L’ultimo tratto della Sierra Nevada sono 150 miglia, da Tuolonme Meadows a South Lake Tahoe, che io ho percorso in poco più di otto giorni. Non è necessario farle tutte in un colpo solo, la maggior parte dei camminatori fa tappa a Kennedy Meadows North, per far rifornimento di viveri. Io ho deciso di saltare questa tappa intermedia. Avevo provviste a sufficienza per almeno 8 giorni ed avevo accumulato un po’ di ritardo rispetto alla mia tabella di marcia, dovuto al fatto che ho trascorso qualche giorno in più a Yosemite. Fra l’altro, ho pensato che questo è l’ultimo tratto della Sierra Nevada e volevo godermelo appieno, approfittando un’ultima volta della sensazione di pura libertà e lontananza da centri urbani, sensazione che solo la Sierra Nevada riesce a fornire.


Volevo anche una sfida personale, 8 giorni e mezzo nella natura sono impegnativi logisticamente, fisicamente ed emotivamente. Appena ho iniziato il sentiero, nel lontano aprile, si faceva tappa in un centro abitato circa ogni 3 o 4 giorni. Grazie alla Sierra, mi sono abituata a tratti più lunghi, che vuol dire zaino molto più pesante e necessità di migliori capacità organizzative, visto che non è assolutamente banale portare la giusta quantità di cibo.

C’è stato un fenomeno strano in questi giorni. È arrivata una quantità di zanzare incredibile, a momenti ne avrò avute un centinaio addosso, assolutamente insostenibile. Ogni estate, appena dopo che la neve si è sciolta, arriva un’ondata di zanzare, che si solito dura 2-3 settimane. Devo dire che fra i due fenomeni preferisco di gran lunga la neve. Nonostante la neve sul sentiero rallenti molto, mi ricordo il caso di Muir Pass, 8 miglia percorse in 8 ore, è stato anche piacevole per me poter avere l’opportunità di imparare ad usare piccozza e ramponcini. La zanzare invece ti costringono a correre lungo il sentiero. Ho dovuto indossare una retina sul viso e un impermeabile, visto che le zanzare pungono attraverso i vestiti normali e alle cinque del pomeriggio mi sono chiusa in tenda. Per fortuna, il grosso delle zanzare è finito dopo il Dorothy Lake Pass e speriamo non ricapiti più. Se il fattore persiste, veramente diventa difficile camminare. Non oso immaginare chi si becca a pieno tutta la stagione delle zanzare, rischia di rovinarsi completamente l’esperienza della Sierra.

Visto che questo tratto nella Sierra è un po’ meno remoto, ho avuto ben 3 episodi di Trail magic. Uno è stato a Sonora Pass, in occasione del 4 luglio, festa dell’indipendenza americana. Gli altri due sono stati a Carson Pass e al campeggio di South Lake Tahoe. Poi, possiamo chiamare Trail magic anche questo, sono stata ospite dai genitori di Allie, miei lettori accaniti. Erano venuti a visitare Allie a South Lake Tahoe, visto che lei conclude qui il suo cammino. Ci tengo a ringraziarli per l’ospitalità e l’entusiasmo con cui mi hanno accolta.

La cosa più impegnativa di questa settimana è stato percorrere questo tratto in gran parte in solitaria. I primi cinque giorni ho camminato e campeggiato praticamente sempre da sola, addirittura ho passato 24 ore senza vedere nessun altro essere umano. Gli ultimi tre giorni, mi sono unita ad un gruppetto di ragazze e, anche se raramente, mi è capitato d’incontrare qualcuno altro lungo il sentiero. Il problema dell’essere soli è che sei sempre in balia dei tuoi pensieri, non si riesce a scappare. Di solito, quando le persone mi chiedono perché ho deciso di percorrere il PCT, rispondo che, oltre ad avere voglia di affrontare un’ avventura, avevo anche bisogno di un po’ di tempo di pensare al mio futuro e a cosa volessi fare nella vita. E tutti i non-camminatori mi rispondono: “Ne avrai di tempo lungo il sentiero per pensare a queste cose!”. A dir la verità, di tempo disponibile per meditare sul senso della vita ce ne è gran poco lungo il sentiero. Ne parlavo con altri camminatori. Almeno il 50% del tempo, penso a cose molto più pratiche, prime fra tutte cibo, acqua, campeggio e chilometraggio. La maggior parte delle mie energie mentali le uso per rispondere a domande come quanta acqua filtrare, di quante calorie ho bisogno e quanti chilometri mancano, domande che, di solito, uno non si pone nella vita di tutti i giorni. Il resto del tempo ho pensieri confusi, simili a quelli che uno si fa prima di addormentarsi, un misto di ricordi d’infanzia, sogni futuri e ritornelli di canzoni che non ho sentito in 10 anni, ma per qualche strano motivo passano per la mente e non se ne vogliono andare. Sarà all’incirca un 10%, forse 20% in una giornata particolarmente lucida, che riesco ad avere pensieri più profondi.
Questa settimana, quando non stavo pensando a cosa avrei voluto mangiare a colazione appena arrivata in città, ho avuto due piccole rivelazioni. La prima è che voglio, in qualche forma, continuare a scrivere. Non me l’aspettavo, ma è un modo, allo stesso tempo intimo e pubblico, che mi permette d’esprimere e che mi dà libertà e soddisfazione. È questo l’ho scoperto anche grazie all’esercizio quotidiano di trascrivere i miei principali pensieri della giornata.
La seconda cosa che ho imparato, la ho imparata guardando chi mi sta attorno. Fra i camminatori, io sono fra i più giovani. Per me, in fondo, è stato semplice trovare il tempo di fare questo sentiero, forse perché non c’è niente di troppo importante che mi aspetta. Invece sono circondata da gente più vecchia che ha dovuto fare rinunce molto più grosse per fare questo cammino. Questo forse dimostra che il tempo di fare il PCT, o qualsiasi altra attività, il tempo di seguire il proprio sogno nel cassetto, se uno vuole, lo trova. Ed è vero che, in media, si tratta di gente agiata che può permettersi di non lavorare per sei mesi, ma è anche vero che non tutti vengono da situazioni semplici. Ho conosciuto due persone che si sono incamminate dopo aver perso in modo inaspettato il lavoro e altre due che si sono incamminate dopo aver scampato per un pelo a gravi problemi di salute. C’è veramente chi usa il sentiero come riscatto da una vita in cui qualcosa non va. Ed è bello vedere tanti esempi di persone che riescono a trovare un senso nelle proprie giornate al di fuori da quello che la gente si aspetta da loro e riescono a svincolarsi da uno stile di vita fatta di routine, che alla lunga, potrebbero diventare alienanti.

Ma adesso basta parlare di me e dei miei pensieri. Il paesaggio sta cambiando. Sono finite le cime innevate, le montagne maestose, i guadi pericolosi. Ci sono più alberi e più verde, sono aumentati i fiori. I saliscendi sono un po’ più dolci. La California del Nord, o Norcal, sta arrivando.

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