Sei passi in sei giorni: seconda settimana nella Sierra Nevada

La settimana dal 14 al 21 giugno è stata la settimana dei passi di montagna. Per sei giorni consecutivi ho scalato un passo diverso. In ordine, sono stati Kearsarge, Glenn, Pinchot, Mather, Muir e Selden. Sono stati tutti meravigliosi e impegnativi.

Questi passi sono sui 3600m d’altitudine. Anche in piena estate, ci sono dei tratti innevati, ed è molto utile, se non necessario, indossare i ramponcini. Bisogna tenere conto delle condizioni della neve e programmare la giornata di conseguenza. Il mattino presto, la neve è solida e ghiacciata, si cammina più velocemente, ma c’è più rischio di scivolare. Dopo che il sole l’ha scaldata, la neve diventa più soffice. Rallenta molto e spesso ti fa sprofondare, in certi casi anche fino alla vita. C’è chi preferisce partire all’alba, e si sveglia prestissimo, addirittura verso le 3 di notte. Io preferisco di gran lunga alzarmi dopo il sorgere del sole e fare i passi con calma. In salita, si ha spesso un forte fiatone, dovuto soprattutto all’altitudine. Tendenzialmente, la discesa è più tecnica e pericolosa, a volte a scendere ci si mette tanto quanto a salire.

Discesa sul Glenn Pass

Ogni passo è un piccolo traguardo. La vista dalla cima è meravigliosa, ma il percorso è molto faticoso. Un conto è fare una gita giornaliera con mille metri di dislivello in salita, ma farlo tutti i giorni, per una settimana consecutiva, con uno zaino pesante, è tutt’altra cosa. Questa settimana è stata forse il periodo fisicamente più impegnativo. Il dislivello è costante e il percorso è spesso ripido. Un paio di volte, sia su Pinchot che su Muir, la strada per arrivare in cima non è troppo chiara e sono andata un po’ a zonzo, cercando di trovare le tracce sulla neve.

Pinchot e Muir: il sentiero non è sempre stato chiaro

Oltre allo sforzo fisico, ci sono state altre piccole complicazioni. Sono aumentate le zanzare, fastidiosissime. Certi notti sono state molto fredde, con temperature sotto lo zero, nonostante siamo in piena estate. Il pericolo più grosso è senza dubbio il guado di certi fiumi, soprattutto se, come nel mio caso, si è di corporatura minuta. In uno in particolare, la famosa Bear Creek, non c’erano modi migliori di attraversarlo, se non camminare da una sponda all’altra. Mi sono un po’ spaventata: l’acqua mi arrivava fino alla vita e la corrente era talmente forte che ad un certo punto ero veramente convinta mi potesse ribaltare.

Bear Creek

Dopo sei giornate impegnative, la settima sono arrivata al Vermillion Valley Resort, un campeggio e ristorante accessibile solo attraverso un sentiero o un traghetto. È un posto frequentato da camminatori del PCT, camminatori del John Muir Trail e, cosa molto esotica per me, da veri e propri cowboys. In effetti, la più grande sorpresa di questi giorni è stata scoprire che, nel pieno ventunesimo secolo, i cowboys esistono ancora. Non ho capito se si tratta di un lavoro, un’ identità o uno stile di vita, ma i cowboys si riconoscono dal cappello e stivali e, chi l’avrebbe mai detto, di solito hanno molto successo con le ragazze.

Panorami degli ultimi giorni di cammino, prima di Mammoth

Dopo VVR, ho ripreso a camminare per un altro paio di giorni, fino ad arrivare, la mattina del 23 giugno, a Mammoth, altra località sciistica in cui ho passato una giornata con vari amici conosciuti lungo il sentiero. Era il compleanno di Allie e abbiamo festeggiato in modo singolare. Oltre alla torta, c’era una pignatta che abbiamo rotto non usando una mazza, ma una piccozza da ghiaccio. Questa penso dovrebbe diventare una tradizione dei camminatori del PCT.

Nonostante tutte le difficoltà, questo tratto del percorso è stato assolutamente straordinario, senza dubbio fra i più belli da inizio sentiero. La Sierra Nevada è stupenda. Ho parlato con un gruppo di californiani, che sostenevano che la Sierra Nevada fossero le montagne più belle al mondo. Essendo casa loro, saranno sicuramente di parte, ma devo dire che sono, senza dubbio, le montagne più belle che io abbia mai visto. Non solo per le cime oltre i 4000m, per le rocce granitiche, i laghi alpini, la presenza di marmotte e orsi, il panorama vasto e inesplorato. L’aspetto più affascinante è senza dubbio l’assenza della presenza umana e la lontananza da qualsiasi centro abitato. Visto che i cellulari non prendono, non arrivano notizie dal mondo vero, anche per settimane intere. Ci pensavo in questi giorni, dopo che mi è arrivata, con tre giorni di ritardo, la notizia che gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran. Mentre giornali, canali YouTube, reti sociali raccontavano la notizia in modo frettoloso e melodrammatico, i camminatori lungo il sentiero prendevano il sole, ignari di tutto. Sul sentiero non c’è spazio per la preoccupazione di quel che avviene nel mondo esterno. Si vive in modo più semplice, pensando solo al futuro prossimo, cosa si mangerà stasera o quanti chilometri fare domani. In un mondo talmente frenetico, diviso, dominato da correnti di pensiero guerrafondaie e avare, è un’esperienza strana vivere questo tratto di sentiero nella Sierra Nevada, così lontano dai mali della nostra società. Da un lato spaventa non sapere quel che accade. Dall’altro è un’ opportunità per ricordare che in fondo i piaceri della vita stanno nelle cose semplici, come fare il bagno nel lago o vedere le marmotte lungo il sentiero. Si prova una sensazione di libertà difficile da ricreare in qualsiasi altro contesto. Ti senti veramente in sintonia con la natura. E mi sono chiesta, più volte, quanti problemi si potrebbero evitare se molte più persone si ricordassero che, in fondo, la felicità la fa la possibilità di prendere il sole, respirare un po’ di aria fresca, vedere qualche animale, al posto del conto in banca, i confini territoriali e i risultati delle prossime elezioni politiche.

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