L’ultimo tratto di deserto, le 150 miglia che separano Tehachapi da Kennedy Meadows, le ho percorse in 8 giorni. Sono partita la sera del 25 maggio e arrivata la mattina del 2 giugno. Sono state miglia estremamente impegnative. Il deserto ha riservato il meglio per il finale, e si è manifestato in tutto il suo splendore e in tutta la sua crudeltà. Questi giorni si sono caratterizzati da picchi di calore di quasi 30 gradi, dislivello sempre superiore ai 1000m al giorno, acqua rarissima ed ombra pressoché inesistente.

Lasciata Tehachapi alle spalle, ci sono stati due giorni orribili, ventosi e difficili, in cui l’unico panorama sono state altre pale eoliche. Appena dopo, il panorama è migliorato, mostrando, per l’ultima volta, vedute straordinarie sul deserto. Ma ormai sono arrivata ad un punto che il panorama migliore non ripaga più dalla fatica della giornata, il fastidio di trovarsi la polvere ovunque, le vesciche sui piedi, la carenza d’acqua. Tutti i giorni di questa settimana, ci sono stati dislivelli dai 1000 ai 1500m. Lo zaino era il più pesante mai portato, perché 8 giorni è stato il massimo di tempo che è passato senza fare scorta di provviste. L’acqua era talmente rara, disponibile ogni ventina di chilometri abbondanti, che quasi tutti i giorni ho dovuro portare all’incirca 5 litri con me. E anche questa non sempre bastava. Una sera, ho avuto un episodio di disidratazione notevole, che si è manifestato attraverso una forte emicrania, nausea e fatica a reggersi in piedi. Avevo finito le scorte d’acqua e per un momento, ho addirittura considerato di dover bere la soluzione salina delle lenti a contatto. Avevo bevuto quasi cinque litri d’acqua quel giorno lì, ma evidentemente, non bastavano. Questi sono d’altronde i rischi del deserto: clima secco, vento e sole cocente.





Ho avuto diversi imprevisti in questa settimana. Una volta mi sono dimenticata il sacchettino con i picchetti della tenda e sono dovuta tornare indietro, aggiungendo tre km al percorso. Un’altra volta ho rovesciato una borraccia piena d’acqua, in una situazione in cui ogni goccia risultava preziosa. La caviglia mi ha fatto più male del solito e mi si è gonfiata un pochetto. Le scarpe si sono bucate completamente e quelle nuove, che avevo ordinato con largo anticipo, non sono mai state spedite.
Ma ci sono stati anche dei bei momenti. Una sera, ho sentito dei coyote ululare. Svegliarsi presto vuol dire poter vedere l’alba, svegliarsi di notte vuol dire poter vedere la via lattea. Ho provato due nuove ricette, della granola per colazione e lenticchie al curry per sera. Ho avuto per ora uno dei più notevoli episodi di Trail magic. Nell’unica strada asfaltata attraversata questa settimana c’erano due Trail Angel che hanno preparato una grigliata, e portato panini e gelati per tutti. Insomma, è stata una settimana carica e pesante, con tanti alti e bassi, letteralmente e figurativamente.


Se il deserto fosse finito a Tehachapi, sarei arrivata contenta, tranquilla e soddisfatta. Ci sono voluti 8 difficili giornate per farmi capire perché tutti non vedono l’ora di abbandonare il deserto e passare alla sezione successiva, la Sierra Nevada . Se effettivamente ho trovato bellissimo il panorama e sono stata contentissima di percorrere il sentiero per i primi 42 giorni, i successivi otto sono stati una sfida molto maggiore. Ma forse tutto questo ha però ha contribuito a rendere l’arrivo a Kennedy Meadows ancora più atteso, unico e appagante.
Se un anno fa, quando già avevo deciso di percorrere il PCT, ma ancora non avevo fatto nessun tipo di ricerca, avessi dovuto nominare tre località lungo il percorso, avrei pensato a Campo, Kennedy Meadows e Bridge of the Gods. Tutti i camminatori e aspiranti camminatori conoscono Kennedy Meadows, un piccolissimo centro di 200 abitanti, ma emblematico perché segnala la fine del deserto e l’inizio della Sierra Nevada. Appena arrivati a Kennedy Meadows, tradizione vuole che i camminatori vengano accolti da un coro d’applausi e un suono di campane. Stanno a indicare: “Congratulazioni! Il deserto è finito.”

Indubbiamente, sono cambiate molte cose da quando ho iniziato il sentiero, il 14 aprile. Il mattino del 14, ci avevo messo un’ora e mezza a ripiegare tenda e sacco a pelo, fare colazione e prepararmi a partire. Avevo percorso 15 miglia, 21km, con pochissimo dislivello e sono arrivata stremata. In serata, mi ci erano voluti due tentativi prima di montare la tenda bene. Avevo preparato da mangiare qualcosa di cattivo e troppo acquoso. Avevo campeggiato con altre persone e quasi sempre camminato in compagnia, perché ancora non mi sentivo a mio agio da sola.
L’ultimo giorno di camminata nel deserto, appena prima di arrivare a Kennedy Meadows è stato il primo giugno. Ho percorso 22 miglia, 37km con oltre mille metri di dislivello. Mi sono alzata dopo una notte di forte vento, ma ho dormito tranquilla, perché so che la tenda è montata bene. Ci ho messo una mezz’oretta per ripiegare sacco a pelo e materassino, rifare lo zaino, cambiarmi e prepararmi a partire. La colazione è stata molto migliore, perché sto imparando nuovi modi di cucinare con materiali da campeggio. E non mi ha turbato il fatto che dormissi sul crinale della montagna completamente da sola, ormai non mi fa più paura.

Il primo giugno, mentre scendevo da una montagna, ho guardato per l’ultima volta il panorama vasto, sabbioso e arido, i Joshua Tree, i cespugli spinosi e i cactus; e per la prima volta, ho intravisto una valle granitica, verde, attraversata da fiume. C’è più umidità nell’aria e sono stata accolta dalla prima pioggia in oltre un mese. La Sierra si sta avvicinando.

Grazie a questi mille km (1132 ad essere esatti) e questo mese e mezzo di camminata ho acquisito consapevolezza nelle mie abilità. Sono convinta che quest’avventura sia più formativa che gran parte delle esperienze che ho mai avuto. Non tanto perché imparo cose indispensabili, dubito che nella vita di tutti i giorni sapere quanta acqua filtrare possa avere qualche valore, ma perché pian piano comincio a credere in me stessa.
Ci sono ancora tantissime sfide future. Non ho ancora infranto la soglia delle 25 miglia al giorno, 40 km, misura sempre più comune qua. Devo imparare a prendermi cura dei miei piedi, sono piedi di Hobbit: grossi, gonfi, pieni di calli e vesciche. Non vedo l’ora di vedere passi innevati, montagne oltre 4000m e fare il bagno nei laghi alpini. La Sierra Nevada, il pezzo più difficile e bello di tutto il PCT, è dietro l’angolo. La strada è ancora lunga e io non ho fretta.



Un saluto da Kennedy Meadows, dove quasi un centinaio di camminatori stanno festeggiando la fine del deserto e si stanno riposando prima di partire per la Sierra!

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