Preparativi pre-partenza 1: visto

Ogni avventura che si rispetti comporta una serie di ostacoli ed insidie. Quando pensavo ai pericoli da affrontare durante il mio viaggio, mi immaginavo orsi ed eventi metereologici estremi, non impiegati postali incompetenti e pratiche burocratiche drammaticamente complicate. Invece, eccomi qua, reduce da una caccia per ottenere i giusti documenti per iniziare questo viaggio.
Partiamo da qualche dettaglio logistico. Allo scopo di percorrere il Pacific Crest Trail, è necessario ottenere due documenti: visto per Stati Uniti e permesso per percorrere il Pacific Crest Trail.

È fondamentale essere in possesso di visto per gli Stati Uniti dalla durata minima di 5 mesi, il tempo necessario per completare il sentiero. Di solito, il visto da richiedere è il B-2, che consente il transito negli Stati Uniti per motivi turistici ed ha un massimo consentito di 6 mesi di permanenza negli Stati Uniti. E’ una procedura leggermente più complessa che non quella prevista per ottenere l’Esta, il classico lasciapassare per i turisti fino ad un massimo di 90 giorni. Per ottenere un visto B-2 è necessario un appuntamento in ambasciata e qualche documento aggiuntivo. Bisogna dimostrare l’intenzione di lasciare gli Stati Uniti dopo i sei mesi consentiti. Questo vuol dire portare in ambasciata documenti che dimostrano tutto ciò, come il volo di ritorno, o contratti di affitto e lavoro del paese di provenienza. Io ho iniziato la procedura di domanda per il visto il 31 agosto 2024, con largo anticipo, soprattutto tenendo conto che non puntavo ad arrivare negli Stati Uniti prima di aprile 2025. Quando ho cominciato la pratica, si stimavano 3 mesi e mezzo d’attesa fra l’invio del modulo di richiesta visto e l’appuntamento in ambasciata ad Amsterdam, quella più vicina a dove vivevo.  

Il centro servizi Visti statunitensi ha escogitato un piccolo stratagemma per snellire i tempi d’attesa. Identifica una categoria di persone che non vengono sottoposte ad un’intervista, ma che invece devono solamente inviare i documenti per posta. Lo scopo sarebbe quello di velocizzare e semplificare la pratica. Purtroppo non sempre funziona così. Io sono stata selezionata per un’esenzione dall’intervista perché in passato avevo già ottenuto un visto a lungo termine per gli Stati Uniti. Era un visto per studenti, ottenuto nel 2019, che scadeva nel 2024. Purtroppo, il centro visti statunitense sembra essere convinto che aver precedentemente ottenuto un visto equivale ad essere tuttora in possesso del documento, anche se scaduto o revocato. Invece il mio visto da studente si trovava a circa 1200km di distanza, sepolto in qualche cassetto in casa dei miei genitori. D’altronde, il mio visto era stato emesso sul mio vecchio passaporto, scaduto nell’anno precedente. Chi poteva sospettare che un giorno potesse servire di nuovo? Dovevo rientrare in possesso del mio vecchio passaporto il più in fretta possibile. Il tutto perché, in quanto esonerata dall’intervista, mi era stato chiesto di inviare all’ambasciata prova del visto precedente, procedura che non sarebbe stata richiesta in caso di classica intervista.

Questo esonero dall’intervista in ambasciata doveva snellire le pratiche e ridurre lo stress, ma mi chiedeva di inviare il passaporto vecchio, il passaporto nuovo ed altri documenti importanti via posta. Affidare documenti di valore a servizi postali non sembrerebbe una mossa troppo intelligente. In effetti, i servizi postali sono riusciti a perdere il mio passaporto, confondere indirizzi di casa, sbagliare a digitare i destinatari delle mail di conferma e ritardare la spedizione di oltre una settimana. In poche parole, una bella complicazione.

Le numerose etichette che sono state messe sul mio pacco contenente il passaporto.

Una volta ricevuto il passaporto vecchio, l’ho spedito insieme a quello tutt’ora in uso al consolato statunitense in Olanda. E aspetto. Una, due, tre settimane. Finalmente, prima del termine della quarta, ricevo una mail da parte di un’azienda di logistica che mi indica che il mio passaporto con visto B-2 è pronto ad essere ritirato. Mi sono recata al luogo indicato e ho notato, con sorpresa, che non solo non si trattava del consolato, punto in cui i miei documenti sono stati spediti, ma anche che questo luogo di ritiro non aveva nessuna delle formalità che mi sarei aspettata. Era un capannone aziendale in periferia di Amsterdam, ben distante dal consolato e dall’ambasciata, ed assomigliava più ad un garage che non ad un ufficio di pratiche amministrative. Facendomi strada fra gli scatoloni, ho avvistato un foglio A4 con scritta “Visa” che indicava che effettivamente ero nel posto giusto. Ho addirittura trovato un impiegato, il primo di tutto lo stabilimento, che gentilmente, mi ha consegnato il mio passaporto.  Era il 16 ottobre. Finalmente ho concluso la procedura per ottenere il visto, iniziata il 31 agosto. Adesso sono in possesso di un documento che mi permette di entrare negli Stati Uniti per i prossimi dieci anni fino ad un massimo di sei mesi per volta.

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