e sono arrivata la sera che non vedevo l’ora di avvolgermi nel calduccio del mio sacco a pelo, pensando che nel giro di qualche giorno, avrei potuto avere vere coperte e materasso.

    Assolutamente non mi posso lamentare del meteo. Mi aspettavo Washington grigio e piovoso, invece per ora ho beccato sole quasi tutti i giorni. Sono però scese le temperature e si sono accorciate notevolmente le giornate. La mattina mi preparo e faccio colazione al buio. Ormai s’intravedono i primi colori autunnali, la natura stessa suggerisce che è arrivato il momento di finire. Ho iniziato il PCT che stavano sbocciando i primi fiori sui cactus e adesso sto concludendo con i cespugli di mirtilli selvatici completamente rossi. Le notti sono molto più fresche, erano mesi che non dormivo con cappello di lana e spolverino.

    Una delle cose più belle lungo il PCT è seguire uno stile di vita il cui ritmo è completamente dettato dal sorgere e tramontare del sole e dal passaggio delle stagioni. Infatti, bisogna finire il deserto prima che arrivi il caldo dell’estate, iniziare la Sierra solo dopo che il grosso della neve si sia sciolto, attraversare il NorCal prima che arrivino gli incendi e l’Oregon dopo la stagione delle zanzare. Washington va assolutamente concluso prima delle nevicate autunnali, che a volte iniziano che non è ancora Ottobre. Vedere i colori del paesaggio cambiare e le giornate accorciarsi è un segno che ormai il nostro tempo lungo il sentiero si sta, e deve, concludersi a breve.

  • Da Snoqualmie a Leavenworth

    Lasciare Snoqualmie è stato molto difficile. Sono stata ospite al Washington Alpine Club (WAC), la sede principale del gruppo di appassionati di sci e alpinismo della zona. Il WAC è un edificio a più piani, con tanto di salotto e tre camerate, dove i camminatori possono passare la notte. Ogni sera ci sono dei volontari che cucinano la cena per i cammminatori, ma per tenere il posto pulito, tutti devono contribuire con almeno un lavoro domestico. Io avevo sparecchiato e pulito i tavoli dopo cena e colazione.

    Quando c’è un posto che ti trattiene e ritarda il tuo tornare sul sentiero, noi camminatori lo chiamiamo vortex, vortice, perchè ti risucchia e prima che uno se ne renda conto sono passate ore o addirittura giornate. Per ora, il vortex più potente io l’ho trovato proprio qui, al Washington Alpine Club. Di solito, ogni volta che sono in un centro abitato, non vedo l’ora di tornare sul sentiero. È vero che in citta ti puoi gustare le comodità moderne, ma è anche vero che ti assalgono, in un colpo solo, tutte le problematiche della civiltà, devi rispondere ai messaggi, leggere le mail, controllare le notizie della settimana. Hai a che fare con fretta, stress ed ansia, sentimenti quasi inesistenti lungo il sentiero. Non vedi l’ora di tornare sul sentiero, per lasciare alle spalle tutti questi problemi. Ma ormai sono a metà Washington e il richiamo della civiltà si fa sempre più potente. Soprattutto quando devi lasciare un posto tanto accogliente come il WAC, con divani e copertine, tisane illimitate, ottima cena fatta in casa, per affrontare la nebbia e il freddo.

    Questo è il tempo metereologico a Snoqualmie, 7 settembre, diciamo che non invoglia proprio ad uscire e a campeggiare

    Affrontato l’ostacolo iniziale, devo però dire che questo tratto, da Snoqualmie Pass, miglio 2396, fino a Stevens Pass, miglio 2466, è stato veramente bello. Tranne la nebbia del primo giorno, il 7 settembre, abbiamo beccato un tempo straordinario. È tornato il sole, ma sono rimaste tante nuvole, creando dei panorami molto suggestivi, perchè vedi le vette delle montagne spiccare da questo mare di nubi. L’unico problema è la condensa che si forma sulla tenda al mattino, ormai non si può più fare cowboy camping. Lascio qui qualche foto.

    Panorami di questo tratto

    Adesso che siamo a Washington e abbiamo alle spalle quattro mesi abbondanti di camminata, siamo tutti un po’ logorati dalla fatica fisica. Mi sembra che un camminatore su due zoppichi e si stia letteralmente trascinando verso la fine. Anche il materiale tecnico ormai non tiene più, quasi tutti hanno un materassino bucato, uno zaino a cui si è slacciata una cinghia, un sacco a pelo che ormai è talmente sporco e stropicciato che non tiene più le basse temperature. Io ho entrambe le cerniere della tenda rotte, un classico per chi ha una tenda Durston. Addirittura c’è una sarta ad Ashland che si è specializzata nel sostituire le cerniere da tenda. Visto che le mie cerniere sono crollate successivamente, me le sono dovute riparare da sola. Le ho provate a ricucire il pomeriggio dopo l’incendio, ma speriamo che non arrivino forti pioggie, altrimenti mi bagnerò tutta.

    Qui si intravede il mio lavoro di cucito. Una curiosità: se disponibile, tanta gente usa per cucire il filo interdentale, perchè è molto più resistente

    Questo tratto è stato particolarmente ripido e con terreno difficile e molto irregolare, pieno di sassi. Comunque ne è valsa la pena, se il panorama è bello mi faccio andar bene qualsiasi tipo di sentiero. Ho fatto un massimo di 22 miglia al giorno e sono arrivata alla successiva strada asfaltata, Stevens Pass, il 9 settembre, da cui poi sono andata in autostop fino a Leavenworth. C’è chi salta Leavenworth e si porta cibo per una settimana intera fino ad arrivare a Stehekin, ma ormai sono stanca del ritmo di vita del sentiero e mi concedo qualche pausa in più nella civiltà. 

    Leavenworth è una piccola cittadina molto frequentata dai turisti. È costruita ispirandosi ad un modello bavarese: l’architettura ricorda quella tipica, i negozi vendono dirndl, i cartelli stradali sono bilingue inglese-tedesco. C’è ovviamemte qualche errore. In centro città ho trovato una pasticceria danese e per strada c’è chi suona il corno svizzero per attirare i turisti.

    Leavenworth: simpatica e un po’ “cringe”

    La leggenda dice che Leavenworth è stata creata da immigrati bavaresi, ma la realtà è completamente diversa. Leavenworth era un paesino abitato da minatori, completamente in rovina. Volevano rilanciarla e qualcuno ha pensato di ricostruire il centro a tema bavarese, con la sperenza di attirare turisti. Ha funzionato alla grande, visto che è passata da essere una citta morente ad uno dei posti più famosi di Washington. Lo scopo era quello di sentirsi in Europa, ma a me al contrario ha ricordato come solo in America questi luoghi cosí stravaganti possano esistere.

    Alla prossima!

  • Incendio!

    Gli imprevisti non finiscono mai sul Pacific Crest Trail. Avevo appena fatto in tempo a godermi il panorama stupendo di Goat Rocks con la mia tramily, quando nel primo pomeriggio abbiamo cominciato a sentire un po’ di odore di fumo. Non è mai un buon segno, ma è difficile prevedere se si tratta di un incendio vicino o se invece è solo il vento che, cambiando direzione, porta il fumo di incendi molto più distanti. Oppure se si tratta di una grigliata organizzata da un trail angel, ma di solito questa opzione è realistica solo se si è nei pressi di una strada, cosa che di certo non era il caso a Goat Rocks.

    Quando si è sul PCT e non prendono i cellulari, è anche difficile avere notizie dal mondo esterno, e capire se ci si trova sul serio di fronte ad un pericolo. Dopo qualche ora ci è arrivata la notizia grazie ad un camminatore “sobo”, che in gergo locale vuol dire che fa parte della minoranza di camminatori diretti verso sud. E ci ha confermato che c’era un incendio in corso poco distante e che avrebbero chiuso un tratto del sentiero poco più a nord. 

    A differenza dall’incendio nei pressi di Etna, non c’era modo di non notarlo una volta più vicini. Una decina di miglia dopo il tratto di Knife’s Edge, ho visto il fumo per la prima volta. Si intuiva benissimo che questo incendio era di dimensioni notevoli.

    Questa è la prima volta che ho visto il fumo e ho intuito la portata dell’incendio, siamo un po’ prima del miglio 2300

    In questo caso non c’è stato molto da fare, se non raggiungere a piedi la strada asfaltata più vicina e da lì capire come uscire dalla zona pericolosa. Siamo arrivati a White Pass, miglio 2298, la sera stessa, il 2 settembre, ed effettivamente, abbiamo avuto la conferma che il sentiero era chiuso per le 30 miglia successive. Ci siamo accampati a White Pass con una cinquantina di altri camminatori, sperando di trovare un passaggio oltre la chiusura il giorno successivo.

    Questo è White Pass, un misto fra un benzinaio, bar e resort sciistico. Qui una cinquantina di camminatori aspettavano qualcuno che potesse dare loro un passaggio oltre la chiusura

    Il mattino successivo, il 3 settembre, una brutta sorpresa ci aspettava al nostro risveglio. Durante la notte il vento aveva cambiato direzione, portando su White Pass un sacco di fumo. L’odore del fumo ci aveva svegliato molto presto ed appena sono comparse le prime luci della giornata, abbiamo avuto modo di vedere il colore del cielo, tutt’altro che limpido.

    Camminatori appena svegliati a White Pass, 3 settembre, ora 6.14

    Per fortuna, lasciare White Pass è stato molto semplice. Un sacco di trail angels si sono offerti di accompagnare in automobile i camminatori oltre la chiusura, 30 miglia più a nord. Non tutti i camminatori hanno però accettato. C’è chi ha camminato imperterrito, nei pressi dell’incendio, sfidando regole e buon senso, pur di non saltare neanche un miglio. Mi hanno mostrato le foto che hanno scattato, qualcuno è riuscito a catturare l’incendio che avanza e devo dire che fanno venire i brividi. Io non ho rischiato. Ho ripreso a camminare da Chinook Pass, sempre insieme a Stretch, Bryce e Secondhand.

    Appena abbiamo iniziato a camminare da Chinook Pass, oltre la chiusura del PCT, il cielo era sereno, ma purtroppo la situazione non è durata molto. Durante la notte, il vento ha cambiato direzione. In effetti, il mattino successivo, il 4 settembre, mi ha svegliato un odore di fumo ancora più forte di quello del giorno precedente ed appena uscita dalla mia tenda, ho visto quello che descriverei come uno scenario apocalittico, perdonatami i toni drammatici. Come nei casi di nebbia più fitta, non si riusciva a vedere ad oltre un paio di metri di distanza. Il cielo era color salmone. Il sole, rosso fosforescente, appariva a malapena oltre il fumo. Pioveva cenere. 


    4 settembre, ora 7.40, miglia 2330-2335.

    Abbiamo tutti iniziato a camminare il più velocemente possibile per allontanarci dalla zona, ma ci è voluto più del previsto. Per via del fumo, mi bruciava la gola, avevo mal di testa ed un certo momento ho avuto la sensazione di far fatica a respirare. Una ragazza, medico, mi ha consigliato di mettermi un fazzoletto su bocca e naso, che ha leggermente migliorato la situazione.

    No, non sto andando a rapinare una banca, sto solo cercando di uscire dalla zona

    Ho camminato nel fumo per circa 6 ore, esperienza che non raccomando a nessuno. A quanto pare ci sarebbe dovuto essere un bel panorama su Mount Ranier, ma il fumo m’impediva di vedere qualsiasi cosa. Poi, un po’ perchè il vento ha cambiato direzione, un po’ perchè ci siamo allontanati dall’incendio, il fumo è calato drasticamente. I giorni successivi, fino ad arrivare a Snoqualmie Pass il 6 settembre, sono stati molto più tranquilli. Non sono state giornate particolarmente interessanti, ma meglio così, questa settimana ho già vissuto troppe emozioni intense!

    A presto!

  • Goat Rocks

    Finalmente il panorama di Washington, tanto decantato da chi ha già percorso il PCT, è migliorato molto. Il tratto dopo Trout Lake fino a White Pass è assolutamente straordinario. Prima si raggira Mount Adams, e si riesce a dare una sbirciatina a un ghiacciaio.

    Immagini di Mount Adams

    Il giorno successivo è stato meraviglioso, si entra nell’aerea protetta di Goat Rocks, uno dei tratti più belli del PCT. Il sentiero segue il crinale della montagna. Il pezzo più esposto addirittura viene chiamato “Knife’s edge”, “l’orlo del coltello”, ma non è particolarmente pericoloso, a dir la verità non è neppure ripido o difficile.

    Questo tratto è Knife’s Edge: spettacolare. La montagna dietro è Mount Ranier

    Finalmente siamo tornati a panorami di alta montagna, che non si vedevano dai tempi delle Sierra Nevada. Nonostante il percorso sia più difficile, non c’è confronto fra dover rallentare per essere in un posto stupendo o macinare chilometri solo per essere di nuovo in un bosco. Ecco altre foto di questo tratto!

    Alla prossima!

  • Primo tratto in Washington: da Bridge of the Gods a Trout Lake

    Buona parte del confine fra Oregon e Washington è delimitato dal Columbia River. Arrivati a Cascade Locks, l’ultima cittadina in Oregon, si passa da un ponte che attraversa il Columbia River, il famosissimo Bridge of the Gods e si arriva così a Washington. È uno dei posti più iconici del PCT. Il ponte in sè non è niente di particolare, non ha neppure una corsia dedicata ai pedoni e bisogna stare attenti quando cammini perchè le macchine ti fanno il pelo. Però è molto emblematico per i camminatori perchè rappresenta l’entrata nello stato finale del sentiero, lungo appena più di 500 miglia. Per chiunque abbia visto il film o letto il libro “Wild”, il Bridge of the Gods è il luogo dove la protagonista Cheryl Strayed si è fermata. Sebbene il film “Wild” sia inguardabile ed il libro è molto poco interessante, fra l’altro Cheryl Strayed è un ottimo esempio di cosa NON fare lungo il sentiero, è comunque il motivo per cui tanti di noi, io compresa, siamo venuti a conoscenza del PCT. Arrivare a Bridge of the Gods ha un valore simbolico, forse proprio perchè è il traguardo finale del film che ha ispirato tantissimi di noi a camminare.

    Questa sono io sul ponte. È diffice fare una bella foto, perchè la automobili sfrecciano

    Mentre i km finali dell’Oregon sono stati molto sofferti, fisicamente dolorosi per via di un’irritazione e di una serie di vesciche ai piedi, quelli iniziali di Washington sono stati molto più piacevoli. Dopo 24 ore di riposo, e tappe obbligatorie in farmacia, ufficio postale, supermercato e birrificio, sono ripartita da Cascade Locks il 27 Agosto, insieme a Stretch, Bryce e Secondhand. In teoria dovevamo partire la mattina, ma alla fine abbiamo ritardato e abbiamo attraversato il Bridge of the Gods verso le 6 del pomeriggio, durante la golden hour e abbiamo festeggiato l’entrata a Washington con una birra che un trail angel aveva insistito a comprarci.

    Washington è lo stato del PCT con il tempo metereologico più incerto. Mentre la California e l’Oregon godono di un buon clima, generalmente Washington è molto più grigio e piovoso, soprattutto in autunno. Ad un certo punto della stagione, le pioggie si trasformano in nevicate, e le basse temperature rendono spiacevole, se non addirittura pericoloso, stare sul PCT. Di solito, la data limite a cui si dovrebbe puntare per concludere il sentiero è il primo ottobre, ma ovviamente dipende da stagione a stagione. Ci sono annate che le nevicate iniziano a metà settembre ed altre annate che la neve non arriva prima di ottobre inoltrato. È da quando ho iniziato il PCT che sento di camminatori che corrono perchè hanno paura di congelare a Washington. A me sembra che la gente voglia avere l’illusione di avere tutto sotto controllo, ma con la natura non si può mai prevedere e penso sia una scelta più saggia adattarsi ed accettare il tempo che si trova. Io sono stata accolta a Washington con un’ondata di calore completamente inaspettata, temperature impensabili per la stagione e un fenomeno terribile finora sconosciuto lungo il sentiero: l’umidità. Penso di non aver mai sudato tanto come nei miei primi giorni a Washington. Addirittura sono stata costretta a cenare e a dormire indossando solo la biancheria intima, cosa che non mi è mai successa prima, nemmeno nel deserto! Altro che le tanto temute nevicate!

    Dei primi giorni di Washington non c’è proprio niente d’interessante da raccontare. Tutti dicono che Washington è meraviglioso, ma l’inizio è stato tutt’altro. Da Cascade Locks, lasciata il 27 agosto, fino a Trout Lake, raggiunta il 30 agosto, si attraversa un bosco per 4 giorni. La vegetazione è diversa dall’Oregon e c’è molta più salita. La mia prima giornata intera a Washington ho percorso oltre 40 km con più di 2000m di dislivello, ma anche dopo 13 ore di camminata e tantissima fatica, il panorama non è cambiato di una virgola, sembrava quasi che non mi fossi mossa.

    Qualche immagine del Sud di Washington

    Ormai sono abbastanza stufa di camminare, soprattutto di camminare ininterrottamente per tutta la giornata, ma ci sono ancora tanti aspetti della vita lungo il sentiero che mi piacciono parecchio. È piacevole svegliarsi la mattina ed essere immersi nella natura, potere fare il bagno durante la pausa pranzo. Adesso che passo gran parte del tempo con una trail family, e  tutti noi non ne possiamo più di camminare, cerchiamo di minimizzare la quantità di tempo che passiamo a farlo. Ci svegliamo tardi, facciamo lunghissime pause e il pomeriggio ci tocca correre perchè ancora non abbiamo fatto le miglia che volevamo fare, siamo sempre gli ultimi che arrivano al campeggio, rigorosamente dopo il tramonto. Ormai sono anche molto stufa di montare la tenda e con la mia tramily di solito facciamo solo cowboy camping, anche perchè arriviamo sempre che i migliori posti dove piantare una tenda sono già stati presi. Se non altro, sono talmente abituata a dormire all’aperto, che veramente non mi faccio problemi ad accamparmi in qualsiasi posto. Dormire sotto le stelle ancora ha molto fascino per me, penso sia uno degli aspetti lungo il sentiero di cui non mi stuferò mai, e mi mancherà un sacco una volta tornata nella società.

    Esempio di cowboy camping molto improvvisato, Bryce e Secondhand dormono fra i cespugli.

    Sono verso la fine del PCT e mi sono resa conto che non ho mai spiegato bene uno degli aspetti più simpatici del sentiero. Forse qualche lettore attento e ferrato con l’inglese avrà notato che i nomi dei camminatori sono molto particolari. Stretch, Vampire, Storm, Just Visiting, Secondhand. Infatti, la tradizione vuole che ogni camminatore venga chiamato con un soprannome, il cosidetto “trail name”, che gli viene dato lungo il sentiero. Di solito, i soprannomi sono ispirati da qualche episodio imbarazzante accaduto durante il cammino, o da un’abitudine particolare. Una persona non può scegliere il proprio trail name, che viene suggerito da qualche altro camminatore, ma può scegliere se accettarlo o rifiutarlo. Per esempio, Stretch è chiamata così perchè è stata vista fare stretching durante le prime settimane di sentiero lungo il cammino, abitudine rarissima qua. Secondhand ha un sacco di vestiti e materiale di seconda mano. Storm è sopravvissuta ad una tempesta su San Jacinto. Vampire detesta stare al sole. Il mio trail name è Icy e mi è stato dato a Walker Pass, l’ultima settimana del deserto, dopo aver mangiato cinque gelati in un pomeriggio (Icy da Ice-Cream, che vuol dire gelato in inglese). L’ho accettato perchè mi ricorda un episodio simpatico ma non troppo imbarazzante. Yuki vuol dire neve in giapponese e mi piaceva che ci fosse un richiamo al mio nome vero. Di solito, uno usa il proprio trail name quando si presenta agli altri camminatori e ai trail angels, o quando firma i trail logs, i registri che si trovano lungo il sentiero. C’è gente che conosco abbastanza bene, con cui a volte cammino per settimane, di cui io non conosco il vero nome, il che crea situazioni molto divertenti, come quando sono andata ad il ristorante lussuoso dell’Awhanee e ho chiesto se ci fosse una prenotazione a nome di Vampire, vampiro. A volte, anche le trail families hanno un nome, per esempio un gruppo di quattro ragazze si fa chiamare le Naked Girls, ragazze nude, perchè hanno fatto il bagno in delle terme naturali senza vestiti e una signora più anziana, chiaramente non una camminatrice del PCT, le ha sgridate, dicendo che fosse un comportamento inappropriato.

    Esempio di registro lungo il sentiero. Ci sono nomi come Chocolate Milk, Swingset, Reload

    A presto, con paesaggi molto più interessanti!

  • Terzo tratto in Oregon, s’intravede la fine!

    Appena dopo essermi svegliata dalla spiaggia di Big Lake Youth Camp, ho camminato tre miglia prima di arrivare ad un traguardo importante: il miglio 2000. Non c’era niente di troppo sorprendente, nemmeno una targa che indicasse la misura. Ho però incontrato due signore sulle sessantina, in una gita settimanale lungo il PCT, che mi hanno fatto i complimenti per essere arrivata fin qua e mi hanno incoraggiato, dicendo che ormai ce l’ho quasi fatta. Forse per via del chilometraggio, forse perchè ormai siamo quasi verso fine agosto, è stata la prima volta in assoluto, da quando ho iniziato il sentiero, che ho intravisto la fine. D’altronde, mancano solo 655 miglia, una passeggiata in confronto a quello che ho già percorso.

    Per una coincidenza fortunata, quel giorno lì sono andata a Sisters, una cittadina molto piacevole, a fare scorta di provviste e la mia amica Allie si trovava nella zona. Mi è venuta a prendere in macchina dalla strada in cui altrimenti avrei fatto autostop e siamo andate a fare colazione insieme. Dopo di che, io sono andata a fare la spesa e a comprare tutto il necessario per inviarmi pacchi di provviste per tutta la tratta a Washington. Mentre gran parte della California e Oregon sono abbastanza ben collegate a piccoli centri urbani con negozi di alimentari, il tratto di PCT a Washington è molto più isolato e gran parte delle persone sceglie di inviarsi rifornimenti di provviste tramite pacchi postali. Sisters è uno degli ultimi paesi con supermercati ben forniti e io ne ho approffittato per prepararmi da lì i pacchi. Ho così percorso il miglio più difficile da quando ho iniziato il PCT, quello dal supermercato all’ufficio postale, visto che oltre allo zaino, ho portato quattro sacchetti della spesa, che poi ho messo in tre scatoloni, da spedire in tre località diverse. Uno di questi tre è quello che arriverà a Stehekin, l’ultimo luogo per fare rifornimento viveri di tutto il percorso. Mentre sceglievo cosa spedire, mi è venuto in mente ancora una volta quanto ormai sono vicina alla fine.

    L’ultimo tratto in Oregon, da Sisters fino a Cascade Locks, sono 150 miglia che io ho percorso in 6 giorni, con una media spaccata di 25 miglia al giorno, ovvero 40 km. L’ottimo tempo metereologico della California mi ha praticamente seguita per tutto l’Oregon. Ho parlato con qualcuno del posto che mi ha detto che erano 20 anni che non beccavano un’estate come questa: pochissimi incendi e temperature piacevoli, pioggia pressoche inesistente.

    A dir la verità un incendio vicino al sentiero c’è stato, appena oltre Sisters, ma io ero al sicuro, anche se ho avuto modo di vedere il fumo e l’incendio avanzare. Per fortuna non ero da sola, ho beccato un gruppo di ragazzi che sapeva come comportarsi, qualcuno ha addirittura chiamato il 911, il numero delle emergenze, per avere la conferma che fossimo al sicuro. Per via di questo episodio, ho conosciuto Stretch e Bryce, e abbiamo iniziato a camminare insieme, gruppetto a cui poi si sono uniti altre due persone, Secondhand e Gucci.

    Gli ultimi giorni in Oregon sono stati un misto di momenti bellissimi e momenti tremendi. Da un lato ho attraversato panorami molto monotoni, tra cui la zona di foresta bruciata peggiore di tutto il sentiero, ma ho anche visto da vicino Mount Jefferson, Three Fingered Jack e la montagna più bella di tutti, Mount Hood al tramonto. Ho avuto trail magic tre volte in meno di 24 ore e ho nuotato in un lago dall’acqua turchese. Ma ho anche avuto il primo vero malessere fisico di tutto il percorso. Forse perchè ormai erano giorni che camminavo più del dovuto, i piedi mi si sono gonfiati e non riuscivo più a mettermi la scarpe per via delle vesciche. L’ultimo giorno prima di arrivare a Cascade Locks, la meta finale dell’Oregon, avrebbe dovuto essere uno dei tratti più belli di tutto lo stato, perchè passa da Tunnel Falls, una cascata spettacolare. Io purtroppo non me lo sono proprio goduto. Per via dei miei problemi ai piedi, sono arrivata a Cascade Locks stringendo i denti dal dolore, camminando gli ultimi cinque km in infradito, con i piedi insanguinati e la pelle viva esposta, su un sentiero che all’improvviso è diventato ripido e roccioso, come mai lo era stato in Oregon. Al posto di festeggiare che lo stato fosse finito facendo tappa nel birrificio artigianale di Cascade Locks, come fanno tutti i camminatori, mi sono subito diretta in farmacia.

    Chiacchierando con altri camminatori, ho scoperto che ormai tutti noi pensiamo alla fine del PCT. Quasi tutti hanno una data ipotetica per arrivare al Northern Terminus, al confine canadese. Molti camminatori hanno appena comprato il biglietto aereo di ritorno. Ormai si fanno programmi futuri, c’è chi ha già prenotato appuntamenti dal medico, chi deve farsi ristrutturare la casa e chi ha contattato il proprio capo per negoziare i termini di rientro dall’aspettativa. Si sta perdendo l’aspetto più magico del PCT: quello di essere uno dei pochi momenti della vita in cui si pensa solo al presente e si vive il sentiero giorno per giorno. Ma si tratta di una transizione giusta e necessaria. Il PCT non è una breve vacanza fatta per prendersi uno stacco dalla vita di tutti i giorni, è un’esperienza di diversi mesi ed ormai siamo in una fase in cui si aspetta la fine con un misto di attesa, malincuore e incredulità.

    Ci pensavo l’altro giorno, una delle rare volte che ho avuto contatti con il mondo esterno e ho avuto modo di vedere cosa combinano le persone che conosco e che frequentavo prima del sentiero. C’è chi si sta per sposare, chi ha cambiato città, chi ha un nuovo lavoro, chi ha iniziato e chi ha concluso una relazione. Io invece sono ancora qui in questo limbo, in cui la maggior differenza nelle mie giornate sta nella quantità di km che ormai mi separano dal Canada. Penso che uno dei maggiori motivi per cui la gente percorre il PCT è perchè vuole la certezza di un traguardo fisso su cui dedicare energie. Arrivare in Canada è difficile, ma è anche estremamente concreto e, a differenza della maggior parte degli obiettivi, si sa esattemente cosa fare per raggiungerlo e si vede il progresso giorno per giorno, certezza che di solito uno non ha nella vita di tutti i giorni. Adesso che ormai questo obiettivo diventa sempre più tangibile, è arrivato il momento di pensare in cosa riporre tante energie in futuro, quando questa avventura finirà. E penso sia bellissimo vivere in un mondo più semplice, a contatto con la natura, ma sono anche contenta che questa fase sta per concludersi. L’altro giorno a Sisters ho visto la gente sedersi sulle terrazze, chiacchierare e assistere ad uno spettacolo di musica dal vivo. Ho pensato che ci sono anche aspetti belli della società, che apprezzi solamente quando ti allontani un po’.

    Alla prossima, con un resoconto e tante foto di Washington!

  • Secondo tratto in Oregon: sono tutti impazziti!

    Dopo Shelter Cove il panorama è migliorato molto. Il percorso passa attraverso la foresta, ma si vedono tanti piú laghi, dall’acqua turchese. Ha cominciato a fare leggermente più freddo, ottimo per camminare, meno piacevole la sera in campeggio. Il mattino presto, l’acqua dei laghi, per via dello sbalzo di temperature fra notte e giorno, evapora diventando foschia, creando un effetto molto suggestivo, sembra quasi di essere in una nuvola, un panorama da fiaba.

    Questo è il panorama il mattino

    I giorni successivi sono stati notevoli. Finalmente le foreste si sono interrotte ed il paesaggio è migliorato. Ho cosí avuto modo di vedere le 3 Sisters, South, Middle and North, tre cime mountuose. Stiamo attraversando un territorio vulcanico e lo si nota. Spesso il terreno sono pietre rossicce, le cosidette “lava rocks”. Sono molto scenografiche, soprattutto per me che non le avevo mai viste, ma sono assolutamente orribili per camminare, massacrano i piedi e sfondano le suole delle scarpe.

    Esempio di “lava rocks”

    Questi giorni la gente ha cominciato ad allungare parecchio le distanze. Forse perche l’Oregon è un po’ meno interessante, forse perche ormai sono piú di quattro mesi che camminiamo e si ha una certa voglia di concludere, ma c’è veramente chi sta tenendo ritmi assurdi. Io ormai navigo sui 40 km al giorno di media, che faccio senza troppe difficoltà ed assolutamente non sono fra i camminatori piú veloci. Anzi, direi che sono leggermente piú lenta della media delle persone che riescono a completare il PCT in una stagione unica.

    Da un lato è vero che il terreno nella foresta, in terra battuta, è piú morbido e i saliscendi in Oregon ti permetteno di percorrere distanze un po’ piú lunghe rispetto alla California, ma ancora io non riesco a comprendere come la gente riesca a fare chi 40, chi 50, chi 60 km al giorno. È pazzesco vedere come il corpo si allena a tenere questi ritmi. Io stessa ho iniziato il PCT percorrendo una ventina di km al giorno massimo, adesso sono a mio agio a farne 45.

    A me le sfide competitive lungo il sentiero non interessano proprio e non ho nessun desiderio di correre per finire il prima possibile, ma avevo una piccolo obiettivo personale da raggiungere. Avevo già fatto 29.5 miglia e ho pensato che mi sarebbe piaciuto, un giorno, provare a farne trenta. Ma ho scoperto che 30 miglia equivalgono a circa 49 km e con un piccolo sforzo in piú sarei potuta arrivare a 50km, misura che mi dice molto di piú. Poi, non è sempre detto che si trova posto campeggio ovunque, insomma alla fine sono arrivata a fare 32 miglia, ovvero 51 km e mezzo, con 1300m di dislivello in salita e 985m in discesa. E questa non è neanche stata la cosa piú notevole. Il giorno precedente avevo percorso 44 km, il giorno successivo 41 km, facendo un totale di oltre 136 km in 3 giorni. Per fare un confronto usando sentieri di montagna più conosciuti fra noi europei, l’Alta Via 1 delle Dolomiti sono 120km, e la gente di solito la fa tra le 8 e le 10 tappe, mentre il Tour du Mont Blanc sono 170 km, che la gente percorre in circa 10 giornate. Con i miei ritmi attuali, potrei percorrerli in rispettivamente in 3 e 4 giorni, con solo un po’ di dislivello in più.

    Non sarei riuscita a tenere questi ritmi da sola. Mi sono unita ad un gruppetto, che quel giorno lì hanno camminato ben più di me, sfiorando i 60km. Ed è vero che camminare in compagnia aiuta a raggiungere obiettivi ambiziosi, così come è vero che l’adrenalina ti aiuta ad andare avanti quando il corpo non ce la fa più. Ma è anche vero che si devono affrontare le conseguenze sul fisico, malessere generale e dolore acuto ai piedi. Ho chiesto a un ragazzo che punta a fare sui 60km al giorno se non gli facesse male qualcosa e lui mi ha risposto che tutti i giorni prende il doppio della razione di Iboprufene consigliata dai medici. Ecco, io sono convinta che se si prendono delle medicine per evitare i dolori causati dal camminare troppo, c’è qualcosa che non va.

    Altri panorami dell’Oregon

    L’adrenalina non ripaga dalla fatica e se si cammina tutto il giorno, si perdono gli aspetti più belli del PCT. Ci sono altri piaceri lungo il sentiero, come mangiare i mirtilli selvatici, fare il bagno nel lago, osservare un panorama, scattere qualche foto o chiacchierare con chi s’incontra. Basta, dalla prossima settimana tornerò a percorrere distanze che mi si addicono di più, quindi maratone massimo.

    Fortunatamente, il mio umore è molto migliorato rispetto ai primi giorni in Oregon e ho scacciato via quel poco che mi rimaneva del NorCal Blues. Ci stavo proprio pensando al Big Lake Youth Camp, un centro estivo cristiano che offre doccia e pasto ai camminatori. Era una serata molto fredda e umida ed io ho dormito in spiaggia, direttamente sotto le stelle. Il mattino la condensa mi ha inzuppato sacco a pelo, materassino e vestiti, ma io ero felice, perchè la via lattea era chiarissima e l’alba dalla spiaggia è stata meravigliosa. Sono intenzionata a godermi quel che resta del cammino, visto che nel giro di in mese, non avrò più la possibilità di vivere all’aperto e rimpiangerò questi momenti, nonostante i dolori ai piedi e il freddo al mattino.