Terzo tratto in Oregon, s’intravede la fine!

Appena dopo essermi svegliata dalla spiaggia di Big Lake Youth Camp, ho camminato tre miglia prima di arrivare ad un traguardo importante: il miglio 2000. Non c’era niente di troppo sorprendente, nemmeno una targa che indicasse la misura. Ho però incontrato due signore sulle sessantina, in una gita settimanale lungo il PCT, che mi hanno fatto i complimenti per essere arrivata fin qua e mi hanno incoraggiato, dicendo che ormai ce l’ho quasi fatta. Forse per via del chilometraggio, forse perchè ormai siamo quasi verso fine agosto, è stata la prima volta in assoluto, da quando ho iniziato il sentiero, che ho intravisto la fine. D’altronde, mancano solo 655 miglia, una passeggiata in confronto a quello che ho già percorso.

Per una coincidenza fortunata, quel giorno lì sono andata a Sisters, una cittadina molto piacevole, a fare scorta di provviste e la mia amica Allie si trovava nella zona. Mi è venuta a prendere in macchina dalla strada in cui altrimenti avrei fatto autostop e siamo andate a fare colazione insieme. Dopo di che, io sono andata a fare la spesa e a comprare tutto il necessario per inviarmi pacchi di provviste per tutta la tratta a Washington. Mentre gran parte della California e Oregon sono abbastanza ben collegate a piccoli centri urbani con negozi di alimentari, il tratto di PCT a Washington è molto più isolato e gran parte delle persone sceglie di inviarsi rifornimenti di provviste tramite pacchi postali. Sisters è uno degli ultimi paesi con supermercati ben forniti e io ne ho approffittato per prepararmi da lì i pacchi. Ho così percorso il miglio più difficile da quando ho iniziato il PCT, quello dal supermercato all’ufficio postale, visto che oltre allo zaino, ho portato quattro sacchetti della spesa, che poi ho messo in tre scatoloni, da spedire in tre località diverse. Uno di questi tre è quello che arriverà a Stehekin, l’ultimo luogo per fare rifornimento viveri di tutto il percorso. Mentre sceglievo cosa spedire, mi è venuto in mente ancora una volta quanto ormai sono vicina alla fine.

L’ultimo tratto in Oregon, da Sisters fino a Cascade Locks, sono 150 miglia che io ho percorso in 6 giorni, con una media spaccata di 25 miglia al giorno, ovvero 40 km. L’ottimo tempo metereologico della California mi ha praticamente seguita per tutto l’Oregon. Ho parlato con qualcuno del posto che mi ha detto che erano 20 anni che non beccavano un’estate come questa: pochissimi incendi e temperature piacevoli, pioggia pressoche inesistente.

A dir la verità un incendio vicino al sentiero c’è stato, appena oltre Sisters, ma io ero al sicuro, anche se ho avuto modo di vedere il fumo e l’incendio avanzare. Per fortuna non ero da sola, ho beccato un gruppo di ragazzi che sapeva come comportarsi, qualcuno ha addirittura chiamato il 911, il numero delle emergenze, per avere la conferma che fossimo al sicuro. Per via di questo episodio, ho conosciuto Stretch e Bryce, e abbiamo iniziato a camminare insieme, gruppetto a cui poi si sono uniti altre due persone, Secondhand e Gucci.

Gli ultimi giorni in Oregon sono stati un misto di momenti bellissimi e momenti tremendi. Da un lato ho attraversato panorami molto monotoni, tra cui la zona di foresta bruciata peggiore di tutto il sentiero, ma ho anche visto da vicino Mount Jefferson, Three Fingered Jack e la montagna più bella di tutti, Mount Hood al tramonto. Ho avuto trail magic tre volte in meno di 24 ore e ho nuotato in un lago dall’acqua turchese. Ma ho anche avuto il primo vero malessere fisico di tutto il percorso. Forse perchè ormai erano giorni che camminavo più del dovuto, i piedi mi si sono gonfiati e non riuscivo più a mettermi la scarpe per via delle vesciche. L’ultimo giorno prima di arrivare a Cascade Locks, la meta finale dell’Oregon, avrebbe dovuto essere uno dei tratti più belli di tutto lo stato, perchè passa da Tunnel Falls, una cascata spettacolare. Io purtroppo non me lo sono proprio goduto. Per via dei miei problemi ai piedi, sono arrivata a Cascade Locks stringendo i denti dal dolore, camminando gli ultimi cinque km in infradito, con i piedi insanguinati e la pelle viva esposta, su un sentiero che all’improvviso è diventato ripido e roccioso, come mai lo era stato in Oregon. Al posto di festeggiare che lo stato fosse finito facendo tappa nel birrificio artigianale di Cascade Locks, come fanno tutti i camminatori, mi sono subito diretta in farmacia.

Chiacchierando con altri camminatori, ho scoperto che ormai tutti noi pensiamo alla fine del PCT. Quasi tutti hanno una data ipotetica per arrivare al Northern Terminus, al confine canadese. Molti camminatori hanno appena comprato il biglietto aereo di ritorno. Ormai si fanno programmi futuri, c’è chi ha già prenotato appuntamenti dal medico, chi deve farsi ristrutturare la casa e chi ha contattato il proprio capo per negoziare i termini di rientro dall’aspettativa. Si sta perdendo l’aspetto più magico del PCT: quello di essere uno dei pochi momenti della vita in cui si pensa solo al presente e si vive il sentiero giorno per giorno. Ma si tratta di una transizione giusta e necessaria. Il PCT non è una breve vacanza fatta per prendersi uno stacco dalla vita di tutti i giorni, è un’esperienza di diversi mesi ed ormai siamo in una fase in cui si aspetta la fine con un misto di attesa, malincuore e incredulità.

Ci pensavo l’altro giorno, una delle rare volte che ho avuto contatti con il mondo esterno e ho avuto modo di vedere cosa combinano le persone che conosco e che frequentavo prima del sentiero. C’è chi si sta per sposare, chi ha cambiato città, chi ha un nuovo lavoro, chi ha iniziato e chi ha concluso una relazione. Io invece sono ancora qui in questo limbo, in cui la maggior differenza nelle mie giornate sta nella quantità di km che ormai mi separano dal Canada. Penso che uno dei maggiori motivi per cui la gente percorre il PCT è perchè vuole la certezza di un traguardo fisso su cui dedicare energie. Arrivare in Canada è difficile, ma è anche estremamente concreto e, a differenza della maggior parte degli obiettivi, si sa esattemente cosa fare per raggiungerlo e si vede il progresso giorno per giorno, certezza che di solito uno non ha nella vita di tutti i giorni. Adesso che ormai questo obiettivo diventa sempre più tangibile, è arrivato il momento di pensare in cosa riporre tante energie in futuro, quando questa avventura finirà. E penso sia bellissimo vivere in un mondo più semplice, a contatto con la natura, ma sono anche contenta che questa fase sta per concludersi. L’altro giorno a Sisters ho visto la gente sedersi sulle terrazze, chiacchierare e assistere ad uno spettacolo di musica dal vivo. Ho pensato che ci sono anche aspetti belli della società, che apprezzi solamente quando ti allontani un po’.

Alla prossima, con un resoconto e tante foto di Washington!

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